Un territorio che, anche fuori dai confini di casa, riesce a imporsi con naturalezza
Una serata di wine pairing come dovrebbero essere tutte: viva, trasversale, partecipata. Tutto merito di Andrea Amadei, gastronomo e sommelier lodigiano, classe 1987, degustatore, autore e volto familiare del mezzogiorno di Rai1 con Antonella Clerici. Amadei porta sempre con sé un approccio leggero e contagioso, lontano da quella ritualità un po’ stanca che spesso avvolge le degustazioni “serie”. Una serata firmata da chi, oltre a essere direttore editoriale di The Art of Wine, tasting officer del Concours Mondial de Bruxelles e ideatore del progetto “In Arte Veritas”, sa che il vino è prima di tutto condivisione.
L’occasione è stato il viaggio dell’Alto Adige dentro le sale del ristorante Opera di Torino, dove lo chef – Stefano Sforza – lavora sul gusto, con rigore e sensibilità, senza forzare la mano. Una cucina precisa, essenziale, contemporanea, pensata per lasciare spazio alle sfumature. E le sfumature, in questa serata, sono arrivate soprattutto dai calici: una scelta coerente se si parla di un territorio che ha trasformato la propria complessità in un modello.
L’Alto Adige che dialoga con il Piemonte
Il Consorzio Vini Alto Adige sta portando il proprio racconto anche in Piemonte, soprattutto in Langa. Un tentativo interessante, e necessario, di creare un ponte tra due territori che hanno storie, velocità e culture del vino molto diverse. E se il Piemonte talvolta fatica ad aprirsi a momenti di “fratellanza vinicola” — vuoi per orgoglio, vuoi per tradizione — questa può essere davvero una bella occasione per uscire dal recinto. L’Alto Adige, del resto, nel dialogo è maestro da sempre: ha costruito la propria identità proprio sull’incontro tra mondi, climi, culture, tecniche e mentalità.
Alexandra Cembran Responsabile Marketing&Comunicazione Corsorzio Vini Alto Adige
I vini della serata
Una selezione trasversale, studiata per attraversare la geografia e la filosofia della regione:
Una batteria di vini così definita e sfaccettata avrebbe potuto coprire quasi tutti i piatti della cucina d’autore italiana. Infatti è successo una cosa unica e rara: sono stati i vini a nutrire i piatti, e non il contrario. I piatti – calibrato ed equilibrati – hanno offerto una cucina sottovoce, che hanno lasciato esplodere la complessità dei calici. Delicatezza, però, non significa debolezza, anzi: ma il compagno di viaggio” era davvero profondo e tremendamente sensibile.
Perché l’Alto Adige è difficile da battere (anche per i piemontesi)
La forza del vino altoatesino è una sintesi rara di elementi: altitudini spinte, escursioni termiche nette, vigneti ripidi che obbligano al lavoro manuale, una cultura del vino che nasce duemilacinquecento anni fa e un modello di qualità — oggi certificato anche dalle 86 UGA — che ha tolto ogni alibi alla mediocrità. È un territorio piccolo, quasi tutto DOC, che ragiona per precisione e non per quantità. Per questo, quando parliamo di bianchi, anche i piemontesi — affezionati a Gavi, Timorasso e Roero Arneis — devono ammettere che l’Alto Adige ha una marcia in più: una costanza e una verticalità davvero difficili da raggiungere altrove.
E allora sì, la serata a Opera Torino ha messo in scena proprio questo: un territorio che, anche fuori dai confini di casa, riesce a imporsi con naturalezza. Senza arroganza, senza rumore, solo con la solidità della propria identità. Una lezione di stile. E di dialogo.
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