Terre di Sarizzola, dove convivono tradizione e sostenibilità

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Terre di Sarizzola, l’azienda e i vini

Siamo nei colli Tortonesi in provincia di Alessandria, un territorio legato ai confinanti Oltrepò Pavese e Liguria, dove oltre a terreni storicamente vocati alla viticoltura, ricca è l’offerta di prodotti locali dai i tartufi alla fragolina di Tortona, il miele in tutte le sue varietà, il formaggio Montebore, il pane grosso di Tortona e i salumi. 

I vini di Terre di Sarizzola vengono fatti con propositi ben precisi, devono essere puliti e bevibili. Senza seguire mode o ascoltare le eco dei mercati, qui si fa vino da tanti anni e il Timorasso è protagonista tra i bianchi, e la Barbera è il rosso che fa letteratura. 

Mattia, la quarta generazione

A raccontarci Terre di Sarizzola è Mattia, titolare ed enologo, in squadra con la mamma Pietrina e lo zio Franco. Alla quarta generazione oggi, la storia dell’azienda parte dal nonno Secondo, quando il vino si vendeva sfuso. Almeno fino agli anni ’90, poi la svolta che ha aperto la strada all’azienda come la conosciamo. Mattia ci parla direttamente dalla vigna, cuffiette alle orecchie e mani tra i grappoli, perché non c’è un attimo da perdere e ogni momento è buono per controllare le uve. 

Parliamo subito dei vini perché ci sono davvero piaciuti. Abbiamo assaggiato il Biancornetto, Timorasso 2021, da uve di una singola vigna, un vero Cru. Il vino vede solo acciaio, rimane in bottiglia e il risultato è di una pulizia disarmante, un vino semplice e di grande carattere, con olfatto elegante e note in bocca piacevoli, fresche, minerali, con una punta sapida che permane anche dopo svariati minuti. Abbinabile a tutto. 

Il Derthona Timorasso 2023 ci spiazza. In realtà ce lo aspettiamo, perché il Timorasso quando balla, lo fa alla grande. Vino imponente, un bianco di grandissima struttura, sempre solo acciaio. Fa da comandante nella schiera dei bianchi del nord, nulla da eccepire. Colore goloso, oro puro giallo brillante. Denso, consistente. Minerale, sapido, cenni di note di boiserie, sbuffi pirici, richiami agrumati, sensazioni di mandorle e nocciole fresche. Un piccolo capolavoro. 

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Mattia crede nella filosofia bio, che con lui non è solo pensiero ma atto pratico da almeno dieci anni, quando chi lo faceva, ci credeva davvero e non solo per moda. Adottare il biologico vuol dire rischiare, perché nelle annate difficili è normale perdere una percentuale, seppur piccola. Nel 2024 (l’annata maledetta, ndr.) abbiamo perso almeno il 50% delle uve, ma lo abbiamo messo in conto”. Per questo il vino biologico si paga un po’ di più, ma la qualità è indiscutibile. 

Lavorare in una vigna a conduzione biologica è salutare, lo sanno anche i collaboratori che vengono da noi durante la vendemmia, ci chiamano loro, non dobbiamo nemmeno cercarli – ci dice Mattia.

Niente chimica, la concimazione si fa con il letame e grandissimo il valore aggiunto, “intorno ai 12 ettari circa di vigne, abbiamo mantenuto almeno 20 ettari di bosco, campi di grano e frutteti”. Questo perché la biodiversità è la chiave di lettura di questa azienda, “è la nostra storia, quando la viticoltura andava male, si puntava sui grani o sulla frutta, le coltivazioni avevano una loro rotazione, e tutto ha sempre contribuito a una ricchezza del terreno”. 

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L’uva si fortifica, il terreno è sano, qui tutto sa di sostenibilità ambientale. E il vino? 

“In cantina lavoriamo con pochissimi solfiti, per esempio usiamo il ghiaccio secco che produce Co2, si contiene l’ossidazione e possiamo ridurre l’uso di solforosa”. 

Il Derthona si presenta con un bel tappo a vite, di svitata memoria. Anche questo sostenibile perché si ricicla facilmente insieme alla bottiglia. Quest’ultima categoricamente leggera, “non c’è bisogno di bottiglie pesanti – dice Mattia – quelle vanno bene per lo spumante ma non per il fermo, che se è buono rimane tale anche nella bottiglia leggera”. Il packaging non vuole polistirolo e solo cartone avana e non bianco verniciato. 

Quante bottiglie produce Terre di Sarizzola? Circa 30mila e arrivano il 50% all’estero. Dagli Stati Uniti al Canada e Messico e poi tutto nord Europa, Belgio, Danimarca, Germania e poi Ucraina. Un piccolo affaccio per ora su Giappone, Corea e Taiwan. 

Le linee sono di poche varietà autoctone, che si dividono in una prevalenza di Timorasso, a seguire Barbera, Cortese e Favorita. Una piccolissima percentuale (30%) di Merlot con il 70% di Barbera nel Gambarasca, giusto per dare un taglio bordolese. 

Tra i rossi consigliamo la Barbera Monleale Colli Tortonesi Doc che qui ha una vocazione particolare. Monleale è una zona di eccellenza “nella parte collinare più bassa dei colli Tortonesi, perché in altitudine la Barbera non matura bene”, dalle uve delle vigne più vecchie dell’azienda. Monleale vuole il legno, barrique o tonneau di vari passaggi, scarichi, rimane prima sei mesi in acciaio, poi due anni di legno e infine in vasca per smussare eventuali spigolature o finalizzare la pulizia. Il riposo in bottiglia arriva anche a un anno e mezzo. La linea di Barbera Campo della Chiesa invece fa cemento, con affinamento al massimo per due anni, poi esce sul mercato. 

Il segreto dell’azienda?

Il metodo cadrega dice Mattia, ossia il rimanere seduti, aspettare. Il tempo fa tutto”. Non c’è fretta qui, il vino si fa assaggiando e non esistono regole fisse. Problemi di caldo? “Non particolarmente – ci spiega Mattia – abbiamo tolto gli impianti a fondovalle, ma a 350 metri slm stiamo bene, confiniamo con la Liguria e sentiamo il mare e il vento, questa è una zona di confine, con buone escursioni termiche”. 

Ci troviamo tra Liguria, Oltrepò Pavese, in parte anche l’Emilia-Romagna. Le città di riferimento sono Piacenza e Pavia, Mattia ha studiato a Milano “questo luogo è un crocevia di tante culture”. 

Non dimentichiamo il Cortese, vitigno storico della zona, essendo vicino a Gavi, viene prodotto in parte per l’imbottigliamento e in parte mantiene la tradizione dello sfuso. Alla Favorita una linea dedicata per una sola piccolissima vigna. In tutto, entrambi contano poco più di un ettaro e mezzo. 

L’approccio al consumatore? “Fare vini buoni, l’alcol è relativo, puoi arrivare a 14,5 gradi alcol nel bianco ma non sentirli. A tavola la bottiglia deve finire, questa è l’unica regola”. 

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