I 70 anni della Carta Geografica di Livio Felluga

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Tempo di Lettura: 4 minuti

È necessario tornare indietro di 70 anni per capire da quando la Carta Geografica veste fieramente tutti i vini di questo marchio

Nelle righe successive narriamo di quando Livio, definito il patriarca della viticoltura di collina, arrivò sulle stesse, allora progressivamente abbandonate a causa delle difficoltà economiche, dell’emigrazione e delle trasformazioni in atto nel mondo agricolo. Lui riconobbe invece un patrimonio da recuperare, riportò la vite sulle stesse, riscattò vigneti storici, acquisì nuove parcelle, per poi iniziare a vinificare, ad apporre il suo nome sulle bottiglie dei suoi primi vini nel 1956. Dopo il racconto di come tutto ha avuto inizio quell’anno, di quali vitigni scelse di utilizzare, seguono le tappe enologiche del nostro viaggio con la famiglia, con i relativi abbinamenti proposti via via, dei tre luoghi diversi, ancora oggi significativi per la sua famiglia, in cui ci hanno portato.

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La visione di Livio Felluga tra vitigni ed etichette

Lui proprio in quell’anno ebbe l’intuizione, davvero geniale, di affidare a un’antica rappresentazione geografica del Friuli Venezia Giulia, acquistata in un negozio di antiquariato a Udine, la sua dichiarazione di appartenenza al territorio, ritenendola il manifesto della sua filosofia secondo cui ogni vino nasce prima di tutto dal luogo che lo rende possibile. Si dedicò in particolare alle varietà bianche ritenendo che le colline potessero dare vita a dei vini bianchi capaci di maturare con eleganza, complessità, profondità e, perché no, capaci di sfidare il tempo. Settant’anni dopo quella stessa idea continua a orientare il lavoro in vigna e in cantina fatto dalla sua famiglia. Loro oggi gestiscono 187 ettari vitati, con oltre 320 parcelle, tra le denominazioni di Collio, Friuli Colli Orientali, per brevità detta COF, e Rosazzo.

I vitigni su cui Livio scelse di puntare allora erano il Friulano, il Pinot Grigio, il Sauvignon oltre alla Ribolla Gialla, vinificati in purezza secondo le concezioni di allora, e tuttora presenti nella loro gamma. Bisogna attendere il 1981 per l’uscita di Terre Alte, loro primo assemblaggio, nato su suggerimento di Maurizio, suo figlio maggiore, che vede le uve di Friulano, Pinot Bianco (presente solo nei loro assemblaggi) e Sauvignon. Questa etichetta, secondo assemblaggio del Friuli Venezia Giulia, dette il via da allora in poi a nuove prospettive enologiche per i vignaioli della regione.

Il racconto della celebrazione

La famiglia rappresentata dai fratelli Andrea e Filippo, da Laura figlia di Andrea, da Vittoria figlia di Maurizio, ci ha portato in un percorso da Venezia a Udine, sino all’Abbazia di Rosazzo (gestita da loro sin dal 2009), scegliendo per noi, per celebrare l’importante anniversario, un percorso di racconto, condivisione, degustazione.

Per ognuna delle tappe sono stati scelti determinati vini. L’esordio è stato da Harry’s Bar, iconico locale veneziano, con un calice di Ribolla Gialla del 2025, vino preferito dagli antichi Dogi, servito come aperitivo, seguito da Friulano, Pinot Grigio e Sauvignon, tutti del 2020, per darci modo di testare la loro longevità.

I tre bianchi serviti all'Harry's Bar_livio felluga_testo
I tre bianchi serviti all’Harry’s Bar

Si sono rivelati ideali accompagnati da “Harry’s Bar sandwich, pierini e baccalà mantecato con polenta”, serviti in apertura, seguiti da “Tagliolini Cipriani con la seppie”. Il proseguo del viaggio è stata una cena dal ristorante Vitello d’oro (dal 1849 nel cuore della città di Udine), dove con la prima annata 2018 della linea Cru ci sono stati serviti nell’ordine: il Sauvignon Potentilla con “Tagliatelle di calamari, fondente di peperoni gialli e arancia, mandorle tostate”, seguito da il Friulano Sigar con “Risotto con scampi cotti e crudi e polvere di capperi”, per poi avere il Pinot Grigio Curubella con “Scaloppa di ombrina alla brace, il suo fondo, chips di patate e funghi finferli”. A completare una cena a nostro parere notevole per i vini e gli abbinamenti assolutamente riusciti, è stato servito il Picolit 2017 con dello Stilton.

A conclusione del percorso è stato allestito un pranzo presso la Sala degli Affreschi dell’Abbazia, dove tre annate, del vino a essa dedicato Abbazia di Rosazzo DOCG, hanno visto la 2016 con “Spiedino di mazzancolle al rosmarino con crema di ceci”, la 2021 con “Ravioli di Scarpena con fasolari”, la 2013 invece con “Ricciola del Mediterraneo con datterino giallo arrostito e patate prezzemolate”. Ogni momento di questo viaggio eno-gastronomico, sin da Venezia, è stato speciale, goloso, con abbinamenti in cui il vino esaltava i piatti e viceversa.

La tavola all'Abbazia di Rosazzo
La tavola all’Abbazia di Rosazzo

Dal racconto del viaggio al Vigne Museum

Questo percorso di calici, di piatti serviti in abbinamento, creato dalla famiglia, che ci ha fatto sentire accolti con la loro tipica calda ospitalità, riteniamo abbia voluto rendere omaggio a Livio, alla sua visione per la viticoltura di collina, al suo affetto per le vigne storiche di Rosazzo, dove lui amava soffermarsi ad ammirare le terre. Lì i figli, nel 2014, per i suoi cent’anni gli hanno dedicato l’installazione del Vigne Museum. Concepito come architettura permanente dedicata alla vite e al paesaggio, nato su progetto dell’architetto Yona Friedman e dell’artista Jean Baptiste Decavèle, è composto da cerchi metallici che rendono il paesaggio parte integrante dell’opera, con al suo interno cento barbatelle destinate a crescere liberamente lungo l’architettura, trasformandola nel tempo. Il susseguirsi delle stagioni, lo sviluppo della vegetazione, il mutare della luce ne rinnovano continuamente l’aspetto.

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