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Rosset Terroir, la Valle d’Aosta tra pendenze estreme e monocultivar
L’azienda valdostana di Nicola Rosset sul mercato dal 2001 raccontata dal suo enologo, Matteo Moretto. In arrivo due nuovi monocultivar a base di Fumin e Torrette, per una produzione che conta 70mila bottiglie l’anno e ha export in tanti paesi nel mondo.
Siamo in val d’Aosta, in una delle zone più aride d’Italia e dove da poco è stata introdotta l’irrigazione di soccorso. Rosset Terroir i trova esattamente a Quart in località Torret de Maillod, nella zona più a sud del comune e guarda a ovest la città di Aosta, poco lontana.
Le pendenze sono impervie e i terrazzamenti permettono una viticoltura che senza lo zampino dell’uomo, qui non esisterebbe. Su terreni di origine glaciale, ricchi di sabbia e di roccia, i vigneti si diramano in quattro zone principali, con esposizioni prevalenti a sud. Chambave e Mont Jovet (Bassa Valle), Saint-Christophe (Media Valle) e Villeneuve (Alta Valle) e una quinta zona dall’anno scorso in Saint-Pierre.
La viticoltura valdostana
Le vigne hanno diverse età, dalle più giovani alle più anziane, arriviamo ai 40 anni. Del resto, la viticoltura valdostana vanta una storia relativamente recente, complici la difficoltà dei terreni e una tradizione rivolta ad altri tipi di colture o comunque conduzioni famigliari. Una sola la Doc per sette sottozone. Grazie al genio di Costantino Charrère, patron di Les Cretes per intenderci, il percorso vinicolo della Valle d’Aosta ha portato ad oggi produzioni di grande qualità, partendo da una tradizione recente. I numeri sono relativamente bassi perché qui la raccolta è tutta manuale, gli appezzamenti sono legati alla conformazione dei terreni e le altitudini davvero impietose.
Rosset si difende bene, con le sue linee che propongono scelte stilistiche davvero interessanti. Bianchi: Petite Arvine, Chambave Muscat, Pinot Gris, Sopraquota 900 Cru (Petite Arvine), Chardonnay 770 Cru, Premisse (blend di uve bianche valdostane, vino d’ingresso). Rossi: Pinot Noir 850, Cornalin, Nebbiolo, Syrah 870, Trasor (blend di uve rosse valdostane, vino d’ingresso). Tra la prossima estate e l’inverno 2026 usciranno, con la volontà di Nicola Rosset che crede nella territorialità, i vini a base Fumin, elegante e fruttato e Torrette più longevo, complesso.
Le intemperanze climatiche si fanno sentire, da anni le stagioni si susseguono in una serie di imprevisti che minano il raccolto, l’anno scorso ci hanno rimesso almeno il 60% della vendemmia. L’annata 2025 invece è finalmente regolare, simile alla 2019.

È stata una bella vendemmia, sia qualitativa che quantitativa. Le quantità, infatti, c’erano già in primavera in fioritura, con una stagione piovosa al punto giusto che ha reso i terreni belli umidi. Inoltre, non abbiamo avuto problemi di patogeni. L’estate è stata una delle minori degli ultimi venti anni.
Il caldo non è mancato ad arrivare ma le escursioni termiche hanno aiutato tantissimo.
Le correnti ventose arrivavano da ovest, quindi dalla Francia – continua – cosa che ha fatto rimanere l’umidità relativa sempre stata sotto il 50%. Negli ultimi sei–sette anni, invece, il vento arrivava da est e questo ci portava ad avere sempre umidità al 70 per cento cosa che rendeva molto difficile il controllo della peronospora. Quest’anno c’erano condizioni ottimali per la giusta crescita vegetativa delle piante a maturazione delle uve.
A quanto pare, le due basi di Torrette e Fumin sono ottime. Il primo farà un lungo affinamento e il Fumin avrà una tendenza più intensa, con sentori ricchi di frutto e dai profumi vivi. Buone le acidità anche per il Syrah per il quale si utilizzano anfora, orci di terracotta e barrique.
Con questo vino cerco molto il territorio e anche la spiccata nota speziata, per un vino moderno. Ripeto: usciranno dei bianchi molto fragranti, molto profumati e rossi veramente freschi – chiude Moretto.
Il lavoro di gruppo di queste aziende è ancora complicato, il Consorzio esiste da due anni ma ancora non ha creato un sodalizio tale per operare insieme nella medesima direzione. Il potenziale nella regione però è molto alto, le caratteristiche sono tutte favorevoli e la produzione aziendale di Rosset vorrebbe arrivare almeno a cento mila bottiglie e raggiungere mercati difficili come la Cina dove la ricerca di qualità nel wine e food è in continua crescita. Per ora vanno bene Francia, Svizzera, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Repubblica Ceca, Stati Uniti (California, Vermont, New York), Giappone, Indonesia.
La storia

La famiglia Rosset inizia come distilleria, è infatti notissimo il Genèpy, o Artemisia umbelliformis nel campo di Thouraz a oltre 1.600 metri. Nel 2001 la famiglia decide di ampliare la produzione e inizia con tre ettari di vigneto, a Saint Christophe, dove vengono piantati Chardonnay, Syrah e l’autoctono Cornalin. Negli anni, Rosset Terroir ha ampliato la sua superficie vitata, acquisendo nuovi appezzamenti in zone ad altitudini elevate. Oggi, l’azienda coltiva 13 ettari di vigneti.
Un passaggio cruciale nella crescita dell’azienda si è verificato nel 2017, quando con l’acquisto di due ettari di vigneto situati a oltre 900 metri di altitudine nel comune di Villeneuve. Qui, su pendii con pendenze del 50%, viene coltivata la Petite Arvine, un vitigno autoctono che ha dato origine al Sopraquota 900, un vino che nel 2021 è stato premiato come miglior bianco d’Italia dal Gambero Rosso. Questo riconoscimento non solo ha segnato un momento di svolta per l’azienda, ma ha anche portato Rosset alla ribalta internazionale, consolidando la sua reputazione come una delle realtà vitivinicole più prestigiose della Valle d’Aosta.
La scelta bio
Dal 2014, Rosset ha abbandonato l’utilizzo di prodotti di sintesi, puntando su una viticoltura rispettosa dell’ambiente, attualmente in conversione biologica. Inoltre, l’azienda utilizza impianti fotovoltaici per alimentare completamente le sue strutture e ha introdotto l’uso di materiali come legno e terracotta in cantina, essendo pioniera in Valle d’Aosta nell’impiego di anfore per l’affinamento dei vini.

Le scelte in cantina di Matteo sono tutte frutto di sperimentazione. Il legno è per lo più barrique, le fermentazioni avvengono in tini troncoconici per i rossi. Petite Arvine e Pinot Grigio in acciaio, e per il Moscato l’uso di anfore per sosta sulle bucce di almeno 8 mesi. L’anfora è lo stendardo di Matteo Moretto, introdotta nel 2016 categoricamente Tava, si presta bene per il Syrah, dove la barrique viene sostituita, per sottolineare il frutto e l’eleganza. Utilizzata anche per il Moscato perché lo aiuta a mantenere linearità organolettica naso-bocca. La ricerca è sempre tesa verso acidità spiccata, la finezza della beva, rinunciando a una parte di complessità che richiederebbe un grande lavoro su macerazioni e affinamenti. L’anno prossimo ci sarà l’ingresso del cemento, l’enologo vorrebbe sostituire del tutto l’acciaio, per ora solo problemi di spazio impediscono questo progetto.
Questi sono i tipici vini eleganti e raffinati delle montagne, ed è impossibile non riconoscerne il tratto. Matteo infatti precisa che “qui facciamo la Val d’Aosta e non il Piemonte, questo deve distinguerci”. Vini moderni che sfidano i grandi nomi del panorama nazionale.
La degustazione
Syrah 870 Valle d’Aosta Dop 2022
Il vigneto ha venti anni e nasce su terreno sabbioso, limoso e pietroso a 800 metri s.l.m. La vendemmia viene suddivida in tre masse: una parte viene posta in tino di rovere francese, dove avviene la fermentazione alcolica e a seguire in barriques di rovere francese per circa 12 mesi. Le restanti due parti rispettivamente in anfora e orcio toscano, dove vengono fatte fermentare e affinare con contatto pellicolare per oltre 8 mesi.
Il colore rosso rubino con cenno porpora, ci piace perché è un vino agile, fresco, avvolto da frutta matura, nota balsamica. Il gusto è un palcoscenico di spezie e coerente con l’olfatto, con cenni salmastri molto interessanti. Un vino brioso e moderno per la sua fragranza. Tipica espressione di rosso di montagna.
Nebbiolo Valle d’Aosta Dop, 2022
Da uve di vigneti di dieci anni a Montjovet, a 500 metri con esposizione a nord-sud. Un magnifico colore scarico tipico, il naso fruttato e fine, la polpa di frutto è lieve, trama ancora giovane, sorso lineare e verticale. La spezia si insinua tra le note erbacee e il sorso chiude in una freschezza audace. Esemplare Nebbiolo di montagna.
Petite Arvine Valle D’Aosta Dop 2022
L’area di produzione è Devin Ros a Montjovet, da vigne a 600 metri. Il terreno è sabbioso. Un giallo brillante apre questo vino a uno scenario olfattivo intenso e complesso, l’impronta è minerale e floreale, si apre poi a erbe di montagna, il sorso ricorda i paesaggi incantevoli della Val d’Aosta. Un riverbero di frutta gialla, quasi un’eco esotica che però si declina sui caratteri della regione, i declivi assolati e impervi tornano in mente, e poi il finale ben definito al gusto, grazie all’acidità presente. Ottimo quadro del territorio.
Chambave Muscat Valle D’Aosta Dop 2022
Uve Moscato in purezza dalla zona di Champlan, Grenella e La Meyaz (Chambave), vigneti dai 10 ai 40 anni a 800 metri. Il terreno è sabbioso e roccioso. Il giallo è paglierino con riflessi dorati, l’olfattiva si inebria di profumi, il frutto (pesca bianca) si amplifica in un ventaglio minerale che si arrotonda con note di fiore e cenni di miele, sul finale erbaceo (timo). Il sorso ha spiccate note minerali, richiama la parte erbacea e lascia il palato pulito e definito.

credits photo evidenza e copertina: ©StopdownStudio







