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A Bubbio la viticoltura si riscrive tra dati meteo e suoli
A Bubbio, tra boschi di roverella, noccioleti e i pascoli della Robiola di Roccaverano, il vigneto convive da sempre con una natura aspra, quasi selvatica. Eppure, proprio qui, tra le pieghe della Langa Astigiana, si sta giocando una delle partite più lucide della viticoltura piemontese contemporanea. Il 2 ottobre, la Cantina Colombo ha aperto le porte per una tavola rotonda che ha azzerato la retorica da cartolina: sul banco di prova, senza filtri, sono finiti suoli, termometri e la tenuta acida del calice di fronte al clima che cambia.

Il mare sotto le radici
Parlare di terroir in Val Bormida significa scavare a ritroso tra i 30 e i 2 milioni di anni, quando queste colline erano il fondale dell’antico bacino marino ligure-piemontese. “La Val Bormida è un condensato di risorse e contrasti”, ha ricordato il geologo Edmondo Bonelli. Un mosaico geologico dove marne, arenarie e formazioni gessose determinano risposte idriche radicalmente opposte: sabbie fini che drenano all’istante e costringono la pianta a lottare per ogni goccia, alternate a lenti marnoso-limose capaci di fungere da cuscinetto durante i picchi termici. In un’annata come il 2026, segnata da massime estive di 37 °C e siccità severa, la gestione della riserva idrica non è più agronomia teorica, è la discriminante tra un vino equilibrato e un frutto cotto.
L’Alta Langa e l’ossessione della freschezza
Se la temperatura media dell’areale di Serole (At) ha guadagnato 1,6 °C in trent’anni, l’altitudine – qui le vigne spaziano dai 165 agli oltre 550 metri – diventa la linea di difesa primaria. Non è un caso che la Val Bormida pesi oggi per oltre un terzo della denominazione Alta Langa Docg: circa 200 ettari su 500 complessivi, con Bubbio che da sola conta 29 ettari dedicati al solo Pinot Nero su 93 aziende censite.
Vincenzo Gerbi ha messo a fuoco il vero nodo enologico: l’acidità: “Il vino non è una formula industriale rimodellabile a tavolino; è identità legata al luogo”. Negli spumanti Metodo Classico la quota acida è architettura, nerbo e prospettiva temporale. Lo sanno bene Antonio e Andrea Colombo, che dal 2003 hanno scommesso su Pinot Nero e Chardonnay (oggi circa 95.000 bottiglie prodotte su 10 ettari) per dimostrare come queste pendenze possano regalare bollicine millesimate tese, verticali e affilate.

La vite tra dati meteo e disincanto
A supportare il cambio di passo c’è la ricerca universitaria. Silvia Guidoni (DISAFA – Università di Torino) ha presentato i modelli di zonazione topo-meteorologica e la piattaforma Clima e Vite: il primo, stazioni georeferenziate capaci di mappare i singoli microclimi per orientare le scelte agronomiche quotidiane, dai portinnesti alle coperture erbose, fino alla gestione delle pareti fogliari; il secondo, uno strumento di libera consultazione per condividere strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.
Questi strumenti permettono di scegliere con maggiore consapevolezza dove impiantare nuovi vigneti, come gestire l’acqua e quali pratiche adottare per mitigare gli effetti del clima estremo.
Infine, lo sguardo scientifico e disincantato di Antonio Colombo – cardiologo e fondatore della cantina insieme al figlio Andrea – ha sgomberato il campo dalle semplificazioni salutistiche: il vino è piacere, cultura agricola e rigore artigianale; pretendere di venderlo come medicina ne snatura il valore culturale. Ma al contempo Colombo ha ricordato che un consumo moderato di vino, associato a una dieta sana e a uno stile di vita corretto, è compatibile con il benessere. Uno studio del 2026 su oltre 7.400 persone ha mostrato che la mortalità più bassa si registra in chi segue la dieta mediterranea con un consumo moderato di vino, non di altre bevande alcoliche.
La Val Bormida si affranca così dal ruolo di retrovia silenziosa delle denominazioni piemontesi più blasonate. In una fase di profonda transizione per l’intero comparto vinicolo, questo territorio delinea una via fondata sulla lettura analitica della geologia, sulla salvaguardia della biodiversità e su una reale convergenza tra ricerca agronomica e comunità produttiva. Più che affidarsi a promesse a lungo termine, la Valle sceglie la precisione del lavoro sul campo: una risposta concreta alle sfide del clima che dimostra come il futuro sia già saldamente radicato nella terra.








