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Dal convegno “Voltiamoci avanti – Vino: pensare Top e progettare Pop” una riflessione su come avvicinare nuovi consumatori senza perdere il legame con il territorio
La parola chiave è una: semplicità
Rendere il vino comprensibile, accessibile, capace di trovare spazio nella vita quotidiana. Senza impoverirne la storia e senza trasformarlo in qualcosa che non è. È da qui che è partita la riflessione dell’incontro, organizzato al Centro Congressi di Garda dal Consorzio Vini Bardolino lo scorso 10 ottobre, in occasione dei suoi cento anni.
Un appuntamento che ha messo intorno allo stesso tavolo voci provenienti da mondi diversi, dalla gastronomia alla comunicazione, dall’impresa alla ristorazione, per provare a rispondere a una domanda che riguarda tutto il settore: come può il vino continuare a essere protagonista in un mercato che cambia, nel quale le occasioni di consumo si moltiplicano e le nuove generazioni cercano linguaggi differenti?
“Il vino deve essere semplice. Comprensibile e accessibile, a tutti”, ha spiegato il presidente del Consorzio, Fabio Dei Micheli, dopo i saluti del sindaco di Garda, Davide Bendinelli, e i videomessaggi del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del presidente della Regione Veneto Alberto Stefani, entrambi impegnati a sottolineare anche il ruolo della viticoltura nella tutela e nel presidio del territorio.

Il concetto di pop non va confuso con quello di banalizzazione. Dei Micheli lo ha richiamato attraverso la pop art, capace di trasformare oggetti e immagini della cultura quotidiana in strumenti di comunicazione immediati, ironici e riconoscibili.
Con il Bardolino vogliamo fare lo stesso, per parlare a un pubblico sempre più ampio, a partire dai turisti che già incontriamo sui nostri territori.
Il progetto guarda dunque anche a chi visita il Garda, magari senza conoscere a fondo i suoi vini, ma con la curiosità di scoprire qualcosa di autentico. L’obiettivo è trasformare quell’incontro occasionale in una relazione duratura, lavorando tanto sull’offerta quanto sulla domanda.
Intercettare i nuovi consumatori, partendo dal territorio
A fare una panoramica è stato Carlo Flamini, responsabile dell’Osservatorio del Vino di Unione italiana vini. Il vino si trova oggi a competere con una gamma sempre più ampia di bevande, capaci di rispondere a esigenze e momenti di consumo differenti. Per questo non basta interrogarsi sul prodotto o sul modo di raccontarlo: occorre capire dove, quando e perché le persone scelgono di bere.
La sfida non è necessariamente cambiare il prodotto o il linguaggio, ma intercettare nuovi bisogni e rendersi visibili nei luoghi e nei momenti in cui questi si manifestano.
Per il Bardolino, una parte importante della risposta è già a portata di mano: il territorio, con i suoi flussi turistici e la presenza di ristoranti, locali e luoghi di aggregazione.
È qui che il vino può incontrare un nuovo pubblico, purché ci sia un lavoro condiviso sulla formazione degli operatori, sulla capacità di proporlo e sulla ideazione di nuove experience. Perché un vino conosciuto durante una vacanza può diventare anche il vino da cercare una volta tornati a casa.
Il confronto, moderato dal giornalista Giacomo Mojoli, ha allargato ulteriormente lo sguardo. Andrea Amadei, sommelier, gastronomo e content curator di The Art of Wine, il pizzaiolo Renato Bosco, Andrea Pernigo, presidente di Pernigo Group, Diego Rossi, chef e titolare del ristorante Trippa, e Margherita Tovo, cofondatrice di Meracinque, hanno portato esperienze differenti, accomunate dalla necessità di costruire identità riconoscibili e comunicare in maniera diretta.
Il punto non è necessariamente inseguire ogni nuova tendenza, ma capire quali elementi rendono un prodotto interessante per le persone e come raccontarli senza complicazioni inutili. Semplicità, coerenza, autenticità e trasparenza sono diventate così le parole di un confronto che ha messo al centro il rapporto tra valore e accessibilità.

Un secolo di storia, con il carattere di sempre
Per capire tutto, però, bisogna tornare alle origini. Nel 1926 nasceva il primo Consorzio di difesa del vino tipico Bardolino, con l’obiettivo di tutelare una produzione che aveva già conquistato una certa notorietà. Ma le radici sono molto più antiche: le prime testimonianze dell’utilizzo del vino nell’area risalgono all’epoca romana, mentre nel Medioevo furono anche le istituzioni religiose a favorire la coltivazione della vite.
È nell’Ottocento che il suo nome comincia a identificare i vini di questa parte del Garda veronese. La popolarità cresce nel secolo successivo, tanto che il prodotto diventa oggetto di imitazioni: lo storico giornalista enologico Zeffiro Bocci lo avrebbe ricordato come uno dei vini più plagiati d’Italia, indicativo della fama raggiunta.
Nel 1968 arriva la Doc, seguita nel 1969 dalla nascita dell’attuale Consorzio di tutela. Da allora la denominazione ha attraversato fasi differenti, fino al percorso di rinnovamento avviato negli anni Duemila, con il recupero della propria identità territoriale e stilistica.
Luigi Veronelli lo definiva “simpatico”: un aggettivo che restituisce bene l’idea di un rosso che non ha mai cercato di imporsi attraverso la potenza, ma con la freschezza, la bevibilità e la capacità di stare a tavola in tante situazioni diverse.
Bardolino e Chiaretto, due espressioni dello stesso territorio
Il paesaggio in cui nasce contribuisce a spiegare questa identità. Sulla sponda veneta, le colline moreniche incontrano le influenze del lago, le brezze e i rilievi del Monte Baldo. Un mosaico di condizioni climatiche e di suoli che offre alle uve un contesto particolare.
La Corvina Veronese, vitigno simbolo, è affiancata principalmente da Rondinella e Molinara. Ne nasce un rosso leggero, fresco e con una gradazione alcolica contenuta, che trova nella versatilità uno dei propri punti di forza. Non soltanto un vino da occasioni speciali, ma una bottiglia da condividere con naturalezza, dalla cucina quotidiana alla convivialità informale.
Accanto c’è il Chiaretto di Bardolino, espressione in rosa, e interprete altrettanto trasversale del territorio. Dall’aperitivo alla tavola, fino alle nuove possibilità offerte dalla mixology, il rosato amplia le occasioni in cui la denominazione può farsi conoscere.
Oggi il Consorzio riunisce un migliaio di soci, con oltre 600 viticoltori, e rappresenta circa il 92% della produzione. La superficie vitata è di circa 2.400 ettari, di cui 1.000 dedicati al Chiaretto. Per il 2026 è prevista una produzione di circa 20 milioni di bottiglie, equamente ripartite tra Bardolino e Chiaretto, con oltre il 60% destinato ai mercati esteri.
Numeri che raccontano una denominazione consolidata, ma anche la necessità di continuare a cercare nuovi spazi e nuove occasioni di incontro con il pubblico.

Pensare in grande, parlare in modo semplice
Il centenario non è solo una celebrazione del passato, ma la possibilità di trasformare la storia in uno strumento per costruire il futuro. Il Bardolino Pop Garden, con cibo, musica e arte, ne rappresenta una delle espressioni più concrete: portare il vino fuori dai contesti tradizionali e inserirlo in un’esperienza più ampia, fatta di relazioni e condivisione.
La sfida è trovare un equilibrio tra ambizione e immediatezza, dove Pensare Top e progettare Pop significa riconoscere che la qualità non ha bisogno di essere complicata per essere apprezzata.
Il Bardolino prova così a ripartire da ciò che lo ha reso riconoscibile: un vino legato al suo paesaggio, senza chiedere particolari istruzioni per essere capito. Perché, in un mondo spesso concentrato sulla necessità di spiegarsi, la semplicità può diventare una scelta consapevole. E persino una strategia per continuare a farsi scegliere.







