Vistorta, il Merlot e l’arte di continuare a cercare

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Il Merlot rimane il protagonista, l’approccio cambia con il tempo

Nel cuore della campagna friulana, una tenuta con oltre 150 anni di storia continua a cambiare senza perdere la propria identità. Fermentazioni spontanee, biodiversità, ricerca in cantina: Alec Ongaro racconta un’azienda che considera la sperimentazione una parte naturale del proprio percorso.

Ci sono luoghi nei quali la storia sembra qualcosa di immobile, custodita negli edifici, nei vigneti vecchi e nei racconti di famiglia. A Vistorta, nel territorio di Sacile, la storia invece sembra avere trovato un modo piuttosto curioso di rimanere viva: continuando a cambiare.

La Tenuta dei Brandolini ha radici che arrivano al 1872, quando Guido Brandolini fondò l’azienda agricola. Oggi Vistorta è un piccolo borgo agricolo immerso nel paesaggio friulano, con la villa circondata dal grande parco progettato da Russell Page, vigneti, boschi, siepi e seminativi. Il Merlot, presente qui dalla fine dell’Ottocento, è il filo rosso della storia vitivinicola. Ma raccontare Vistorta soltanto attraverso il suo vitigno simbolo sarebbe riduttivo.

Perché, negli ultimi decenni, ha continuato a interrogarsi su come fare vino. E Alec Ongaro è una delle persone che meglio possono raccontare questo percorso: è arrivato qui nel 1994, quando il progetto di Brandino Brandolini d’Adda aveva già preso forma, e da allora ha attraversato più di trent’anni di vendemmie.

Quando arriva, Brandino cerca giovani agrari ancora da formare, quasi dei “lenzuoli bianchi”, come li definisce Alec. Al loro fianco c’è Georges Pauli, enologo di Domaine Cordier, che diventerà il suo mentore.

La prima parte è stata una parte di studio, una parte di comprensione e di sperimentazione.

Sono anni nei quali Vistorta guarda a Bordeaux e sperimenta tecniche diventate comuni solo negli anni a venire. La criomacerazione del Merlot con ghiaccio secco, per esempio, viene sperimentata già nel 1996. Ma la vera lezione non sembra essere stata una tecnica particolare. È piuttosto un metodo: osservare, provare, capire cosa succede e poi ricominciare.

È sempre cambiata Vistorta. Non è mai qualcosa di statico. Una frase che potrebbe essere presa come la sintesi dell’intera filosofia aziendale.

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Alec Ongaro e Brandino Brandolini

Dal Merlot alla materia prima

Nei primi anni Ongaro impara a riconoscere le differenze tra le vasche, poi quelle tra le uve e, progressivamente, quelle tra i diversi vigneti. Dal 2000 il Vistorta viene prodotto con Merlot in purezza, mentre negli anni precedenti piccole percentuali di altre varietà, come il Cabernet franc, potevano entrare nell’assemblaggio. Successivamente arriva un lungo lavoro di parcellizzazione, per comprendere meglio le differenze tra le diverse parti della tenuta e portare in cantina uve raccolte al momento della loro migliore maturazione. Oggi, con vigne che hanno ormai trent’anni e oltre, quelle differenze si sono in parte attenuate. Ma il lavoro di osservazione continua, attraverso micro vinificazioni e prove sulle diverse parcelle.

La strada non è conclusa. Stiamo continuando anche oggi con questa annata grandissima, la sperimentazione, le micro vinificazioni, la volontà di comprendere cosa abbiamo in campo.

È forse questo il punto: la tradizione, a Vistorta, non coincide con il ripetere sempre la stessa cosa.

Meno interventi, più ascolto

Negli anni il percorso ha portato anche a una progressiva riflessione sul concetto di intervento. Non significa rifiutare la tecnologia o trasformare l’enologo in uno spettatore, ma capire quando sia davvero necessario intervenire.

Il nostro percorso non è tanto quello di escludere tutti gli aiuti dell’enologia moderna, ma è quello di comprendere l’utilizzo, il senso dell’utilizzo, il vero bisogno.

La stessa filosofia si è sviluppata in vigneto. La conversione all’agricoltura biologica si è conclusa nel 2008 e oggi Vistorta gestisce secondo principi biologici anche i seminativi, con rotazioni e cover crop orientate alla fertilità del suolo.

Qui, però, la biodiversità non è soltanto una parola diventata di moda. A Vistorta siepi e boschi sono sempre rimasti parte del paesaggio. Non penso sia una volontà, è un modo di vivere. Un ecosistema nel quale anche la vite porta in cantina qualcosa di quel mondo: La risposta è proprio nella vitalità delle piante.

Un’uva più viva

Macerazione a barrique aperte_copertina_vistorta

È forse uno degli aspetti più interessanti del racconto. Dopo anni di degustazione delle uve, anche il passaggio al biologico ha permesso di osservare differenze non semplicemente analitiche.

È un’uva più presente, più realmente viva, con un’energia e una espressività differente.

Un’idea che torna quando si parla delle fermentazioni spontanee: la presenza di lieviti indigeni e la vitalità della materia prima diventano parte di un ecosistema che non termina quando l’uva entra in cantina. È una visione che trova un riscontro anche nella produzione attuale di Vistorta, che accanto al Merlot propone vini come Bianca, da Friulano, e Brando, espressioni della ricerca sulle fermentazioni spontanee e sulle macerazioni prolungate.

Guardare avanti, senza sapere esattamente dove si arriverà

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credits photo: @LuiseDeBelle

La parola che ritorna più spesso è forse sperimentazione. E sperimentare, per definizione, significa accettare di non sapere già quale sarà il risultato. “La sperimentazione è aprire una strada nuova e non sai cosa accadrà, cosa troverai” dice –  “Essere in una foresta e cominciare con un’accetta a farti spazio, magari trovi una strada che è interrotta”.

È un’immagine perfetta per raccontare il suo modo di intendere il lavoro. Anche l’errore, quindi, non viene considerato un incidente da cancellare, ma una parte del percorso: Tutti i giorni commettiamo errori, facciamo errori.

E mentre il clima cambia, anche la capacità di osservare diventa fondamentale. Ma non esiste una risposta uguale per tutti: bisogna partire dal territorio, capire come reagisce e confrontarsi con ciò che accade altrove.

Alla base ci deve essere l’osservazione del territorio, perché ciascuno risponde ai cambiamenti a modo suo.

Forse è proprio qui che Vistorta trova il modo di tenere insieme passato e futuro. C’è un Merlot arrivato alla fine dell’Ottocento, ci sono vigneti maturi, una storia familiare e un paesaggio che conserva ancora molti dei suoi elementi. Ma c’è anche la voglia di provare, sbagliare, osservare e ricominciare.

Alec ha un piccolo sogno ancora da realizzare: Vinificare in vigna, lavorando alcune piccole parcelle direttamente dove nascono le uve. Non per aggiungere un’altra tecnica alla collezione, ma per “stare più vicino alla madre terra”.

In fondo, potrebbe essere questa la definizione più semplice di Vistorta: un’azienda che ha scelto di guardare al passato senza smettere di fare domande al futuro.

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