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Quando il cinema e la tv citano grandi etichette
Protagonisti della scena, attori e attrici ma anche il vino, bene non di prima necessità ma di consumo quotidiano. Non si tratta di pubblicità ma di vera presenza scenica, intorno alla quale si creano battute e mondi e a cui adattare, talvolta, la sceneggiatura. Una bottiglia può fare da sfondo a un incontro, a un evento, a un semplice scambio di battute, e diventa subito simbolo, dogma, racconto.
Le preferenze di Hollywood, ma poi vedremo anche di casa nostra, non possono che guardare alla Francia o all’Italia, che vuoi o non vuoi, sono la patria del vino. Per darvi un’idea di quanto il vino abbia e ancora abita nelle pellicole cinematografiche – e poi vedremo anche nelle serie tv – andremo a fare una sorta di racconto in sequenza cronologica. Non ne vogliate se dimentichiamo qualcuno ma lo spazio ci consente solo un breve assaggio.
Casablanca (1942)
Casablanca del 1942, celebre pellicola nel pieno della Seconda guerra mondiale. Il Capitano Renault (francese) e il Maggiore Strasser (tedesco) bevono uno Champagne. Strasser chiede Veuve Cliquot e Renault, cinico e sottile, propone l’annata 1926. Non a caso, perché sfodera un’ultima tattica per assicurare la salvezza alla Francia, e il vino diventa una sorta di scudo diplomatico. L’annata è una di quelle straordinarie, prima del crollo di Wall Street del ‘29, l’apice della raffinatezza culturale francese. In altri momenti del film lo Champagne viene nominato, come nella scena con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, e tra i due il vino è simbolo di un ultimo slancio di libertà e felicità perdute.
Dalla Russia con Amore (1963)
Del 1963 Dalla Russia con Amore, Bond e Grant (il cattivo) si trovano sullo stesso treno e allo stesso tavolo e ordinano un pesce. Bond chiede Taittinger Blanc de Blancs, Grant invece un vino italiano, Chianti rosso. Il che apre uno scenario che racconta in parte la storia del vino italiano, all’epoca il Chianti si vendeva in fiaschi e la sua reputazione non poteva eguagliare lo Champagne. Bond si dimostra un grande intenditore, Grant un rozzo che beve rosso con il pesce, cosa impensabile per il bon ton di quegli anni. Solo una delle tante occasioni nella saga, perché Bond ha grande padronanza dei vini francesi e non fa che ribadire le sue scelte di classe nell’ordinare sempre Champagne, come in Casinò Royale (2006) niente di meno che una bottiglia di Château Angélus del 1982.

Silenzio degli Innocenti (1991)
Il Chianti torna e stavolta non si può omettere Il Silenzio degli Innocenti (1991). Hannibal Lecter pronuncia una frase rimasta nella storia, “un impiegato del censimento una volta tentò di interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti.” Combinazione di ingredienti a parte, la citazione del Chianti è stata preferita all’iniziale Amarone della versione originale, perché negli anni 90, il vino toscano era simbolo univoco di eccellenza enologica italiana.
“Sideways Effect”
Fama e polvere per alcuni vitigni che comparsi tra le file di alcuni film, ne hanno pagato in parte il conto. Ricordatevi di Sideways, in Viaggio con Jack del 2004. “No, se qualcuno ordina il Merlot, io me ne vado! Io non bevo del fottuto Merlot!”. In una cena a quattro, Miles, depresso estimatore di vini, minaccia l’amico Jack urlando queste parole. Per poi finire in un fast food dove si versa, in un bicchiere di polistirolo, Château Cheval Blanc del 1961, uno dei vini più costosi al mondo. Non è finita qui, perché nello stesso film, sempre Miles parla del Pinot Noir in questi termini, vitigno “fragile, vulnerabile, che ha bisogno di cure costanti e amore per esprimersi”. Di lì a poco un crollo colossale sul mercato statunitense di Merlot e un picco di vendite di Pinot Nero. Fu il cosiddetto Sideways Effect. Chiariamolo però, in realtà Miles non detestava il Merlot in quanto tale ma solo perché gli ricordava maledettamente l’ex moglie.
Il Padrino (1972-1990)
Il Padrino (1972-1990), dove il vino la fa da padrone. Coppola stesso è produttore e il vino nella sua saga è anche simbolo dell’ascesa e dell’imborghesimento della famiglia Corleone. All’inizio il vino rosso nel fiasco, nei sobborghi poveri di New York, a rendere l’atmosfera domestica. Dopo sarà il Brunello di Montalcino a ingentilire e nobilitare la famiglia, che verrà consumato tanto e volentieri. Un vino eccellente a stigmatizzare la classe sociale ma anche a travestire nefandezze e crimini.
Sulla scia della malavita, Scorsese nel capolavoro Quei Bravi Ragazzi del 1990 spara in scena, durante una cena gourmet in prigione (grazie a guardie corrotte), un Valpolicella Classico che accompagna il piatto a base di sugo con l’aglio tagliato finissimo (con una vecchia lametta da barba) insieme a carne di manzo e maiale. La maniacalità della preparazione del sugo lo rende quasi liquefatto, come si recita nel film. Abbinamento perfetto con un vino capace di sgrassare con la sua trama tannica. Ma non solo, infatti il Valpolicella era anche il vino dell’infanzia di Scorsese che lo vedeva sempre presente sulla tavola dei suoi genitori a cui ha voluto fare un omaggio.

E se parliamo di Serie Tv?
Passiamo al piccolo schermo. Nello spin off della celeberrima Breaking Bad, Better Call Saul, il re della droga Gus Fring, seduto a un tavolo chiacchiera amabilmente con un sommelier citando un vino stratosferico, un Côte-Rôtie “La Landonne” di Domaine Rostaing. Si esce momentaneamente dal clima di tensione dell’episodio e il cameriere elenca le qualità del vino, carnoso, quasi sanguigno, grazie a un terroir ricchissimo di ferro e dalle pendenze talmente ripide da essere costretti a usare i cavalli invece dei trattori.
In tempi più recenti, nella serie The Gentleman è formidabile l’attacco del primo episodio, in cui viene citata una preziosissima collezione di bottiglie di Domaine de La Romanée-Conti. Si parla di annate come la 1945 e la 1982, che devono essere scambiate per pagare un debito di gioco. Nella scena successiva una 2002 viene decantata con un filtro di carta americano. Sono di certo rabbrividiti i vecchi nobili inglesi di fronte alla spavalda boria dei nuovi ricchi americani.
Ma è la tragicomica Penny in The Big Bang Theory a fare del vino la sua veste preferita, seppur non pregiata. Il Sauvignon Blanc, ovviamente californiano quindi citrino e vegetale, scorre a fiumi, e Penny ne beve in grandi quantità per sopportare i discorsi nerd dei suoi vicini. In occasione di una degustazione di vini raffinati a cui decide controvoglia di partecipare, si annoia palesemente per le digressioni sulle note boschive e l’annata dettate dal sommelier. L’antitesi dell’intenditrice, Penny è il dogma della “squattrinata” che acquista vino low cost sugli scaffali dei grandi supermercati.

“Il vino buono è l’unica cosa che rende tollerabile questo posto.” Terminiamo la prima parte di questa digressione, nominando una serie italiana molto apprezzata, Rocco Schiavone. Il vicequestore romano che detesta la Val D’Aosta riuscirà a instaurare tuttavia un rapporto intimo con questa terra attraverso il vino. Lo si vede bere bicchieri di Torrette o Fumin, vitigni legati alla regione alpina, ordinati al banco del bar o al ristorante, come segno di ricongiungimento a una terra che inizialmente lo fa sentire come un prigioniero, ma che poi lo consola. Il legame sottile con il vino tratteggerà un suo graduale avvicinamento alla cultura del posto e alla sua gente.
A conclusione
In un periodo storico di grandi cambiamenti, trasformazioni, accelerazioni, il vino appare sballottato in un magma a volte disturbante di chiacchiere e contraddizioni. Una volta qualcuno disse che non è un bene necessario ma un lusso e come tale deve essere trattato e pensato. Non siamo obbligati a consumarne ogni giorno o a finire la bottiglia al ristornate o a conoscere tutte le sfumature di un vitigno o di un altro. Siamo solo chiamati ad apprezzarne il valore come prodotto di natura e dell’uomo. Come tale lo abbiamo raccontato in questa breve digressione per evidenziare una cosa: il vino è un bene, un prodotto, un simbolo, una bevanda, un legame. Mette insieme la storia, le persone, il passato, il futuro, la salute, la speranza, la consolazione, i sentimenti umani e le annesse sfumature. Ha una potenza intrinseca tale da essere, da solo, racconto e digressione.

In un universo fumoso che lo vuole relegare a problema, il vino è di per sé una narrazione atipica di tutto ciò che rappresenta l’uomo.







