Nel segno dell’Aleatico: la visione della Tenuta delle Ripalte

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Tempo di Lettura: 10 minuti

Alla Tenuta delle Ripalte il Mediterraneo mette radici e diventa vino

Su alte ripe affacciate a picco sul mare, in uno degli angoli più remoti e spettacolari della parte sud-orientale dell’Isola d’Elba, la Tenuta delle Ripalte racconta un Mediterraneo autentico, aspro e luminoso, che sembra dilatarsi fino all’orizzonte, là dove lo sguardo incontra l’isola di Pianosa.

Qui il paesaggio ha la forza di un elemento narrativo, iconico: il vento salmastro, la macchia mediterranea, i suoli ferrosi, la roccia, una viticoltura che non concede scorciatoie e un’idea di ospitalità capace di trasformare la permanenza in esperienza scolpita nella memoria.

Come accade per i luoghi più preziosi, anche questo richiede qualche chilometro in più di sforzo per essere raggiunto. Ma la strada, una volta percorsa, appare essa stessa parte del viaggio. E quando finalmente si arriva, la ricompensa è quella di un luogo che ha qualcosa di sospeso, quasi di irreale, magico. Uno spicchio di eternità e di bellezza universale.

Una viticoltura che nasce dalla sfida

La Tenuta si estende per circa 450 ettari, con 12 chilometri di costa, ampie porzioni di macchia mediterranea, calette, spiagge, strutture ricettive per ogni necessità e circa 16-18 ettari di vigneto. Non è semplicemente un resort con una cantina: è una vera tenuta insulare, un organismo complesso, nel quale agricoltura, paesaggio, ospitalità e cultura del vino convivono all’interno di un unico micro-cosmo.

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Le vigne sono esposte ai venti marini e alla luce intensa del Mediterraneo. I terreni, poveri di sostanza organica ma ricchi di minerali e ferro, sono caratterizzati da un’elevata capacità drenante. Un ambiente tutt’altro che accomodante, che non facilita la viticoltura: la mette alla prova.

L’assenza di irrigazione e la limitata disponibilità di nutrienti obbligano le radici a spingersi in profondità. Lo stress idrico, anziché diventare un limite, si trasforma così in concentrazione aromatica, equilibrio e riconoscibilità territoriale. Qui la vite non viene addomesticata. È chiamata a confrontarsi con la roccia, il vento e la luce. E proprio le difficoltà imposte dall’ambiente diventano resilienza e una componente identitaria del vino. È una viticoltura nella quale il concetto di terroir non rimane una formula astratta, ma diventa materia concreta.

Una Tenuta, non soltanto un Resort

Il paesaggio è il vero protagonista anche dell’ospitalità. Da luglio 2026 la Tenuta si arricchisce di cinque nuove garden suite, eleganti e rispettose dell’ambiente, immerse nella macchia mediterranea e affacciate sul mare in una condizione di assoluta privacy. E noi di GiuColVino li abbiamo sperimentati per tre giorni.

Gli interni sono concepiti in osmosi con l’isola: il letto, orientato secondo principi feng shui, guarda verso il mare; il legno è l’elemento materico dominante e la pietra Calamita, geologicamente identificata come gneiss, richiama quella stessa materia che caratterizza il territorio e che trova una significativa applicazione anche nelle cantine progettate da Tobia Scarpa.

A dominare il paesaggio è una spettacolare piscina a sfioro sospesa sul mare, con idromassaggi e fontanelle rilassanti. Non mancano il camp di tennis — secondo la tradizione locale, legato ai natali tennistici di Jannik Sinner, un maneggio ben organizzato dal quale partire per escursioni a cavallo di cui ho potuto godere da provetta amazzone per un giorno, in un bel pomeriggio di inizio settembre, una pista di atterraggio per elicotteri privati e due ristoranti.

“Qui dove il mare luccica e tira forte il vento…su una vecchia terrazza” davanti al Mediterraneo

Tra i luoghi più suggestivi della Tenuta c’è la grande terrazza panoramica sopra la cantina. E per questa si può anche scomodare Lucio Dalla perché certamente l’avrebbe apprezzata tanto quanto il Golfo di  Sorrento. Da qui lo sguardo si perde in una distesa di blu, mentre il verde smeraldo della macchia mediterranea sembra cercare un contatto ancestrale con il mare.

Lo spazio è arredato anche con botti dipinte a tema enologico come i volti di Ocampo, quasi fossero elementi di una scenografia contemporanea. Tavoli e sedute invitano a fermarsi per un aperitivo al tramonto, quando il cielo si accende di rosa, arancio e corallo e il paesaggio sembra trasformarsi in una tavolozza naturale. È l’ora dell’aperitivo, quando i vini della Tenuta incontrano i prodotti dell’isola: salumi, formaggi e specialità del territorio accompagnano un momento nel quale il vino diventa quasi il naturale prolungamento del paesaggio.

Qui il tramonto non è soltanto uno spettacolo, è parte integrante dell’esperienza. E li’ in una delle terrazze panoramiche mozzafiato che ho mai varcato, inizia per me il racconto della storia della tenuta e della sua cantina con Carlo Ederle titolare e direttore marketing e Piermario Meletti Cavallari alla conduzione visionaria della Cantina con l’enologo elbano Francesco Pasquali.

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Piermario Meletti Cavallari

Due secoli di storia: dall’agricoltura alla rinascita del vino

La storia della Tenuta affonda le proprie radici nel 1896, quando Oscar Tobler, imprenditore italo-svizzero, intuì il potenziale agricolo di queste terre allora ancora selvagge. All’inizio del Novecento la proprietà passò alla famiglia Quintavalle, che trasformò la Tenuta in una residenza privata e in un luogo di ospitalità frequentato anche da personalità di rilievo. Nel corso del tempo, tuttavia, la vocazione agricola subì un progressivo ridimensionamento. A incidere profondamente sull’assetto del territorio furono anche gli espropri legati all’attività estrattiva della magnetite, che frammentarono le proprietà e modificarono il paesaggio.

Negli anni Settanta la Tenuta venne acquisita dalla famiglia Ederle, che ne avviò una nuova stagione di valorizzazione, orientata al turismo e alle attività sportive: tennis, equitazione, cicloturismo, foraging (raccolta di erbe spontanee in natura per la cucina) e glamping (glamour camping). Attività che ho piacevolmente sperimentato nel mio soggiorno di tre giorni. È in questo lungo percorso che si inserisce la rinascita vitivinicola.

La visione di Piermario Meletti Cavallari

La storia contemporanea del vino alle Ripalte è indissolubilmente legata alla figura di Piermario Meletti Cavallari e al progetto avviato nel 2002. Una persona semplice e appassionata nonostante tutta la sua esperienza vitivinicola, enologica e culturale. Ma come si addice a tutti i “grandi maestri” emana nobiltà d’animo e umiltà di spirito.

Un progetto che allora poteva apparire visionario e che, nel corso degli anni, ha trovato una precisa direzione e un progressivo consolidamento, fino alla realizzazione della nuova cantina progettata da Tobia Scarpa, intorno al 2010. Fondamentale, nella definizione della filosofia produttiva, è stata anche l’amicizia con il professor Attilio Scienza e il confronto con la sua esperienza maturata nel mondo del vino, compresa quella di Piermario a Bolgheri con Grattamacco.

La direzione indicata per le Ripalte parte dalla valorizzazione delle varietà storiche dell’isola. Prima fra tutte l’Aleatico dell’Elba, interpretato nella sua versione passita ma anche attraverso nuove letture, fino allo spumante rosato di aleatico prodotto con Metodo Martinotti. E poi l’Alicante, vitigno antico, presente sull’isola da tempi remoti e oggi protagonista del Rosso Mediterraneo, ottenuto dalle uve del vigneto di Alicante più antico della Tenuta.

A questa riscoperta della memoria si affianca una ricerca più contemporanea, con Vermentino, Fiano e Carignano, utilizzati anche per sperimentare nuovi assemblaggi. È il caso del Mediterraneo Bianco, nato dall’incontro tra Vermentino e Fiano, o del Vermentino delle Ripalte, completato da un 10% di Petit Manseng proveniente dal Jurançon, nei Pirenei francesi. Vinificato e affinato in acciaio, il Petit Manseng contribuisce a imprimere al vino una maggiore spinta aromatica e una vibrante freschezza.

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La sfida di Meletti Cavallari non è dunque soltanto conservare e promuovere gli autoctoni. È individuare quelle varietà capaci di interpretare al meglio il particolare microclima e biodiversità delle Ripalte. Una ricerca aperta, intraprendente e lungimirante.

La cantina come manifesto

Prima ancora dell’assaggio, la Tenuta racconta la propria filosofia attraverso la cantina progettata da Tobia Scarpa e inserita nel circuito Toscana Wine Architecture. L’architettura non cerca di mimetizzarsi nel paesaggio, al contrario, dialoga con esso attraverso geometrie nette e volumi che richiamano le miniere a cielo aperto delle gole del Monte Calamita: una memoria del lavoro umano che qui diventa patrimonio culturale e identitario dell’isola.

La cantina è organizzata su tre livelli e sfrutta la gravità per il trasferimento delle uve, evitando l’utilizzo delle pompe e riducendo così gli stress meccanici. È una scelta tecnica, certo. Ma anche una precisa dichiarazione di principio. Il vino non viene spinto: scende e si accompagna naturalmente. In questa frase si può leggere l’intera filosofia produttiva della Tenuta. La materia prima non viene forzata, ma accompagnata nel suo percorso. Il processo enologico diventa così una forma di rispetto, nella quale la tecnologia è chiamata a servire il vino e non a sovrapporsi ad esso. Dal 2023 la Tenuta è certificata biologica. Mentre, la terrazza panoramica, nata originariamente per l’appassimento delle uve, è oggi anche wine shop e spazio di degustazione.

Tre vigneti, tre linguaggi dell’isola

La geografia viticola della Tenuta si articola in tre aree principali, ciascuna capace di esprimere una diversa interpretazione del terroir. Ai Pascoli Alti, a circa 300 metri di altitudine, la ventilazione costante, la maggiore escursione termica e i suoli ferrosi favoriscono nel Vermentino freschezza, tensione acida e nitidezza aromatica. Al Gorgaccio, i suoli di origine vulcanica, antichi e ben drenati, sostengono la struttura dell’Alicante e danno origine a rossi eleganti, persistenti e profondamente territoriali. A Poggio Turco, infine, l’esposizione a pieno sud e la forte luminosità mediterranea favoriscono la maturazione dell’Aleatico, esaltandone complessità aromatica e identità varietale.

Tre luoghi, tre condizioni pedoclimatiche, tre differenti espressioni. Una geografia interna che consente di leggere l’Elba come un sistema complesso, nel quale altitudine, esposizione e composizione del suolo determinano vini differenti ma coerenti. Una vera e propria mappa del gusto.

Bianco Mediterraneo 2023: la luce dell’altitudine

Nel calice il Bianco Mediterraneo 2023 si presenta di un paglierino luminoso, quasi riflettente. Nasce ai Pascoli Alti, a circa 300 metri sul livello del mare, in un microclima asciutto e costantemente ventilato, su terreni ricchi di ferro che contribuiscono alla definizione della freschezza e della componente sapida.

La pressatura soffice, la fermentazione a temperatura controllata e l’affinamento sulle fecce fini costruiscono una trama gustativa equilibrata e contribuiscono alla complessità aromatica. Al naso emergono agrumi canditi con l’evoluzione, fiori bianchi e una netta percezione minerale. Il sorso è preciso, fresco, progressivamente sapido, con un finale agrumato persistente. Non cerca l’esuberanza aromatica. Costruisce invece profondità per stratificazione, lasciando che le sensazioni emergano gradualmente. Il Fiano contribuisce alla struttura e alla capacità evolutiva, mentre l’altitudine preserva tensione e precisione. È un bianco che non teme il tempo e che può raggiungere una maggiore complessità dopo alcuni anni di bottiglia.

Rosso Mediterraneo: la memoria dell’Alicante

Il Rosso Mediterraneo nasce al Gorgaccio, dal vigneto storico che custodisce quello che viene indicato come il più antico impianto di Alicante della Tenuta. Un vitigno perfettamente adattato al clima arido e ventilato dell’isola, capace di maturare lentamente sotto la combinazione di sole e brezze marine. Prodotto soltanto nelle annate migliori, fermenta in acciaio con una macerazione di circa dieci giorni e affina in tonneaux di rovere francese di secondo e terzo passaggio.

Il legno accompagna, senza imporsi. Nel calice il colore è rubino intenso. Il profilo aromatico richiama frutti rossi maturi, spezie dolci e macchia mediterranea. Il sorso è strutturato, sostenuto da tannini vellutati e da una persistenza minerale che ne definisce il finale. Le brezze marine contribuiscono a preservare l’equilibrio acido, mentre la componente minerale e sapida dei suoli restituisce profondità. È un rosso mediterraneo nel senso più autentico del termine: solare ma non opulento, strutturato ma non pesante, capace di coniugare maturità e freschezza. Sfida perfettamente riuscita.

Alea Ludendo Passito dell’Elba 2024: quando l’Aleatico diventa identità

E poi arriva l’Aleatico. E, quasi inevitabilmente, mi torna in mente il motivetto ironico e ammiccante di Mina, “Ma che bontà”, del 1977, dove compare anche l’Aleatico dell’Elba: un dettaglio popolare e curioso che racconta quanto questo vitigno fosse già allora riconoscibile nell’immaginario enogastronomico italiano citato come prelibatezza.

Quando verso nel calice l’Alea Ludendo Passito dell’Elba 2024, la sensazione è quasi quella di entrare nel ventre materno della Tenuta. Non è semplicemente uno dei vini prodotti alle Ripalte. È, almeno per me, quello che più di ogni altro ne restituisce l’identità.

Il nome stesso — Alea Ludendo, “giocando con i dadi”, “giocando con la sorte” — sembra racchiudere una dichiarazione programmatica: una sorta di azzardo, di scommessa produttiva, ma anche un richiamo diretto a quella alea che appartiene al destino e al rischio di ogni impresa agricola quando scegli di continuare a produrre ostinatamente un vino compreso oggi forse da pochi, ma che esprime tutto il DNA di un isola come se ne rappresentasse il sangue pregiato che sgorga.

L’Aleatico è un vitigno aromatico a bacca rossa storicamente destinato alla produzione di vini passiti. Alle Ripalte viene reinterpretato nel tentativo di conservarne l’identità e, contemporaneamente, ampliarne il linguaggio espressivo.

Il Passito Docg rappresenta forse la sua espressione più identitaria. Le uve vengono appassite al sole sui graticci per circa una settimana, concentrando zuccheri e profumi senza compromettere l’integrità varietale. Nel calice il colore è rubino, con riflessi granati. Il naso evoca confettura di ciliegia matura, frutta secca e spezie dolci. Al palato la dolcezza trova un contrappunto nella freschezza e in una componente aromatica persistente, luminosa. Non è un vino che cerca la semplice opulenza zuccherina. Al contrario, conserva slancio, equilibrio e bevibilità. Un vino che sembra contenere, in forma liquida, la materia stessa dell’isola.

Aleatico, tra memoria e futuro

Alle Ripalte l’Aleatico non è rimasto confinato alla sua forma più tradizionale, è diventato un vero laboratorio di ricerca. La vinificazione in bianco ha dato vita a una bollicina rosata, secca, fresca e profumata, capace di restituire l’aromaticità del vitigno in una veste contemporanea. La tecnica del ripasso, attraverso il passaggio del vino sulle vinacce appassite, ne arricchisce il profilo con suggestioni di frutta matura e confettura, mantenendo tuttavia freschezza e agilità di beva. La versione spumante, ottenuta da vendemmia anticipata e metodo Martinotti, restituisce un perlage fine e un sorso vivace, nel quale la componente aromatica dell’Aleatico viene reinterpretata con leggerezza.

 

Tre letture dello stesso vitigno: il rosato spumante racconta la ricerca e guarda al futuro; i Mediterranei esprimono qualità e contemporaneità; il passito custodisce la memoria. Ed è proprio questa capacità di far dialogare conservazione e sperimentazione a rendere interessante il progetto delle Ripalte.

Una produzione che non cerca la replicabilità

La Tenuta produce circa 60.000 bottiglie l’anno, con una gamma che comprende Vermentino, Alicante e Aleatico nelle sue diverse interpretazioni, oltre alla linea Mediterraneo, prodotta soltanto nelle annate migliori e in quantità limitata.

Non è una produzione costruita sulla ricerca della replicabilità ma che cerca l’espressione. La differenza non è soltanto semantica, è una dichiarazione di metodo. In questo senso, la linea Mediterraneo rappresenta una sintesi particolarmente efficace del progetto: mare, sole, vento e suolo tradotti attraverso una selezione rigorosa delle uve.

Tre giorni dentro l’isola

 

Chiudo il mio calepino di acquarelli dopo tre giorni intensi, ricchi di stimoli e, allo stesso tempo, profondamente rigeneranti. La natura dirompente e intatta delle Ripalte avvolge il visitatore con una forza che ha qualcosa di taumaturgico. Qui il paesaggio non fa da semplice sfondo all’esperienza: la determina.

Il Bianco Mediterraneo mi ha restituito l’altitudine, la luce e la precisione del frutto. Il Rosso Mediterraneo mi ha raccontato la terra, il sole e la memoria dell’Alicante. L’Aleatico mi ha consegnato invece qualcosa di più profondo: la memoria di un luogo che resiste, che continua ad ancorarsi alle proprie radici e che proprio attraverso quelle radici trova la forza per guardare avanti.

Forse è questa, in fondo, la chiave per leggere la Tenuta delle Ripalte, non soltanto un luogo di-vino, né semplicemente una struttura ricettiva di lusso. Ma un territorio che ha scelto di raccontarsi attraverso il vino, l’ospitalità e il paesaggio incantevole. Anche l’etichetta sembra suggerirlo: sole, mare, eleganza. E quella “R” che può diventare sintesi di raffinatezza, resistenza e radicamento. Tre parole che, alle Ripalte, finiscono per coincidere.

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