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Tra Greve e Panzano una tenuta ha trovato una nuova identità attraverso lo studio dei suoli, la valorizzazione delle vecchie vigne e un’idea di viticoltura che mette al centro l’equilibrio dell’ecosistema
C’è un punto su quelle colline in cui il Chianti Classico sembra prendere una forma diversa. Non è soltanto una questione di panorama o di altitudine. A Montefili la collina diventa il centro di un progetto agricolo nel quale ogni elemento, il suolo, le piante, gli insetti, il bosco, il clima, contribuisce a costruire l’identità del vino.
È qui che si trovano i 12,5 ettari di Vecchie Terre di Montefili, una realtà nata nel 1975 e oggi guidata da una filosofia che parte proprio dall’osservazione della terra. La tenuta si trova tra le UGA di Panzano e Montefioralle, in una delle zone più alte del Chianti Classico, con vigneti che arrivano a circa 540 metri di altitudine. Un elemento che non viene considerato semplicemente un dato geografico: l’altitudine è parte del carattere dei vini, perché contribuisce a rallentare le maturazioni, mantenere freschezza e favorire escursioni termiche importanti.
Una nuova vita dal 2015

La sua storia recente comincia nel 2015, quando la proprietà passa a Nicola Marzovilla, Frank Bynum e Tom Peck Jr., tre amici legati all’Italia e alla Toscana. A guidare il nuovo corso viene chiamata Serena Gusmeri, agronoma ed enologa, alla quale viene affidato il compito di conoscere prima ancora di trasformare.
Il lavoro parte così dalla vigna. Non da una ricetta enologica da applicare alle uve, ma dalla necessità di capire cosa raccontino le diverse parcelle. I vigneti vengono studiati e progressivamente valorizzati separatamente, perché suoli, esposizioni e microclimi non sono identici e possono dare origine a espressioni differenti del Sangiovese.
La Tenuta comprende soprattutto Sangiovese e 1,4 ettari di Cabernet Sauvignon. Tra le vigne più importanti ci sono quelle storiche: Anfiteatro, impiantata nel 1975, e Vigna Vecchia, del 1981. Sono vigne che raccontano il passato di Montefili, ma anche il modo in cui l’azienda interpreta oggi il proprio patrimonio.
La biodiversità come punto di partenza
Il tema della biodiversità è forse quello che più caratterizza il percorso recente della Tenuta. Montefili fa parte dal 1995 del Bio-distretto di Panzano e dal 2018 ha sviluppato un progetto di monitoraggio dell’ecosistema viticolo insieme a Vitenova, osservando microfauna, flora e caratteristiche del terreno.
L’obiettivo è capire lo stato di salute del vigneto prima di decidere come intervenire. Una prospettiva che porta a considerare il terreno non come un semplice supporto per le viti, ma come un sistema vivo, nel quale microrganismi, insetti e vegetazione hanno un ruolo. È un approccio che nel 2023 ha portato la cantina alla certificazione Diversity Ark, dedicata proprio alla misurazione e alla tutela della biodiversità agricola. La certificazione si basa su monitoraggi e parametri ambientali e prende in considerazione anche aspetti come la presenza di insetti e piante e la qualità del suolo.
La differenza rispetto a un’idea di sostenibilità ridotta alla semplice eliminazione di alcune pratiche sta proprio qui: prima di intervenire, si osserva. E la conoscenza diventa uno strumento per ridurre gli interventi non necessari e accompagnare l’equilibrio naturale del vigneto.

Tre suoli, tante espressioni del Sangiovese
A rendere ancora più interessante questo lavoro c’è la varietà geologica della tenuta. Qui convivono tre matrici, Pietraforte, Alberese e Argilliti Scistose, che contribuiscono alla complessità del patrimonio viticolo. La scelta produttiva è quindi quella di non uniformare ciò che nasce diverso. Le singole parcelle vengono vinificate separatamente, permettendo di osservare come suolo, esposizione e microclima intervengano nella definizione del vino. È una filosofia che Serena Gusmeri ha portato avanti fin dal suo arrivo: conoscere ogni vigneto e cercare di ridurre al minimo gli interventi in cantina, lasciando che la vinificazione mantenga il legame con la parcella di provenienza.
Dai vini del territorio alle vecchie vigne
Il risultato è una gamma costruita principalmente intorno al Sangiovese. Il Chianti Classico Docg rappresenta l’espressione più immediata della tenuta, mentre la Gran Selezione porta il discorso verso una maggiore profondità e complessità. Accanto a queste ci sono due interpretazioni legate alle vecchie vigne e alle diverse parcelle, Vinea Vecchia e Vinea Nel Bosco.
Poi c’è Anfiteatro, il vino simbolo, nato dal vigneto storico impiantato nel 1975. È uno dei punti in cui passato e presente della tenuta si incontrano: una vecchia vigna che continua a essere interpretata attraverso il lavoro di osservazione e precisione sviluppato negli ultimi anni. Completa la gamma del Super Tuscan Bruno di Rocca, interpretazione in chiave toscana dell’incontro tra Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Ma più che una collezione di etichette, la produzione sembra raccontare una mappa. Quella di una collina nella quale cambiano i suoli, l’altitudine, le esposizioni e la presenza della vegetazione, e nella quale ogni differenza può diventare parte dell’identità del vino.

Lasciare parlare la collina
È probabilmente questo il tratto più interessante della storia recente di Vecchie Terre di Montefili. La sostenibilità, qui, non viene raccontata soltanto come una serie di pratiche agricole, ma come una conseguenza di un modo diverso di guardare il vigneto. L’idea è conoscere prima di intervenire, misurare prima di modificare, osservare l’ecosistema prima di decidere come accompagnarlo. E la biodiversità diventa così qualcosa di più di una certificazione: è uno degli strumenti attraverso i quali leggere il territorio. Nel cuore del Chianti Classico, ha scelto di lavorare sulla propria identità partendo da ciò che aveva già. Le vecchie vigne, i diversi suoli, l’altitudine, il bosco e la vita che circonda i filari non sono elementi separati, ma parti dello stesso racconto. Un racconto nel quale il Sangiovese rimane protagonista, ma non è mai solo. Perché prima del vino c’è una collina, e per capire davvero ciò che finisce nella bottiglia bisogna cominciare proprio da lì.







