Ilaria Salvetti, il volto femminile dell’Erbaluce

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Tempo di Lettura: 5 minuti

Una storia di famiglia tra i boschi di Caluso

A Caluso, sulle colline moreniche dell’Anfiteatro di Ivrea, Ilaria Salvetti porta avanti una storia familiare iniziata con il nonno e raccolta dal padre Carlo. Quattro ettari di vigneto, quattro di bosco e un lavoro quotidiano che unisce tradizione contadina, formazione e rispetto per la vite. Ci sono vigne che sembrano quasi nascondersi dentro il paesaggio, salgono tra i boschi, seguono le forme della collina e raccontano una storia agricola fatta di piccoli appezzamenti, lavoro familiare e conoscenza del territorio. È qui che si trova l’Azienda Agricola Ilaria Salvetti, realtà nata pochi anni fa ma con radici che affondano molto più indietro nel tempo.

La storia comincia con il nonno di Ilaria, Talin, e con quella che per la famiglia era inizialmente una produzione destinata soprattutto al consumo domestico. Poi è la volta di papà Carlo che decide di trasformare quella tradizione in un progetto più strutturato, recuperando vecchi vigneti e acquistando nuovi terreni. Qualche anno più tardi arriva la scelta di Ilaria di raccogliere il testimone.

Oggi l’azienda conta quattro ettari vitati e altrettanti di bosco. Ilaria segue direttamente le diverse fasi del lavoro, dalla vigna alla cantina fino alla vendita, affiancata dal padre e dal marito Daniele, anch’egli sommelier. Una dimensione familiare che, nel suo racconto, non è soltanto una caratteristica aziendale ma un modo preciso di vivere il lavoro agricolo.

Com’è nata l’azienda e come si è sviluppato il progetto?

Ilaria: L’Azienda Agricola Ilaria Salvetti nasce formalmente nel 2012, per concretizzare un progetto partito da mio padre Carlo già nel 2006, con l’idea di portare avanti la tradizione contadina della famiglia.

La mia formazione era diversa, per cui ho deciso di studiare e frequentare diversi corsi. Tra questi anche quello di potatura secondo il metodo Simonit (metodo di potatura della vite ideato per rispettare la fisiologia della pianta e allungarne la vita, NdA), perché volevo essere autonoma e consapevole di quello che avevo cominciato a fare.

In azienda mi occupo un po’ di tutto, dalla vigna alla cantina fino alla vendita. Siamo una realtà familiare e oggi abbiamo quattro ettari vitati e quattro ettari di bosco. Mio padre, che ha ottant’anni, continua ad aiutarmi e al mio fianco c’è mio marito Daniele, che è anche sommelier.

Quindi il tuo ruolo è soprattutto quello di seguire direttamente l’azienda, più che quello di enologa?

Ci avvaliamo di diversi consulenti, tra cui un enologo e un agronomo, che ci accompagnano nelle nostre scelte e nei nostri esperimenti. Ogni annata è diversa e i nostri vini derivano dalla generosità dei vigneti e dalla clemenza del clima, accompagnati dalla nostra esperienza e dal saper fare che in questi anni si sono affinati sempre di più.

Quanto conta il territorio di Caluso nel vostro lavoro?

I nostri vigneti sono da sempre certificati biologici e si trovano tra i boschi di Caluso, sulla collina morenica caratterizzata da quarzi bianchi e graniti, sabbia e limo. Sono terreni che ci ricordano l’antica presenza del grande lago che un tempo occupava questa zona e sulle cui sponde vivevano i Salassi. Per me è un luogo un po’ magico. E lo sono anche i terreni, che conferiscono un carattere particolare a quello che facciamo.

In questo paesaggio l’Erbaluce rappresenta naturalmente un punto centrale. Che cosa significa per te questo vitigno?

L’Erbaluce è il nostro vitigno principe, perché è profondamente legato a questo territorio e rappresenta una parte importante della nostra storia. Nel tempo abbiamo cercato di sperimentare anche nuove modalità di allevamento, sempre cercando di capire cosa potesse funzionare meglio per le nostre vigne e per le caratteristiche dei terreni.

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Hai seguito una formazione specifica sulla potatura secondo il metodo Simonit. Come lo hai applicato ai vostri vigneti?

Abbiamo costruito i vigneti da zero, recuperando zone vitate che erano state abbandonate. Abbiamo innovato l’allevamento a controspalliera con potatura a Guyot semplice e doppio e, negli anni, abbiamo sperimentato una nuova modalità per l’Erbaluce. Più recentemente abbiamo acquisito anche alcuni vigneti allevati secondo la tradizionale pergola. Il corso di potatura secondo il metodo Simonit mi ha dato strumenti per lavorare rispettando maggiormente la fisiologia della pianta e permettendo uno sviluppo più rispettoso della vite. Adesso sto applicando questo metodo anche alla pergola, con risultati che mi stanno dando soddisfazione.

Oggi, quindi, il vigneto è un insieme di forme di allevamento e di esperienze diverse?

Sì. È anche questo il risultato di un percorso. Oltre all’Erbaluce, circa dieci anni fa abbiamo piantato anche Riesling renano, che ci sta dando grandi soddisfazioni. Pur cercando sempre di imparare cose nuove il focus del nostro lavoro è concentrato soprattutto sui vini bianchi, nelle diverse interpretazioni che l’annata ci permette di realizzare.

È cambiato il rapporto delle persone con il vino e con chi lo produce?

La nostra clientela è molto attenta ed esigente, sempre più preparata e curiosa, e noi siamo felici di accogliere tutte le persone che vengono a conoscere da vicino la nostra realtà. Non credo necessariamente che le persone bevano meno. Forse è cambiata la consapevolezza con cui ci si avvicina al vino, che rimane comunque, almeno nel nostro caso, il frutto di un sapere contadino che diventa cultura agricola.

La nostra vita familiare è immersa nella pratica agricola. Abbiamo due figlie e anche con loro abbiamo visto crescere le nostre vigne, e abbiamo imparato i tempi e le lezioni, a volte dure, della natura. E a proposito, Madre Natura non è sempre in accordo con gli obiettivi economici di un’azienda, ed è proprio questo che rende complicato il lavoro agricolo del vignaiolo.

E che cosa significa, per te, essere una donna alla guida di un’azienda agricola?

Essere donna in questo lavoro significa per me essere in contatto con la Madre Terra e servirla con amorevolezza, in modo che mi conceda i suoi frutti.

Se dovessi raccontare oggi l’azienda attraverso pochi elementi, quali sceglieresti?

Sicuramente i nostri terreni. E poi la famiglia, perché il lavoro non è mai soltanto mio. C’è mio padre Carlo, che ha dato forma al progetto, c’è mio marito Daniele, che mi è al fianco in vigna e in cantina, e ci sono le nostre figlie, che sono cresciute insieme alle vigne. Il resto viene dal territorio e dalla capacità di ascoltarlo.

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Una storia che continua

Forse è proprio qui che sta il carattere più interessante di questa storia. Non nella ricerca di una rottura con il passato, ma nel tentativo di continuare una tradizione agricola senza considerarla immutabile. A Caluso, il lavoro sui vigneti si intreccia con quello sui boschi, con il recupero di terreni abbandonati, con la sperimentazione sulle forme di allevamento e con una formazione che Ilaria ha cercato fuori dalla tradizione familiare proprio per poterla affrontare con maggiore consapevolezza.

È una storia molto piemontese nella sua dimensione: piccola, familiare, concreta. Ma anche capace di cambiare. Una storia nella quale la tradizione non è un punto d’arrivo, bensì qualcosa da prendere in mano, studiare e continuare a costruire.

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