Celestino, oltre un secolo di cucina piemontese 

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A Piobesi Torinese una famiglia porta avanti da oltre cent’anni il racconto del Piemonte attraverso memoria e prodotti del territorio

Nel cuore di Piobesi Torinese, a pochi chilometri da Torino, c’è un luogo che racconta più di un secolo di storia della ristorazione piemontese. Il Ristorante Celestino è infatti una di quelle realtà rare che attraversano il tempo senza perdere la propria identità, custodendo una tradizione familiare iniziata all’inizio del Novecento e arrivata oggi alla quarta generazione.

La storia del locale affonda le radici nel 1904, quando il capostipite Celestino Scalenghe avviò l’attività di ristorazione in paese. All’epoca il locale era conosciuto come Trattoria dei Cacciatori, un punto di ristoro semplice e genuino dove si fermavano viaggiatori e abitanti della zona, ma tutti dicevano che si andava a mangiare dal Celestino. E così divenne il nome ufficiale. Con il passare degli anni quel piccolo luogo di convivialità è diventato un vero punto di riferimento gastronomico del territorio, mantenendo però lo stesso spirito di accoglienza che lo ha fatto nascere.

Il ristorante si trova all’interno di una dimora storica che risale al lontano 1458, un edificio in mattoni che conserva il fascino delle architetture medievali piemontesi. Varcare la soglia del Celestino significa entrare in un ambiente dove la storia si intreccia con la cucina: sale accoglienti, atmosfera familiare e una tradizione gastronomica che continua a evolversi pur restando profondamente legata alle radici del territorio.

Celestino fu anche un precursore della pubblicità, grazie alla frequentazione di calciatori, come Sivori e Charles, o di attori e cantanti, già prima della guerra. Tra questi il torinese Erminio Macario che, alla fine dei suoi spettacoli teatrali, concludeva in rigoroso dialetto piemontese con “e adess, se veule mangé e beive bin deve andé tuti a da Celestin a Piubes”. Credo non serva la traduzione per capire cosa consigliasse.

La memoria della cucina piemontese che attraversa le generazioni

Dopo Celestino, a condurre il locale fu la volta di Celestina, sua unica figlia. Oggi invece il ristorante è guidato da Sergio Leggero, nipote del capostipite, insieme alla moglie Daniela, la figlia Federica e Lorenzo, che affianca il papà ai fornelli, portando avanti tutti insieme il lavoro di famiglia con un approccio che unisce memoria e contemporaneità. La cucina di Celestino è un omaggio alla grande tradizione piemontese, costruita su ingredienti locali, stagionalità e preparazioni che rispettano la cultura gastronomica regionale.

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Lorenzo, Daniela, Federica e Sergio

Negli anni Sessanta e Settanta – ci racconta Sergio – era frequentato da giocatori della Juventus e del Toro, che mangiavano insieme. Prima andavano in un bar qui vicino, che si chiamava Da Gigi, e poi venivano a mangiare un boccone da noi. Nel pomeriggio mio nonno affittava un laghetto poco lontano, e con alcuni di loro andavano a pescare. Oppure giocavano a bocce. Erano tempi diversi. 

Una cucina che continua a evolversi senza perdere il legame con la tradizione piemontese.

Tra i piatti simbolo della casa emergono interpretazioni raffinate della cucina di territorio. Emblematico, ad esempio, l’“ovetto croccante” con asparagi di Santena, fondente al Grana Padano e tartufo nero estivo d’Alba, creazione che ha ottenuto il primo premio alla Giornata della Ristorazione 2025, confermando la capacità dello chef di valorizzare ingredienti semplici con tecnica e sensibilità contemporanea.

Gli gnocchi di patate e fonduta di Plaisentif (Toma delle Viole), ingrediente nella lista dell’Arca del Gusto di Slow Food, un catalogo dei prodotti tipici regionali che rischiano di scomparire, e la guancia di vitello brasata al Barolo Docg e cipolline in agrodolce. E per terminare un tocco di dolcezza del gianduiotto con crema inglese e spugna al Genepy, e il semifreddo al torrone, salsa al cacao e crema zabaione.

Ma il piatto che più ci rappresenta – continua Sergio – è l’agnolotto, perché è un lavoro di gruppo. Io faccio il ripieno cervella al burro, carne di maiale e di vitello, la verza, il riso e il salame cotto. Mio figlio poi fa la pasta, solo con il tuorlo, e alla fine mia moglie la chiude. Abbiamo trovato l’equilibrio perfetto.

E un piatto che vorreste sperimentare?

A questo risponde Lorenzo, lo chef che prenderà le redini della cucina in futuro.

«È un piatto che forse porterò al Concorso Nazionale di Cucina del prossimo anno. Un plin ripieno di seirass e scorza di limone, con brodo vegetale di salsa di soia e limone, e un ragù di legumi fagioli, piselli e fave».

Ma il Celestino non è solo ristorante

La struttura comprende anche un piccolo hotel con camere dedicate a chi desidera soggiornare nel territorio torinese, trasformando il locale in un punto di partenza ideale per scoprire il patrimonio culturale e gastronomico della regione. In oltre centoventi anni di attività il ristorante ha visto passare generazioni di clienti, cambiamenti sociali e nuove tendenze gastronomiche. Eppure il filo conduttore è rimasto lo stesso: l’idea di una cucina autentica, fatta di memoria, territorio e passione familiare.

In un’epoca in cui la ristorazione corre spesso verso la sperimentazione e l’effimero, il Celestino rappresenta invece una rara testimonianza di continuità. Un luogo dove il tempo non si è fermato, ma ha imparato a scorrere lentamente, accompagnando ogni piatto con la storia di una famiglia e di un territorio.

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