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Il lungo viaggio verso il biologico
Ne sentiamo parlare, ma sappiamo che cosa si intende per vino biologico? Proveremo intanto a spiegare le metodologie di produzione, classificazioni e certificazioni. Il vino biologico è frutto di pratiche che partono in vigna. Per un produttore è fondamentale avere terreni naturalmente fertili, sani e vigorosi ma in maniera non artificiale. Quale migliore metodo se non lasciare che l’ecosistema si regoli da solo senza interventi chimici? Non è sempre semplice, ma la pratica ha permesso di individuare alcune accortezze virtuose che sono diventate sistema.
Chiariamo un punto fondamentale per il consumatore
Il biologico non è qualcosa di lasciato alla autodichiarazione del produttore, ma è una pratica certificata da leggi nazionali ed europee, secondo precise direttive. Il vino è di conseguenza certificato, e questa certificazione contiene tutti i dati della produzione, dal vigneto all’imbottigliamento.
Le prime regolamentazioni sul biologico arrivano a fine anni Ottanta, quando sessanta paesi votarono contro l’adozione di sementi Ogm mentre al 1991 risalgono le regole per la coltivazione riassunte nel Regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio del 24 giugno. A questa data risale la possibilità di parlare di vino da uve biologiche e non di vino biologico, perché la legge vale per i prodotti vegetali e quindi le uve. Nel 2012 il vino biologico ottiene la sua certificazione, con il Regolamento di esecuzione (UE) n. 203/2012 della Commissione, in cui vengono stabilite le norme per produrre vino biologico, con le pratiche di vinificazione oltre alla conduzione in vigna. Da questo momento il vino può essere etichettato biologico con il logo nuovo dell’UE a cui siamo abituati.
Nella pratica che cosa avviene?
Perché la biodiversità regni sovrana, sia animale che vegetale, si evitano i prodotti di sintesi (anticrittogamici, concimi, diserbanti, fertilizzanti, insetticidi, organismi geneticamente modificati). Vi elenchiamo alcune delle pratiche in vigna: la rotazione delle colture, la piantumazione di alberi e siepi, la coltivazione contemporanea di piante diverse, l’impiego di fertilizzanti naturali, come il letame o altre sostanze organiche compostate, la difesa delle colture attuata con sostanze naturali di origine vegetale o minerale. Applicazione in minima quantità, come indicato e autorizzato nello stesso regolamento europeo, di rame e lo zolfo. Ricordiamo al lettore che evidenze scientifiche, ormai da anni, provano come un accumulo in particolare di rame provochi effetti dannosi nel tempo, perché la sostanza persiste passando nel terreno e danneggiando la biodiversità.
Concentrandosi nella parte superficiale del suolo, il rame permane fino a 50-60 anni, alternando la funzionalità dell’apparato radicale e fogliare della vite. Questo sta a significare che vi è sempre un equilibrio labile a cui sottostare, si cerca di fare del proprio meglio con i mezzi a disposizione ma al momento, soluzioni “perfette” non esistono. La consapevolezza nell’utilizzo di alcune risorse è fondamentale per farne un uso ragionato e con il minor impatto ambientale.
Tornando alle pratiche, ricordiamo che vengono volentieri sfruttati insetti utili e antagonisti capaci di predare i parassiti. In vinificazione l’aggiunta dei solfiti è solo in minime quantità: 100 mg/l per i vini rossi secchi (contro i 150 mg/l dello standard), 150 mg/l per i vini bianchi o rosati secchi (contro i 200 mg/l dello standard).

Come riconoscere un vino biologico?
Il vino biologico diventa simbolo di pratiche virtuose e immediatamente riconoscibile tramite un’apposita etichettatura: contiene l’espressione biologico, include il logo UE, indica il numero di codice dell’organismo di certificazione competente.
Pertanto, i produttori di vino biologico sono sottoposti ogni anno a controlli da parte degli organismi attraverso sopralluoghi, controllo dei registri e eventuale analisi di un campione. Gli enti certificatori in Italia sono autorizzati dal MiPAAF, e devono essere riconosciuti da Accredia, unico ente preposto a livello nazionale.
Una riflessione sul ruolo del biologico nella viticoltura moderna
Vi abbiamo informato in modo così dettagliato per far comprendere quanto sia complicato ottenere il certificato biologico, quanto le pratiche siano circostanziate e non derogabili. I controlli sono severi e strettissimi per assicurare al consumatore la veridicità dell’etichetta.
Ma poniamo anche un dubbio, quello che il sano lettore dovrebbe sempre avere: “I produttori di vino non biologico che però rispondono ad altissima qualità di prodotto e bontà dello stesso, pensate non siano attenti al benessere del terreno, alla varietà dell’ecosistema e alle pratiche in cantina?“
Ogni produttore vuole accontentare il cliente e per farlo deve produrre vini buoni che non facciano venire mal di testa e non creino danno all’ambiente. Per questo, tante volte abbiamo incontrato ottimi produttori non bio che usano molti meno solfiti di quelli consentiti dal biologico e che praticano in vigna, con lo stesso virtuosismo, strategie atte a non ledere l’ambiente e a mantenere le piante sane.
D’altro canto, il biologico prevede pratiche che non riescono in alcune annate a prevenire le malattie o i danni gravissimi del maltempo. Nell’anno nero della viticoltura, il 2023, molti produttori bio non hanno resistito e hanno chiuso, tanti hanno perso oltre l’80% delle uve, altri si sono riconvertiti al convenzionale, non per mancanza di rispetto verso la natura, ma perché se si tratta di sostenibilità, bisogna anche fare i conti con le famiglie e le intere comunità che vivono di queste produzioni.
Sostenibilità ambientale e continuità produttiva
Se il vino lo consideriamo non un prodotto naturale ma che deriva da un’interpretazione pratica dell’uomo, allora ci si pone il dubbio se le attività in regime biologico siano sempre e realisticamente proponibili. Un sano equilibrio delle scelte potrebbe sia prevenire le malattie come peronospora e oidio, parole chiave dell’annata nera della viticoltura, ma anche portare avanti la produzione e un meccanismo che va a sostenere tutta quella filiera, in termini di impiego umano, atta a realizzare il vino che finisce poi sugli scaffali e nel nostro bicchiere.








