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Si chiama Smith’s British, e adesso vi racconto la sua storia insieme ad Adam, il suo ideatore
Aprire un ristorante britannico a Torino non sembra, almeno sulla carta, la scelta più semplice del mondo. Da una parte c’è una città che vive di tradizioni gastronomiche solide e radicate; dall’altra una cucina che per decenni ha dovuto convivere con la fama, spesso immeritata, di essere poco interessante. Eppure Smith’s British, nel cuore del capoluogo piemontese, da quasi otto anni dimostra il contrario.
“Mi piace la sfida di stupire la gente”, racconta Adam. “Anzi, mi piace soprattutto stupire chi entra scettico”.
Una filosofia che sintetizza bene la storia del locale e quella del suo fondatore, arrivato a Torino nel 2002 per lavoro. All’epoca faceva l’ingegnere e il trasferimento in Piemonte doveva essere soltanto una parentesi professionale. Poi le cose sono andate diversamente.
Da ingegnere a ristoratore
Ero stato mandato qui per un progetto. A un certo punto avevo deciso di lasciare tutto e partire per un viaggio. Tre giorni dopo aver dato le dimissioni ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie.
Una coincidenza che gli ha cambiato la vita. Da quel momento Torino è diventata casa. Prima l’esperienza di Casa Manitù, poi l’ingresso nella società e infine la decisione di creare un ristorante dedicato alla vera cucina britannica. “Avevamo voglia di crescere, di fare ristorazione vera. Non scegliere la strada più facile, ma una sfida. Dopo anni passati a sentire dire che Londra è bellissima ma lontana, abbiamo deciso di portare qui un pezzo della nostra cultura”.
Una scelta coraggiosa, soprattutto in un Paese dove i luoghi comuni sulla gastronomia inglese sono ancora molto diffusi.

Il pregiudizio sulla cucina inglese
L’argomento emerge inevitabilmente durante la conversazione, e sorprende la serenità con cui viene affrontato.
Se mi dà fastidio questo pregiudizio? No. Lo utilizziamo quasi come un’arma in più.
Secondo Adam, le radici di questa cattiva reputazione affondano nel secondo dopoguerra, tra razionamenti, industrializzazione alimentare e cambiamenti sociali che hanno trasformato profondamente il rapporto degli inglesi con il cibo. “Abbiamo perso una parte della nostra cucina. Si sono perse tante tradizioni legate alle lunghe cotture, agli stufati, ai piatti preparati lentamente. Poi è arrivato il cibo industriale e molte cose sono cambiate”.
Oggi, però, il Regno Unito sta vivendo una fase di riscoperta delle proprie radici gastronomiche. “Negli ultimi anni stiamo recuperando la nostra cultura, e in questo i gastropub hanno avuto un ruolo importante. Stiamo tornando a valorizzare ricette e tradizioni che per un periodo erano finite in secondo piano”.
Piemonte e Inghilterra, due cucine più vicine di quanto si pensi
Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista riguarda le somiglianze tra cucina britannica e cucina piemontese.
“La vecchia cucina piemontese è probabilmente quella che più si avvicina alla nostra”, spiega. “Non quella da cartolina, ma quella delle campagne, delle lunghe cotture e del recupero di ogni parte dell’animale”.
I riferimenti si susseguono: testina, frattaglie, sanguinaccio, preparazioni povere ma ricche di tecnica e sapore. “I faggot inglesi, ad esempio, sono interiora di maiale stufate. L’haggis scozzese non è poi così distante da certe preparazioni tradizionali italiane. In fondo la cucina popolare si assomiglia in molti Paesi”.
Una vicinanza che emerge anche nei piatti creati per unire idealmente le due culture. “Abbiamo creato un Pie Monte – un gioco di parole”, racconta sorridendo: “una torta salata britannica reinterpretata con ingredienti piemontesi come topinambur, noci e tartufo nero”.
Fish and chips, pie e Wellington: la sorpresa nel piatto
Se c’è una soddisfazione che il titolare di Smith’s continua a cercare ogni giorno è quella di vedere cambiare espressione ai clienti dopo il primo assaggio. “Capita spesso che qualcuno venga qui con aspettative molto basse. Magari scopre all’ultimo di essere stato invitato in un ristorante britannico per un compleanno o un anniversario e non sa cosa aspettarsi”.
Poi arrivano i piatti. “I pie sorprendono molto. Così come il Wellington e il Fish and Chips. Riceviamo spesso persone che ci dicono di aver mangiato un Fish and Chips migliore di quello provato a Londra“.
Tra le proposte più curiose c’è anche il Coronation Chicken, nato per celebrare l’incoronazione della regina Elisabetta II. “È un’insalata di pollo con curry delicato, salsa cremosa e frutta secca, pensata per rappresentare il Commonwealth. Quando la gente la assaggia rimane spesso sorpresa”.
Ma se dovesse scegliere il piatto che più lo rappresenta, la risposta arriva senza esitazioni: Il Lancashire Hotpot! Uno dei grandi classici del Nord dell’Inghilterra con collo d’agnello cotto lentamente, cipolle e fondo di cottura, ricoperto da uno strato di patate e cotto al forno fino a diventare dorato e croccante. “È un piatto umile. Pochi ingredienti, tanta tecnica e tanto tempo. Forse è proprio per questo che mi rappresenta”.

Più vino che birra
Quando si parla di cucina britannica, il pensiero corre inevitabilmente alla birra. Eppure, allo Smith’s, il vino occupa uno spazio centrale. “La gente entra e pensa subito alla birra, è normale. Noi abbiamo una buona selezione di birre britanniche e irlandesi, ma personalmente preferisco abbinare il cibo al vino”.
La motivazione è semplice: “il vino è un esaltatore di sapori, e con il cibo funziona meglio. La birra, soprattutto durante una cena completa, tende a riempire e a gonfiare”.
Il legame tra il mondo britannico e il vino, d’altronde, ha radici profonde. “Gli inglesi hanno sempre avuto una grande passione per il vino. Basti pensare alla storia del Porto o dello Sherry. Ci sono tantissimi collegamenti storici tra la Gran Bretagna e le grandi tradizioni vinicole europee”. Nel locale non mancano nemmeno le etichette provenienti dall’Inghilterra, soprattutto nel mondo delle bollicine. “Oggi gli spumanti inglesi stanno raggiungendo livelli altissimi. Alcuni competono tranquillamente con grandi nomi francesi”.
Quanto agli abbinamenti del cuore, la risposta arriva immediata: “un Beef Wellington con un Nebbiolo, oppure una bella Barbera, sono accostamenti che adoro”.
«Oggi mi sento più piemontese che inglese»
Dopo oltre vent’anni trascorsi sotto la Mole, il legame con il territorio è diventato profondo, “ormai mi sento più piemontese che inglese”. E quando gli si chiede quale vino piemontese meglio rappresenti il suo carattere, la risposta sorprende: “la Barbera“
Non il Nebbiolo, simbolo internazionale della regione, ma un vino che considera più versatile e capace di trasformarsi. “Puoi avere una Barbera giovane o una Barbera importante, affinata, complessa. È un vino che cambia molto a seconda di come viene interpretato”.
Forse è proprio questa capacità di evolversi senza perdere la propria identità a raccontare meglio anche la storia di Smith’s British. Un locale nato dall’incontro tra due culture gastronomiche diverse che, anziché scontrarsi, hanno trovato un terreno comune fatto di tradizioni popolari, buon vino e curiosità. E soprattutto della voglia di mettere in discussione i pregiudizi, un piatto alla volta.







