I resistenti Piwi, la nuova frontiera della viticoltura?

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Tempo di Lettura: 5 minuti

Chi crede nei Piwi? E chi li conosce soprattutto?

In Italia, parlare delle varietà resistenti, è ancora difficile perché pochi li conoscono e tante aziende non vogliono snaturare le loro abitudini, andando a introdurre vitigni che non rientrano nel disciplinare storico delle denominazioni.

Abbiamo incontrato per l’occasione uno dei cultori delle varietà resistenti, l’enologo Nicola Biasi, fondatore della NB Consulting. Nata nel 2020, è il contenitore di una visione che abbraccia consulenza e produzione in tutta Italia, accompagnando le aziende in un percorso di consapevolezza, dalla vigna fino al calice. Tanti i titoli per un professionista che si è formato tra i grandi bianchi friulani, viaggiando in Sudafrica e Australia e tornando in Toscana, fino alla scelta di abbracciare la libera professione. Nel 2020 Biasi viene nominato “Miglior Giovane Enologo d’Italia”. Nel 2021, all’anteprima del Merano WineFestival, viene selezionato tra soli sette enologi per il titolo di “Cult Oenologist”, un titolo che racchiude bravura tecnica e capacità di tradurre le abilità in un risultato direttamente verificabile nel calice.

Sempre nel 2021 prende corpo all’interno della NB Consulting la RESISTENTI NB, una rete di impresa che vuole cambiare l’ottica della sostenibilità, introducendo l’adozione dei Piwi. Nel 2022, come riconoscimento di questo percorso, Biasi è “Enologo dell’anno” e la RESISTENTI NB è “Progetto Vino dell’anno” (Food and Travel Italia).

L’enologo si è messo alla prova producendo lui stesso un vino da varietà resistente, nella sua cantina sulle Dolomiti trentine, in Val di Non, dove nel 2012 ha il coraggio di espiantare un vecchio meleto di famiglia, per scommettere sulla varietà Piwi Johanniter, che resiste alle sfide della montagna, freddo e vendemmie tardive.

Piwi Johanniter

La varietà, a bacca bianca, nasce nel 1968 a Friburgo, e subito fa vedere di che stoffa è fatta: trattamenti anticrittogamici ridotti al minimo, nessun diserbo, ottima resa con lavorazioni manuali. Da questo vitigno nasce Vin de La Neu, Vino della Neve, un prodotto che detta il ritmo lento e silenzioso della montagna, teso, verticale e fine, proiettato verso una grande longevità.

Piwi_nicola biasi_Vin de la Neu-19

Perché scegliere i Piwi? La visione di Nicola Biasi

In un contesto climatico che cambia e al quale è necessario adattarsi, Nicola Biasi è il traduttore di un percorso verso nuove frontiere, senza conclamare una vera rivoluzione ma, meglio, proponendo un approccio che si accompagni in maniera gentile alla natura e alle sue trasformazioni.

Nicola Biasi lavora sul campo e adotta un metodo di precisione assoluta, misurazione e interpretazione del suolo e del vitigno. Risalgono al 2020 e 2021 le prime micro-vinificazioni condotte dall’intero gruppo di cantine aderenti, in un discorso di collaborazione e coesione, perché tante piccole realtà messe insieme riescono a dar voce a un discorso corale. A seguito delle osservazioni e delle certificazioni che hanno tracciato l’intero ciclo produttivo, si sono confrontati i risultati.

Effettivamente nella coltivazione dei resistenti, secondo uno studio condotto da Albafiorita (una delle cantine aderenti al network), sono diminuiti l’utilizzo di antiparassitari, sceso il consumo di acqua del 70%, e l’emissione di Co2 ridotta del 38%. La rete è un mezzo fondamentale per comunicare un messaggio che in Italia trova ancora, paradossalmente, resistenza e sul quale Biasi fa una riflessione, ricordando ai diffidenti che i PIWI non sono Ogm, ma sono il risultato di incroci naturali ottenuti per impollinazione tra specie diverse di vite.

Uva Piwi

Come reagiscono le aziende

L’estero è un mercato più ricettivo, in Italia la tradizione crea un legame territorio/varietà ancora troppo forte da scardinare. Il Nord Europa è accogliente, Germania e Belgio in pole position, così come gli Stati Uniti, e il Vin de La Neu viaggia oltreoceano arrivando in Giappone e Brasile. Un vino che parla di territorio e non di monovarietale, che Biasi ha eliminato dall’etichetta perché poco conosciuto, marcando invece il vino con la sua zona di origine che è il Trentino.

Nell’Unione Europea esiste un regolamento che indirizza all’utilizzo dei Piwi ma in Italia non è stato ancora recepito. Il percorso di inserimento delle varietà resistenti passa prima per l’Albo Nazionale e poi per quello Regionale, ma per adesso se ne può usare solo una piccola percentuale e solo alcune regioni ne hanno adottato l’utilizzo.

Il problema è in una visione legata ancora tanto al vitigno, e meno al territorio, nonostante tutti ne parlino, pochi davvero ci credono. Di fronte a fattori climatici che non possiamo governare, l’unico ambito in cui è possibile mettere mano è la base ampelografica. Cambiare questa vuol dire cambiare visione, senza grandi stravolgimenti. Ma per un produttore abituato a un varietale specifico, l’idea di modificare l’uvaggio diventa insostenibile, non tanto per una questione economica, quanto ideologica. In Germania dove sono nati i Piwi il clima ha aiutato a ricercare nuove soluzioni, e in Italia le Regioni all’avanguardia su questa ricerca sono il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino.

… e i consumatori

Prima di parlare di varietà resistenti e spiegare al consumatore che cosa sono, la chiave è far assaggiare i vini e far sentire che sono buoni. Parlare sempre di territorio è la strategia e raccontare una bottiglia partendo dalla zona di produzione. Il focus devono essere la qualità e la bontà del prodotto e non con quali uve è stato fatto. La scelta di adottare un resistente non deve essere bandiera di una filosofia che in tante occasioni è solo slogan.

Oggi molti si fregiano del marchio bio per pubblicità, facendone una questione tecnica ma poco aderente alle necessità effettive del territorio. Se il prodotto deve esser venduto, il suo appeal sullo scaffale è innegabilmente legato anche al prezzo e non sempre prezzi alti significano buona qualità. Per questo la coerenza è la chiave per fare un discorso costruttivo intorno a questi vitigni, che non devono essere moda ma dettarla, in un certo senso, devono essere capaci di tracciare una nuova strada verso una vera e concreta sostenibilità.

Il nuovo progetto Mosella, dalla teoria ai fatti

Mosella è un progetto parte integrante del network Resistenti Nicola Biasi, e nasce nel 2023 tra le colline della Mosella tedesca, con la volontà di produrre un Riesling secco, essenziale e verticale. Dopo la prima vendemmia che ha dato un vino molto identitario, il vigneto, in un piccolo appezzamento a Briedel, è stato espiantato e reimpiantato con Riesling e Johanniter, vitigno resistente. L‘annata 2023 è rimasta un unicum, oggi il blend delle due varietà segna quindi un nuovo corso.

Mosella-33_piwi

Riflessioni aperte

Il motto di Biasi è “cambiamo vitigno, perché clima e territorio non possiamo cambiarli”. Ma convincere i produttori non è semplice. Tanti dicono che abbandonare le zone calde e andare in altitudine sarebbe la soluzione. Ma non funziona così perché vendere e acquistare una nuova azienda non è sostenibile. Andare in altitudine significa produrre poco e di conseguenza alzare i prezzi. La soluzione sarà cambiare base ampelografica. “Se a Montalcino fra 15 anni il Sangiovese sarà appassito per il caldo, piantiamo una varietà che resiste e reagisce bene” – dice ancora Biasi. L’obiettivo sarà fare il miglior vino possibile a Montalcino o a Barolo e non fare il miglior Sangiovese o Nebbiolo a tutti i costi. La visione deve essere totalmente ribaltata perché il vitigno deve essere un mezzo per interpretare il territorio e non il fine ultimo.

Siamo d’accordo? Ce lo stiamo chiedendo e voi con noi. Non si tratta di trovare le soluzioni nell’immediato, ma almeno iniziare a pensarci.

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