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Parlare di Bordeaux è come parlare dei massimi sistemi del vino
La massima espressione di un calice nel suo stato di grazia più puro. Non vogliamo farne una questione legata al competere, ma, parliamoci chiaro, quello che si vende di più all’estero e che sul mercato vince in scala di valore è il vino francese. Nonostante le crisi e il ribasso dei prezzi, l’appeal di questi vini stenta a decrescere. Soprattutto se si tratta di vecchie annate.
Appassionarsi alla Francia e in particolare a Bordeaux non è difficile. Questo lembo di terra dove si producono tra i vini migliori al mondo resta addosso come una malattia, o meglio come una magia, non te ne liberi facilmente. I vini bordolesi sono arrivati a Roma, a Palazzo Brancaccio, grazie a Sarzi Amadè, storico distributore di châteaux di Bordeaux, che quest’anno compie il sessantesimo. L’evento Bordeaux è Sarzi Amadè ha consacrato, per il secondo anno, un appuntamento immancabile per gli appassionati, perché avere a disposizione in una sola giornata ben 42 aziende francesi è cosa che solo Claudia e Alessandro Sarzi Amadè possono realizzare.

Perché scegliere i vini francesi
È la storia a parlare, un fil rouge che mette in connessione le produzioni negli anni, i risultati delle scelte varietali, i percorsi enologici in cantina e le pratiche agronomiche in vigna. Primo interlocutore è il territorio che si fa portavoce di un savoir faire custodito negli anni come mirabile segreto a cui nessuno deve avere accesso, se non gli addetti ai lavori. Per anni il vino francese di Bordeaux è stato appannaggio di classi elitarie, vuoi per il prezzo, vuoi perché difficile da trovare, vuoi per moda. Poi con l’innalzamento della qualità del vino dei paesi vicini e lontani, e una stabilizzazione di prezzi a salire, mirati a un pubblico sempre più specializzato, queste etichette hanno conquistato un posto anche nelle tasche del consumatore medio. Se ne è cominciato a parlare, e non è stato più considerato un settore da enofighetti, ma si è usciti da una certa wine-snobbery e ci si è fidati di un rapporto qualità-prezzo atto a incentivare l’attenzione e creare interesse da parte di chi in passato vedeva i vini francesi come qualcosa di irraggiungibile.
Diventare un mito non è un caso
Dal greco mythos, narrazione, discorso ma anche origine. Diventare un mito non è un caso. Bordeaux ha tutta una serie di elementi a proprio favore che congiunti hanno reso la sua fama tesa e costante nel tempo. Intanto la storia, che è intrecciata alla sua posizione vicino all’acqua, sia i fiumi, Garonna, Dordogna che confluiscono nella Gironda, sia il mare, l’Atlantico.
Altro fattore, il legame con Inghilterra prima e con Olanda poi, sull’onda di un’apertura commerciale senza eguali. Ma primi fra tutti i Romani che, esperti nel settore, hanno visto in queste terre la possibilità di commercio e quindi da quelle che erano frange incolte e paludose, sono state bonificate e rese la patria dei vini più buoni del mondo. Facendo qualche calcolo, da più di trecento anni si parla in Bordeaux di vino di qualità, commercializzato e presente in tante corti e banchetti regali e non da meno sulle tavole delle aristocrazie inglesi che ne hanno lanciato nel mondo fama e gloria.
Risale al 1855 la prima e unica classificazione dei vini di Bordeaux, rimasta intatta fino a oggi a eccezione di due piccole deroghe. Voluta da Napoleone III in occasione dell’esposizione universale di Parigi, è un documento essenziale e assolutamente epocale che oggi potrebbe suscitare perplessità ma che rimane intoccabile per vari motivi, anche pratici. La prova concreta di una produzione e di un mercato che non hanno eguali. Tra periodi fortunati e piccole crisi dovute a forze esterne, i vini di Bordeaux hanno dominato la scena non solo regale, ma anche letteraria e cinematografica, non a caso numerose sono le pellicole in cui per citare vini prestigiosi sono solo le etichette bordolesi a comparire.
Componente fondamentale che ha lanciato questi vini nella storia è la loro longevità. Si dirà che oggi si cercano vini pronti e da bere subito, perché aspettare? Discorso affrontato più volte. Eppure, a favore di una durata nel tempo innegabile, c’è da aggiungere che il valore e la redditività di queste bottiglie è un bene immobile che negli anni si rivaluta senza inflessioni, sono vini eterni che anno dopo anno salgono di prezzo su un mercato che per loro non è mai saturo. Poter assaggiare un Bordeaux di eccellenza, come cambia nel tempo, dai sentori primari ai terziari, il suo arricchirsi in corpo e consistenza, fino all’apogeo, per poi discendere e stabilizzarsi su una soglia di perfezione è emozionante e incantevole allo stesso tempo. Non c’è pari per quasi nessun altro vino al mondo. Qualcosa che va oltre l’economia o il profitto, ma che rientra nell’estetica, un valore che sfugge a schemi o grafici.
Le figure chiave di Bordeaux
Sono state due figure di riferimento che non hanno avuto simili in nessun altro luogo vitivinicolo al mondo, i Courtiers e i Negociants. I primi controllavano, indagavano, sorvegliavano e conoscevano l’andamento delle cantine, delle annate, delle produzioni. Erano quelli che conoscevano eventuali problemi legati alla vendemmia, al clima, a qualsiasi fattore che potesse nuocere o favorire e quindi erano in grado di prevedere il futuro delle bottiglie. I secondi erano impegnati nella commercializzazione, nella vendita. Ciò che forse non tutti sanno è che alcuni lotti di vino bordolese erano venduti ancor prima della vendemmia, alcuni clienti addirittura compravano il vino quando le uve erano ancora attaccate ai tralci, sur souche veniva chiamata la pratica, interrotta poi nel 1969 per i troppi rischi che comportava. Oggi ancora in voga il sistema cosiddetto en primeur, che consente di acquistare vini prestigiosi in anteprima. Si fa l’assaggio in aprile, per assicurarsi il vino che è ancora in botte, prima che il prezzo si alzi.
Insomma, con un quadro così ampio che si inizia a definire già nel 1300 con le prime professionalità riconosciute, è facile comprendere come il mondo del vino in questa parte di Francia non possa che ricoprire un ruolo fondamentale, avere un riconoscimento che altre aree e denominazioni non potranno mai vantare. Lo ripetiamo, è una questione di storia.
Il territorio e le varietà

Completiamo il quadro parlandovi del luogo, il territorio esatto dove queste uve crescono. Riscontriamo un clima che sta cambiando, questo ormai ovunque, qui meno rispetto a Borgogna o Piemonte per fare due esempi, ma sicuramente un anticipo di vendemmie e qualche difficoltà a gestire maturazione tecnica e fenolica delle uve sono innegabili.
Tante difficoltà per il Merlot che qui rappresenta il 60% di quello che si trova in Francia. Matura presto e vuole terreni pressoché argillosi, ma visto che a Bordeaux si tende a contenere il grado alcolico, riuscire a fermarne la maturazione prima che gli zuccheri svolgano troppo in fretta il loro compito, non è semplice. Un lavoro raffinato che vigneron, agronomi ed enologi in ogni château realizzano, mirato per ogni annata, l’una diversa dall’altra, per caldo o estrema piovosità. Ad aiutare un clima ballerino subentra il territorio, composto da un’alternanza di depositi derivanti dal Massiccio Centrale, i Pirenei e la zona del Perigord.
Le altitudini sono molto contenute (non si arriva mai ai 100 metri slm) e le due rive, gauche e droit (sinistra e destra) rispetto ai due fiumi che attraversano la regione, si differenziano per presenza o meno di calcare, argilla, ghiaia. Vale la pena ricordare che l’argilla migliore con varietà blu-verde in base ai minerali diversi con cui è composta è quella che si trova a Pomerol, patria del Petrus. Il Merlot si adatta bene sull’argilla, la ghiaia è la patria del Cabernet Sauvignon, seconda varietà nel blend, mentre la sabbia nera è la culla del Cabernet Franc, nonché il limo che è fertilissimo e dove il Merlot si sente a suo agio. Le aggiunte seppur minime possono essere di Petit Verdot che insaporisce, il Malbec che dona sensazioni di bacche selvatiche e il Cermenère che ha perso appeal da tempo, perché un’uva poco produttiva e facilmente attaccabile da malattie, ma tuttavia presente.
Dalla cantina ai mercati
Bordeaux si traduce in château, il castello, che da sempre rappresenta la cantina, luogo più o meno affascinante – alcuni non hanno le sembianze di una nobile dimora – ma è qui che nel chiuso dei locali i vignaioli hanno coltivato e trasmesso i segreti delle loro vere e proprie “ricette”. Il vino dagli châteaux passa oggi per la Place de Bordeaux, il mercato dei vini bordolesi, un luogo virtuale ma dove si generano gli introiti, attraverso le operazioni dei négociants (a loro questo ruolo è rimasto) che sono in contatto con i grandi mercati dell’est, i ristoranti stellati, i clienti privati.
Un mercato che permette di avere risorse economiche certe, un sistema che procura agli châteaux la possibilità, attraverso entrate ingenti, di affinare le tecniche e i mezzi per la produzione del vino per assicurare una qualità sempre al passo con le richieste. Dall’innovazione dei contenitori, all’utilizzo di droni e stazioni satellitari per controllare clima e vigneti, si tratta di una fama che non può essere compromessa. E quello che per un verso è innovazione, può poi rientrare nella consuetudine o essere un fallimento e quindi velocemente sostituito.
La Francia non è tra le prime ad aver adottato il biodinamico, ma anche qui la strada è ampia e le filosofie aperte a tutto ciò che possa rendere il terreno sano e vigoroso. Le estati calde e la piovosità “indiana” hanno portato ad accorgimenti drastici, come vendemmiare il Merlot in anticipo, monitorare il Cabernet Sauvignon ed evitare il verde nei tannini, sostenendo un’acidità costante.
I vini di oggi, tutto sommato, non devono provare invidia per quelli del passato
Le abitudini sono cambiate e probabilmente un buon vino bordolese equilibrato sarà bevuto presto, difficilmente le cantinette moderne di oggi potranno sostenere quello che facevano luoghi più freschi e riparati naturalmente, come avveniva in passato. Ma oggi sono cambiati anche i gusti e lo stile bordolese non muta la sua natura, le sue origini, quello per cui è conosciuto in tutto il mondo.
Si avrà la longevità di un tempo? Potremmo fare degli esperimenti, ma l’unico modo per scoprirlo è saper aspettare. Nemmeno la AI in questo può venire in aiuto. Per fortuna.
Un confronto con i produttori: Axel Heinz

Axel Heinz, dal 2023 direttore di Château Lascombes, denominazione Margaux, nel Medoc, sulla riva sinistra della Gironda. Heinz vanta un’esperienza di 17 anni in Toscana, dove ha reso celebri Masseto e Ornellaia.
La Francia è partita molto presto col concetto del grande vino e lo ha portato avanti nei secoli – inizia con queste parole Axel Heinz – questo ha fatto la differenza.
Che vuol dire grande vino?
“L’idea della qualità di un vino legata a un territorio e spesso a un appezzamento specifico e l’adeguamento del territorio a certi vitigni, in questo la Francia ha un vantaggio”.
I vitigni internazionali sono quasi tutti francesi, del resto: “la Francia dopo aver determinato il territorio, ha cercato i vitigni che meglio potessero adattarsi. Questo connubio che vediamo oggi è frutto di secoli di prove ed esperienze. A Bordeaux come in Borgogna, questo concetto si è consolidato nel tempo”.
A differenza della Borgogna, ogni produttore bordolese fa un blend diverso: “sì, da noi ogni singola azienda vinicola si è costruita una storia e un’identità precise, questo atteggiamento deriva dalla qualità del territorio e anche dalla possibilità di diversificare le scelte varietali”.
Conta più il territorio o il vignaiolo?
“L’identità aziendale è a pari livello dell’aspetto territoriale, a Bordeaux l’aera è vasta e molto differenziata, anche all’interno di una stessa azienda, e il vignaiolo decide come combinare le varietà, anche in base al clima”.
Una tradizione che non è trappola, ma trampolino. Le varietà si sono succedute negli anni, tra espianti e riprese, oggi le quantità minime di Petit Verdot e Malbec rispondono a rinnovate esigenze, ma sono sempre Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon a fare la parte da protagonisti.
Come incide il clima?
“Lo si vede dappertutto, negli ultimi dieci anni un’accelerazione verso il caldo, una climatologia imprevedibile che da noi a Bordeaux si sta trasformando con caratteristiche più mediterranee”.
Il clima caldo favorisce un consumo di vini più giovani?
“Rende più facile fare vini maturi e morbidi. Si dice che ogni vitigno a Bordeaux trovi la massima espressione al nord del suo raggio geografico. Perché la maturazione lenta senza eccessi di calore può portare a vini complessi e compiuti, col rischio che con un’annata difficile non si raggiunga la piena maturazione. Mentre più a sud la maturazione è anticipata ma può tirare fuori vini facili di approccio ma anche più banali. L’arte è trovare il giusto equilibrio. In un clima caldo la maturità è più semplice con vini regolarmente di alta qualità, ma le punte nascono sempre da annate mai troppo calde che promettono freschezza”.
L’uso dei legni? “Bordeaux per tradizione utilizza le piccole barrique, poi cambia la percentuale di legno nuovo. La durata di invecchiamento in passato era più lunga, perché si teneva il vino in botte finché non fosse venduto. Oggi tendiamo ad avere invecchiamenti che raramente vanno oltre i 24 mesi perché i vini escono più freschi e ricchi di frutto e tutto sta nel bilanciare legni nuovi e non, per non sovrastare troppo il vino”.
Qualche assaggio
Château Lascombes, Grand Vin 2^ Grand Cru Classé (en 1855) 2023
Annata con ondate di caldo che ha richiesto alcuni aggiramenti e cura nei dettagli, con vendemmia di cinque settimane. Cabernet Sauvignon 60%, Merlot 37%, Cabernet Franc 2% e Petit Verdot 1%. Il Merlot ha richiesto un’attenzione particolare, il Cabernet Franc ha donato fascino e frutto, il Petit Verdot pur minimo ha donato nota tannica. Il Cabernet Sauvignon ha lasciato un’impronta robusta ma elegante. Un vino verticale, classico e dalle sensazioni setose al sorso.
Chateau Rauzan-Ségla, Grand Cru Classé 2017
Rimanendo nella AOC Margaux. Regna con stile sulla Rive Gauche, nei pressi della Gironda. Calore tutto il giorno, maturità ottimale, terreni con creste di ghiaia fine e mix di calcare e argilla. Quest’annata ha una ricchezza aromatica superba, bilancia equilibrio, maturità e freschezza. Comprende le quattro varietà del blend bordolese con prevalenza di Cabernet Sauvignon. Le sensazioni sono di una complessità travolgente, dalle spezie come cannella, richiami di cedro e prugna secca, sfondo di boiserie, con ventaglio di pot-pourri sul finale. Tannini fini, eleganti e setosi, struttura morbida ed estremamente piacevole al palato. Pronto adesso o anche da attendere.
Château Laroque, Grand Cru Classé 2018, 2019, 2020
Ci spostiamo a Saint Emilion. Quello che può definirsi un paradiso calcareo, arricchito da un sottile strato di argilla, su cui fondano le radici viti di oltre cinquant’anni. Una complessità geologica e vinicola che pone le fondamenta per una produzione unica e irripetibile, dove il Merlot su suoli calcarei esprime corpo e ampio sapore, insieme al Cabernet Franc che rende il finale dei vini fresco e definito. Nella 2018 prevale il Merlot (97%), palco di spezie all’olfatto assecondate da sensazioni di fiore scuro. Un sorso denso e compatto, ricco di frutto come ciliegia e prugna nera, gelso, per terminare con una solida mineralità gessosa. I tannini impeccabili. Avvicinabile oggi ma ancor di più tra vent’anni! Nell’annata 2019 torna la spezia, si percepisce nota di tabacco, vaniglia, cioccolato scuro. Un sorso ricco di acidità e succoso, le sensazioni mentolate lasciano il passo alla liquirizia e un finale complesso. Tuttavia, ancora restio, timido, ha bisogno di qualche anno. L’annata 2020 è un ragazzo in pieno sviluppo, un adolescente da domare, tannini scalpitanti, freschezza e sensazioni minerali in evidenza, frutto ancora poco maturo, rotondità accennata, equilibrio in fieri. Se ne può fare scorta per avere un Saint Emilion di gran classe senza svuotare le tasche, ma è decisamente da attendere.
Chateau Canon, Premier Grand Cru Classé, Saint Emilion 2018, 2023
Merlot 71% e Cabernet Franc 29%. In questo vino il calcare, che regna in silenzio, è un vero alleato, e sostiene la vite tra periodi secchi e umidi. Esplosione floreale e persistenza, timbro di un’annata delicata, ricca di sfumature ariose, al sorso tornano note complesse, il lampone, il pepe, la menta, in un culmine salino molto intenso. L’annata 2018 dimostra una grande finezza olfattiva, ricca di ribes nero, lampone e peonia. Al palato definito “ipnotico” (Le Figaro Vin), etereo, potente, al contempo eccezionale la freschezza, in un finale dalla texture compatta e coesa.
Conclusioni aperte

Con i vini di Bordeaux si potrebbe andare molto indietro nel tempo, arrivare alle annate dei grandi intenditori, ma non è quello che vogliamo fare in questa sede. Vorremmo invece parlare a un pubblico medio che può avere curiosità di assaggiare qualche bottiglia, senza dover chiedere un prestito.
Tra le annate più recenti segnaliamo le 2015 e 2016, in particolar modo la seconda. A seguire le annate 2018-2019-2020 (come abbiamo segnalato per Château Laroque, dove tuttavia la 2020 ha innegabilmente bisogno di tempo). Tra 2022 e 2024 anche è possibile trovare ottime occasioni per confrontarsi con un vino che normalmente cerca il podio dopo almeno un decennio di sosta in bottiglia. Semplicemente siate curiosi, perché come già detto, a Bordeaux non si è rimasti fermi, la ricerca, l’innovazione e gli investimenti, anche e non da ultimo l’applicazione del biodinamico in tanti vigneti, hanno portato a un numero di bottiglie per annata tutte di eccezionale qualità, standardizzando il livello su medie davvero alte.
Anche il resto del mondo nel frattempo si è specializzato, per prima l’Italia, ma il fascino degli châteaux francesi rimane un’eco granitica, non esiste altrove la possibilità di assaggiare una bottiglia del 1888, vedi Château Cos d’Estournel, o del 1900 vedi Château Lafite Rothschild, vini emozionanti, ancora dal vivido colore lucente, palati fitti, tannini vividi. Un caso? La tecnica? Forse, ma ciò che importa è che in Francia questo miracolo è possibile, e il suo nome è Bordeaux.











