Il “nuovo” Dume, Torino

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Tempo di Lettura: 2 minuti

L’evoluzione (im)perfetta della Galleria Umberto I

L’insegna sulla porta parla chiaro: Dume – Trattoria Imperfetta”. Un nome che è un pezzo di storia torinese, rimasto lì a fare da calamita per chiunque passi tra le bancarelle di Porta Palazzo e il silenzio monumentale della Galleria Umberto I. Oggi la Galleria è tornata a brulicare di vita. Merito di locali che hanno convinto anche i torinesi più “vintage” a riscoprire questo gioiello di vetro e ferro che, quando decide di mettersi in mostra, fa ancora un rumore pazzesco.

Il colpo di genio è stato mantenere quel nome, Dume

Per generazioni è stato il tempio delle patate, un punto di riferimento popolare e verace. Oggi l’anima è cambiata, virando su una cucina più consapevole e curata, ma lo spirito resta quello: meno perfezione di facciata e più voglia di migliorarsi ogni giorno. Proprio come l’atteggiamento del nuovo chef Jacopo Capelli, 28 anni, con alle spalle esperienze di rilievo nelle cucine più blasonate del mondo, alla guida da circa 8 mesi nella cucina del “nuovo” Dume.
Mai sentirsi arrivato ma sempre in miglioramento

Questa filosofia si legge anche fuori dal piatto. Il locale è costruito attorno al verde: vasi, piante, piccoli angoli quasi sabaudi che spezzano il rigore della Galleria e creano un ambiente più morbido, più vissuto. Non è solo estetica, è un modo per raccontare un’idea di cucina legata alla stagionalità e alla materia prima.

Il menù di primavera

Il menù di primavera, presentato alla stampa, è stata in realtà una selezione dei piatti più emblematici del ristorante. Una sintesi utile per capire la direzione della cucina, ma che non ha esaurito la proposta: la carta è ampia e articolata, e racconta un ristorante che sta cercando il suo equilibrio.

Si è iniziato con una tartare di Fassona, emulsione di tuorlo marinato, salsa tartara e sedano in agrodolce: corretta e senza sbavature, forse fin troppo prudente. Poi si è entrati nei piatti più identitari: l“Omaggio a Torino” e il risotto ispirato al Tamango. Qui emerge chiaramente la voglia di costruire qualcosa di più personale.

Ma cos’è il Tamango? Il riferimento al Tamango non è casuale: è uno dei cocktail simbolo della notte torinese, un mix intenso a base di vermouth, china e agrumi. L’idea di tradurlo in un risotto è stata interessante, ma rischiosa. In questo caso l’arancia è stata spinta molto sul finale, forse troppo, sottraendo un po’ l’attenzione dal carattere del drink.

L’agnello abbinato agli ingredienti tipici della vignarola è il piatto che, forse, ci ha convinti di più. Più diretto, più leggibile, anche il più coerente con la stagione. È quello che ha restituito meglio la sensazione di una cucina che, quando si semplifica, funziona.

Il tema vero però è fuori dal piatto

Perché stare lì, tra Porta Palazzo e la Galleria, a Torino, non è una scelta neutra. È una zona viva, popolare, in trasformazione, ma non ancora del tutto allineata con una proposta così.  Ed è proprio questa distanza a spiegare bene tutto il potenziale del locale: un’antitesi che incita a posizionarsi come il ristorante di riferimento della zona. Il nuovo Dume, a nostro parere, funziona, ma deve ancora capire quanto spingere senza perdere leggibilità. Un locale, insomma, da seguire e sostenere nel suo nuovo percorso di rinascita.

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