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Perché scegliere un Chianti Classico
Parlare di Chianti Classico è facile e complesso allo stesso tempo, ma una cosa dobbiamo dirla, non invecchia mai. Anche nelle sue versioni vintage, come quelle presentate a Roma il 3 novembre presso la Serra di Palazzo delle Esposizioni, con banchi di assaggio e masterclass dedicata alle vecchie annate.
Un vino che non si tradisce, con un disciplinare stringente e una politica di tutela molto forte, grazie a un Consorzio che controlla qualità e produzione nel nome di preservare i terreni vitati e non aumentarne gli ettari. Lo slancio della Gran Selezione e delle Uga, Unità geografiche aggiuntive, donano a questa denominazione ancor maggior lustro che negli assaggi non si smentisce. Anni fa si badava alla quantità e il lavoro era tutto concentrato in cantina, poi la filosofia produttiva si è evoluta, si è dato spazio all’agronomo, la figura che cammina in vigna e testa il terreno e le uve e tutto è iniziato a cambiare. E diremmo a migliorare. Soprattutto nell’ottica dell’utilizzo esclusivo del Sangiovese e degli autoctoni.
E siccome di vino si tratta, ve ne diamo qualche esempio concreto
Premettiamo però un paio di considerazioni. Con le annate prodotte negli ultimi anni sono evidenti le conseguenze del cambiamento climatico. Prima le uve faticavano a maturare, oggi le spigolature si sono ammorbidite, i contorni sono più sinuosi senza perdere freschezza. Oggi si pensa all’invecchiamento, i vini sono fatti anche per durare nel tempo, e per questo in lavoro in vigna è molto più meticoloso, ci sono pratiche che in passato non erano pensate. Il vino si produceva per il consumo immediato, oggi per fare un’esperienza di gusto legata alla convivialità e all’abbinamento col cibo. Il Chianti Classico non solo invecchiato ma anche con una veste moderna che non perde freschezza ed eleganza. Ammettiamo però che negli assaggi degli anni ’90 i sentori floreali e fruttati non si sono illividiti e i tannini sono ancora setosi e vellutati. Una scommessa che il Sangiovese vince a mani basse.
Gli assaggi a riprova di quanto detto
Castello di Monsanto
Con Castello di Monsanto il Chianti Classico si fa giovane e di facile beva, fresco, nell’annata 2023 un breve passaggio in legno e poi bottiglia. Rosso rubino e trasparente, parte di frutto e parte vegetale che camminano di pari passo. Oltre al Sangiovese ci sono un 10% di Colorino e Canaiolo. Con la Riserva annata 2021, a differenza dell’altro il passaggio in legno è più pronunciato e più lungo il riposo in bottiglia. Una parte speziata la fa da padrona e l’attesa qui è un valore aggiunto. Arriviamo alla Gran Selezione, il Poggio, annata 2020, il Sangiovese è al 95% e il restante i due autoctoni. Il passaggio in legno fino ai 20 mesi. In cantina rimane per due anni. La 2013 fa scendere qualche lacrima, un nettare. Non perde smalto, ancora nervoso il sorso, vibrante, teso, tirato al gusto. Vino vigoroso nonostante l’annata difficile, con caldo anomalo e tante piogge. Potrebbe rimanere in bottiglia ancora due o tre anni. In commercio ci sono ancora le annate del 1962, anno di nascita dell’azienda.
Castello di Bossi
Castello di Bossi, al confine con Gaiole in Chianti. Un’azienda di 120 ettari vitati, con riserva di caccia e di tartufi bianchi, agriturismo e accoglienza. La famiglia Bacci è la proprietaria, geni della moda e creatori dei jeans Roy Rogers. Dopo aver venduto l’azienda di moda hanno comprato Castello di Bossi e altre realtà, da Montalcino all’Etna, passando per Mamoiada, con vigenti centenari. Proponiamo, Vigneto Berardo Riserva 2021, un cru di vigna di 40 anni, esposto a ovest, dove ci entusiasma la sua tradizionalità, nella più bella eleganza che si può ottenere. I legni utilizzati sono maestri d’ascia italiani ma pur sempre botti esauste di 70 anni di età, con cessione minima. Qui si sente davvero forte il carattere del terreno. Gran Selezione 2021 (24 mesi di legno) riunisce il miglior Sangiovese tra i grappoli delle vigne diverse, utilizzano botti grandi e legni di Slavonia, maestri d’ascia austriaci. Legni che sanno cedere e non cedere, un vino estremamente elegante, equilibrato che gioca sulla spezia.
Vecchie Terre di Montefili
Vecchie Terre di Montefili a pochi chilometri da Antinori, poco più bassi di Lamole, al limite del Chianti Classico. Un’azienda che esiste da sempre, vecchi scritti dell’anno mille ne testimoniano l’esistenza. La proprietà è diventata famosa nel 1975, la famiglia Cuti ha venduto un’industria tessile e ha investito in vigneti. Nel 2015 due americani poi hanno acquistato, innamorati del territorio. Al 90% si produce Sangiovese, poi Cabernet Sauvignon in un Cru per fare il Bruno di Rocca, un vero e proprio super Tuscan dedicato al vecchio produttore, a dire il vero uno dei pochi presenti in sala. Tre vendemmie in assaggio del Chianti Classico base, 2021, 2019, 2017. La 2021 ha un grande potenziale con una spinta tesa di acidità, la 2019 già pronta e la 2017 un’annata pessima a livello meteo, ma coerente in questa versione e ottima per vincere la sfida dell’assaggio.
Vigneti La Selvanella
Vigneti La Selvanella, azienda magnifica che vanta vini dal 1969, la prima azienda a scrivere il nome del vigneto in etichetta. Selvanella è il più grande cru del Chianti Classico di 50 ettari, e l’ultima collina di Radda verso Panzano. Si sale fino a 650 metri con tutte le esposizioni e tre tipi di terreno, da pietra forte, alberese e galestro, 100% Sangiovese e 60mila bottiglie, con potenziale di 250mila. Portano cinque annate, e il titolare precisa che dal 1969 si fa solo Riserva, non annata, non Igt e non Gran Selezione, per mantenere la vecchia tradizione. Un Chianti Classico esemplare, pulito, equilibrato sempre, impeccabile. Da segnalare la Riserva 1990 e la 2020. Come ripercorrere trent’anni di storia in un calice.
Istine
Istine, in Radda in Chianti, un’azienda tutta al femminile. Uno dei vigneti più alti a 540 metri. Sangiovese in purezza, annata 2023, fresca, immediata, tannino pulito, sorso vibrante. Riserva 2021 dal blend dei tre vigneti con percentuali variabili e che fa affinamento in botte grande. Poi tre etichette distinte, Vigna Istine, Vigna Cavarchione e Vigna Casanova dell’Aia, tre Sangiovese per far sentire come la stessa varietà cambia in base a esposizione e tipo di suolo. Freschezza e acidità accompagnano l’eleganza come nell’annata 2015, che assaggiamo. Dieci anni sulle spalle e non sentirli.
Capire il presente, conoscendo il passato
Nessun segreto magico, ma solo tanta tradizione e fiducia nel territorio. Questo il messaggio del Chianti Classico, che dalla versione annata alle riserve più blasonate rimane un vino senza tempo, ignaro delle mode passeggere e che non teme il giudizio dei neofiti apocalittici. Non ascolta le profezie catastrofiche salutiste e si allinea al saper fare bene un prodotto che, rimanendo fedele alle sue linee guida, continua a vincere.











