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Nobiltà, vino e cuore sociale
Per la prima volta nella storia torinese, un monumento rende omaggio a una donna. E non a una donna qualunque, ma a Giulia Colbert Falletti di Barolo, nobildonna, filantropa, riformatrice sociale e – spesso dimenticato – figura centrale nella nascita del Barolo così come lo conosciamo oggi.
La nuova scultura, collocata sulla facciata di Palazzo Barolo a Torino, in Via delle Orfane, non celebra il potere o il rango, ma l’azione. Giulia è raffigurata mentre stringe a sé una carcerata: un gesto semplice, potentissimo, che racconta meglio di mille parole la sua visione del mondo. Una nobiltà che non si esercita dall’alto, ma si pratica accanto agli ultimi.
Realizzata in bronzo dall’artista Gabriele Garbolino Rù, con la curatela di Enrico Zanellati, l’opera nasce da uno studio approfondito dei ritratti storici conservati a Palazzo Barolo e dalle Memorie sulle carceri scritte dalla marchesa stessa. Ne emerge un ritratto contemporaneo, vivo, in dialogo con la maestosità del palazzo che la ospita e con la città che oggi la riscopre.

Una donna, una visione
Nata nel 1786 a Maulévrier, in Francia, Giulia Colbert crebbe in una famiglia aristocratica profondamente legata al modello del colbertismo francese, la visione economica e amministrativa introdotta da Jean-Baptiste Colbert, ministro di Luigi XIV. Questa dottrina promuoveva uno Stato forte, una gestione razionale delle finanze, lo sviluppo dell’industria e del commercio, e un’attenzione al bene comune attraverso la responsabilità sociale dei ceti privilegiati. È in questo contesto di rigore e senso del dovere che Giulia imparò i principi di gestione attenta delle risorse e di impegno morale verso la società.
Nel 1806 sposò Carlo Tancredi Falletti di Barolo, nobile piemontese, e insieme si trasferirono a Torino dopo il 1814. Qui Giulia iniziò un impegno sociale senza precedenti, fondando con il marito il Distretto Sociale Barolo, primo luogo di accoglienza per le donne uscite dal carcere.
Ma la marchesa non si limitò alla carità: visitava personalmente le carceri, istituì riforme umanitarie per le detenute e promosse programmi educativi e professionali. Fondò scuole per ragazze, ospedali e istituti per bambine disabili, garantendo un approccio che anteponeva dignità e reinserimento sociale a semplice assistenzialismo. Non a caso, lei e Carlo Tancredi sono stati dichiarati Venerabili, e il processo di beatificazione è tuttora in corso.
Il vino come mezzo, non come fine
Ma la storia di Giulia non si ferma alla carità. A Barolo, nelle Antiche Cantine dei Marchesi, prende forma un’altra eredità fondamentale: quella del vino. Qui nasce, si struttura e si afferma il Barolo, il celebre “re dei vini e vino dei re”. Per Giulia, però, il vino non era un fine, ma un mezzo: una risorsa concreta per sostenere le opere sociali, per unire impresa, territorio e responsabilità.
Questa eredità arriva fino a oggi grazie alla famiglia Abbona, proprietaria da quasi un secolo delle cantine. Come racconta Ernesto Abbona, cresciuto tra le botti “della Marchesa”, quella che da bambino sembrava una favola si è rivelata, col tempo, una storia vera: fatta di sacrifici, studio, rispetto e profondo legame con la terra.
Le ricerche storiche, i documenti d’archivio e le testimonianze concordano nel riconoscere in Giulia e Carlo Tancredi gli artefici della nascita e della diffusione del Barolo. Ma forse il loro merito più grande è un altro: aver dimostrato che il vino può essere cultura, economia e allo stesso tempo strumento di bene comune. ” Fare del bene facendolo bene”, diceva la Marchesa di Barolo.
Un monumento che parla al presente

Il monumento, voluto dall’Opera Barolo e sostenuto dall’azienda Marchesi di Barolo – Antiche Cantine, non è solo un omaggio alla memoria. È un messaggio attuale. Racconta una donna che ha saputo tenere insieme impresa e solidarietà, visione e concretezza, territorio e umanità.
In un tempo in cui il vino è chiamato a interrogarsi sul proprio ruolo culturale e sociale, la figura di Giulia di Barolo torna a parlarci con forza. Prima donna del Barolo, sì. Ma soprattutto donna capace di trasformare un grande vino in una responsabilità condivisa.
E forse è proprio questo il senso più profondo di questo primo monumento dedicato a una donna della storia torinese: ricordarci che il valore, come il vino migliore, nasce quando affonda le radici nel tempo e guarda lontano, senza dimenticare chi resta indietro.







