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Intervista a Edoardo Peduto, direttore del Consorzio di Tutela Lugana Doc
Per conoscere e approfondire un vino che è vero e proprio brand nel mondo: “Abbiamo tutti gli elementi, l’importante è saperli raccontare”. Con queste parole vi presentiamo Edoardo Peduto, nato nel 1978, da due anni e due mesi giovanissimo direttore del Consorzio di Tutela Lugana Doc. “Innanzitutto non sono un tecnico, ma vengo da un percorso di marketing e comunicazione, nel wine and food sono stato otto anni in Vinitaly International per la gestione del brand Vinitaly all’estero, e poi tre anni in Grana Padano, prima di approdare a Lugana”. Potremmo dire un ritorno al primo amore.
Mettere un direttore non di formazione tecnica ha certamente valorizzato la comunicazione della Doc gardesana in Italia e nel mondo. Fin dall’inizio del mandato, Edoardo Peduto ha perseguito l’obiettivo di esportare la qualità del Lugana, divulgare il territorio e il prodotto anche fuori dalle aree di comfort che sono nord Italia, Veneto e Lombardia in testa.
Iniziamo una lunga chiacchierata per addentrarci nel mondo Lugana, vigneti estesi su superfici lungo il bellissimo Lago di Garda, cerchiamo di immaginarli scorrendo tra le righe, perché anche questo significa bere un buon bicchiere di vino. Il mix di brezze e territorio contribuisce a caratteristiche di freschezza e dinamismo. Nel 1990 nasce il Consorzio volto a tutelare proprio questo prezioso patrimonio che si estende su 2600 ettari, conta 214 associati e produce 28 milioni di bottiglie.
Qual è il ruolo del direttore?
“Un ruolo molto complesso, per vigilare e tutelare la Doc ma anche promuoverla, perché le aziende da sole farebbero fatica. Se pensiamo che anche un prodotto immediato come il Prosecco ha bisogno di comunicazione. E le figure competenti in questo settore sono importanti per valorizzare il budget investito”.

Come si gestisce Lugana in un’area come quella del Garda, dove ci sono molte denominazioni?
È vero, sul Lago di Garda affacciano molte Doc, la Valtenesi sulla parte ovest, verso il Veneto abbiamo Custoza, Bardolino, Chiaretto, Garda Doc, e la Lugana si inserisce in questo contesto. Però oggi più che mai è fondamentale risolvere il calo dei consumi. A sfavore dei rossi sicuramente, ma non così tanto per bolle e bianchi. Sono convinto che il problema sia nella comunicazione, anzi nella over comunicazione. Abbiamo fatto un errore di autoreferenzialità creando delle barriere enormi tra noi e i consumatori, specialmente gli under 40”.
Come si posizionano gli under 40 nella fruizione del vino oggi?
“Le generazioni nuove hanno un altro approccio e non sono per forza interessate tecnicamente a capire che cosa c’è dentro quel vino, ma vogliono godere un momento di piacevolezza per tornare all’essenza di un calice, ossia la convivialità. I giovani oggi bevono meno per la salute e un’attenzione che prima non c’era. In gioco però è anche una nostra incapacità nel parlare a queste persone non tecniche, ma che potrebbero apprezzare un vino se non fossero spaventate. A maggior ragione Lugana Doc che rappresenta un modello di vino moderno, fresco e di facile beva ha la possibilità di essere comunicato bene, può colpire queste persone”.
Quale lavoro state facendo in questo senso?
“Il Lugana è molto contemporaneo ma quando si parla a un consumatore giovane, non addetto al settore, glielo raccontiamo senza tecnicismi e senza svilire il prodotto. Non vogliamo non considerare il lavoro, la passione e la fatica dei produttori. Dobbiamo solo essere attrattivi. Come abbiamo fatto a Roma, per Lugana Armonie Senza Tempo, durante la masterclass abbiamo parlato molto di territorio perché prima si racconta il territorio, poi il vino. Se i consumatori conoscono quel territorio, andando a bere quel vino ricordano i racconti e le immagini, e provano delle emozioni”.
Perché scegliere Lugana?
“In Lugana noi vantiamo un vantaggio sul Lago di Garda, è il vero vino bianco iconico. Lo testimoniano i prezzi, il nostro è uno dei vini bianchi più costosi sul mercato. La nostra denominazione è diventata un brand, ossia il Lugana va oltre il produttore, racconta un territorio, una realtà. Comprare Lugana vuol dire fidarsi e questo significa che la denominazione negli anni si è creata una credibilità. Chi beve Lugana mi dice mi fido, bevo un vino che comprendo perché non mi mette barriere. Posso goderlo in serenità con gli amici, durante un aperitivo o una cena e anche andando sulla riserva per cercare un po’ più di complessità”.
Che cosa consiglierebbe a un comunicatore del vino?
“Il fattore chiave è raccontare una storia che sia la tua. Noi siamo bombardati da tantissime denominazioni e varietà, è difficile anche per un esperto capire le differenze. Figurarsi per un non esperto o per quelli all’estero. Lugana ha una vocazione internazionale, quindi la risposta è semplificare attraverso una storia unica, propria. Avrà notato che visitando cantine e produttori tendono tutti a omologarsi in storie dove si raccontano sempre le stesse quattro cose. Ma non danno valore al prodotto. Gli americani dicono Make it simple but unique”.
Quali strategie comunicative adottate?
“Intanto sapere a chi comunicare. Master class e fiere sono eventi divulgativi per esperti del settore, dove si raccontano i caratteri del nostro vino. Se parliamo di un consumatore che ci conosce, la cosa più semplice è lavorare sui social, perché rimane un canale fondamentale, ma bisogna saperlo utilizzare. Non basta solo la foto della bottiglia, ma bisogna creare una comunità e fidelizzare. Poi si lavora con gli eventi. Il prodotto va degustato e quindi si basa su incontrare le persone, giovani e meno giovani. Da noi la vendita diretta in cantina è molto alta, da un 15% al 25% di media. In cantina si ha lo spazio per raccontare il territorio e si conquista il consumatore con facilità. L’enoturismo è alla base. Il motto è comunichiamo il territorio e riusciremo a comunicare il vino”.
Come vi posizionate sul mercato?
“Lugana mantiene sempre una qualità molto alta sulla grande distribuzione, la percentuale oggi è 65% Horeca e 35% Gdo. All’estero arriva il 60% del prodotto. Questo lavoro è avvenuto nella filiera per anni, perché si è mossa in modo coeso verso un’unica direzione. Non si punta sulla quantità ma sul lavoro, quindi sul posizionamento e la qualità. Per noi è importante la sostenibilità, siamo capofila della certificazione SQNPI, al 60% sull’intera Doc. In questa denominazione si guarda all’oggi, provenendo da una forte tradizione visto che la denominazione nasce nel 1967, ma si guarda anche al futuro con grande rispetto”.
Come descrive la Turbiana a un non esperto?
“La Turbiana, varietà con cui si produce il Lugana, ha un potenziale incredibile anche quando invecchia, si può dimenticare in cantina e dopo anni è strepitosa, grazie alla sua bella acidità, che nel tempo, quando affina, ha un’evoluzione incredibile. Un vino che va sicuramente gustato in contesti diversi con abbinamenti dedicati, ma in generale è molto versatile e da soddisfazioni incredibili. Noi siamo famosi per la freschezza e la mineralità spiccata, molto legate al territorio che abbiamo”.
Quanto è importante il legame con il Lago di Garda?
“L’intento è sempre avvicinare il consumatore al vino. Specialmente gli stranieri amano le caratteristiche della Turbiana, me ne sono accorto in America, dove stiamo costruendo un mercato. Le risposte sono positive perché abbiamo il lago di Garda da raccontare. Sarebbe inutile specificare che ci troviamo tra Brescia e Verona, troppo complicato. Però, finalmente, dopo il Lago di Como che tutti conoscono per le celebrità, adesso anche noi ci stiamo meritando uno spazio. Il nostro è un lago più grande e più bello, abbiamo tutti gli elementi, con capacità ricettive importanti, dove ogni anno accogliamo 24 milioni di presenze. Poi ci sono aziende anche piccole ma molto interessanti e con esperienza. Ecco, oggi quello che i turisti ricercano è proprio l’esperienza, non solo la degustazione. Allora abbiamo la signora che insegna la pasta fatta in casa, quella che fa la degustazione e poi la lezione di yoga con la meditazione, oppure il cavallo, la barca, la bici. Quello che dobbiamo fare è valorizzare gli elementi e farli conoscere, perché in realtà c’è già tutto”.
Un’ultima riflessione sul vino?
“La gente ha voglia di stare bene e avere sensazioni piacevoli. Il vino non è la cura di tutti i mali, ma torna a essere quello per cui è nato, un momento di piacevolezza e condivisione. Pensi a degustare un Lugana al tramonto sulla riva del lago. Nel momento in cui lo racconto mi percorre un brivido, immagini un turista con un bicchiere di Lugana di fronte a un paesaggio come il nostro al finir del giorno, che cosa può provare”.
Da fresca a vellutata, le versioni di Lugana si declinano perfettamente in ogni occasione. Negli ultimi 15 anni il Consorzio si è concentrato molto su una selezione clonale, per differenziare le uve. Ricordiamo che i suoli sono di tipo morenico, ricchi di calcare e argille. Il clima è mite e fresco grazie al mattutino Pelèr accompagnato dal soffio pomeridiano dell’Ora, venti che rendono salubre l’anfiteatro dove crescono le uve. Infine, l’alta vocazione turistica permette al consumatore di essere parte attiva di progetti ed eventi tutti rivolti alla valorizzazione dell’enorme patrimonio di questo territorio.

Susanna Schivardi








