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Dove la vigna resiste, il territorio diventa vino
C’è una Sardegna che si incontra percorrendo le strade solitarie e impervie come ho fatto io da Orosei ad Atzara (NU), verso l’entroterra, in una Sardegna più interna, appartata, quasi ostinata, che chiede di essere raggiunta lentamente, fortemente. È qui, nel cuore centrale e geografico dell’isola, che il paesaggio cambia volto e il vino assume una dimensione profondamente territoriale e identitaria.
Siamo nel Mandrolisai, territorio storico della Sardegna centrale, da cui prende direttamente il nome la DOC, ai piedi del massiccio del Gennargentu, tra colline, boschi e vigneti che risalgono i pendii intorno ai 7 Comuni della DOC Atzara, Sorgono, Ortueri, Meana Sardo, Desulo, Tonara e Samugheo. Un’area vitivinicola che ha nella propria marginalità una delle sue forze: qui la vite non ha mai avuto vita facile, ma proprio questa difficoltà con conseguente resilienza, ha contribuito a costruire un patrimonio di vigne vecchie, varietà locali e pratiche agricole tramandate nel tempo da generazioni.
Un territorio di altitudine
Il paesaggio viticolo del Mandrolisai è stato riconosciuto nel Registro nazionale dei Paesaggi Rurali Storici, un riconoscimento che restituisce valore non soltanto alle vigne, ma all’intero sistema agricolo e culturale nel quale sono inserite. Le piante ad alberello, spesso vecchie e allevate in condizioni di bassa disponibilità idrica, fanno parte di un paesaggio che conserva ancora una forte continuità con il passato. È un territorio di altitudine. Le vigne si muovono generalmente tra i 500 e i 750 metri, in un ambiente caratterizzato da importanti escursioni termiche che consentono alle viti di respirare. Il risultato è un vino che non può essere separato dal luogo.
Mandrolisai, una DOC costruita sull’incontro
La DOC Mandrolisai nasce nel 1981 e ha una caratteristica che la rende immediatamente riconoscibile: non è una denominazione fondata su un unico vitigno, ma sull’incontro di tre grandi protagonisti della tradizione viticola locale. Il Bovale Sardo, localmente conosciuto anche come Muristellu o Muristeddu, deve rappresentare almeno il 35% dell’uvaggio. A completarlo sono il Cannonau, presente dal 20 al 35%, e la Monica, anch’essa dal 20 al 35%.
Ciascuna varietà porta con sé un elemento diverso: il Bovale contribuisce alla struttura, alla trama tannica e alla profondità; il Cannonau porta calore, frutto e maturità; la Monica aggiunge morbidezza e una componente aromatica capace di rendere il sorso più armonico.
Nel Mandrolisai, però, parlare soltanto di uvaggio sarebbe riduttivo. La vera chiave di lettura è la vigna. Le vecchie piante, spesso disposte in promiscuità varietale, raccontano un modello agricolo nel quale la distinzione moderna tra parcelle e vitigni era meno netta. Varietà differenti convivevano nello stesso vigneto e arrivavano insieme in cantina. È una biodiversità viticola che oggi assume un valore ancora maggiore, perché rappresenta una memoria genetica e culturale da preservare.
Fradiles, la memoria di Atzara

Ad Atzara, uno dei centri più rappresentativi del Mandrolisai, la storia di Fradiles (cugini in sardo) si lega strettamente a quella delle vecchie vigne e del paesaggio rurale. Incontriamo in cantina Antonio Marras, uno dei titolari che ci racconta la sua Azienda dove essere fradiles, a volte, è “anche più di frades (fratelli)”.
La cantina lavora in biologico nel cuore del territorio, sul versante occidentale del Gennargentu, con vigneti collocati intorno ai 500-550 metri di altitudine e suoli derivati dal disfacimento granitico, generalmente di medio impasto con tendenza sabbiosa. Le vigne sono allevate sia ad alberello sia a spalliera, con una particolare attenzione per le piante storiche.
La filosofia di Fradiles parte proprio da qui, conservare la memoria attraverso la vigna. Non è soltanto un esercizio di recupero del passato. Le vecchie piante rappresentano una possibilità concreta di esprimere le differenze del territorio e di restituire al vino una maggiore profondità identitaria. Antonio cita nomi di vitigni autoctoni impronunciabili tra le 90 varietà sarde, cita le proprie nuragus, vernaccina, laconargiu, pascale, niedda manna, barbera sarda, aniga de Santu Antiogu (carignano) da Sant’Antioco patrono di Atzara. La linea dei vini Fradiles interpreta questa identità attraverso diverse letture.
La degustazione in cantina con Antonio Marras

Apriamo la degustazione con il Mandrolisai Rosato Domos de Pedra DOC 2025, in sardo case di pietra. Apre con una piacevolissima freschezza, sapidità e mineralità note fruttate di piccoli frutti rossi e di melograno, con note di liquirizia e di macchia mediterranea con scie di lavanda, elicriso, inula, mirto e cisto.
Il Fradiles Mandrolisai DOC è il vino che più direttamente riassume l’idea di territorio: Bovale, Cannonau e Monica provenienti da vigneti posti oltre i 500 metri, con un profilo pieno e vellutato e una componente fruttata che richiama i piccoli frutti di bosco. Freschezza e sapidità sono il fil rouge di questo vino e dell’intera degustazione.
Poi c’è Antiogu (Antioco come il patrono di Atzara), Mandrolisai Superiore, costruito sulla medesima anima varietale ma con un percorso più strutturato. Le uve provengono da vigneti ad alberello intorno ai 500 metri e l’uvaggio segue le proporzioni previste dalla DOC. L’affinamento in legno accompagna il vino verso una maggiore complessità, senza cancellare il carattere fruttato, floreale di viola, ibiscus e iris esaltando le note di freschezza e sapidità.
Ancora più identitario è Angraris, il cru aziendale. Nasce da una vecchia vigna ad alberello situata nell’omonima zona, considerata particolarmente vocata alla produzione di Mandrolisai Superiore. Qui il tempo diventa parte integrante della vinificazione: 30-36 mesi in botti da 750 litri, seguiti da un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Frutti di bosco, tabacco scuro, liquirizia, ginepro e mirto, vaniglia costruiscono un profilo profondo, sostenuto da tannini che hanno bisogno di tempo per integrarsi.
C’e anche il Bovale in purezza Bagadiu (scapolo in sardo in quanto non assemblato con le altre due varietà della doc) Isola dei Nuraghi IGT, rosso rubino intenso con riflessi quasi granati, al naso marasca matura, con note vegetali e floreali della tipica macchia mediterranea sarda, e spezie come pepe nero e bacche di ginepro. Carattere deciso, tannini integrati e persistente.
Il progetto Fradiles non guarda esclusivamente al vino finito. La vera scommessa è la tutela delle vigne da cui quel vino nasce.
I Garagisti di Sorgono, quando la vigna diventa una storia collettiva

Da Atzara ci spostiamo a Sorgono a pochi km di distanza, altro storico capoluogo del Mandrolisai, per incontrare una realtà che già nel nome racconta un’attitudine: I Garagisti di Sorgono.
Garagisti, ci racconta Pietro Uras, professore appassionato e sapiente, uno dei titolari insieme a Simone Murru e Renzo Manca, perché hanno cominciato a produrre vino nel garage di casa. Il nome si ispira alla corrente francese del garagisme, nata a Bordeaux intorno agli anni Novanta e animata da piccoli produttori che realizzavano vini in quantità limitate, puntando sulla qualità e sull’identità, più che sui grandi numeri delle cantine industriali.
Il racconto di Pietro Uras comincia in vigna, dove, ci spiega, “facciamo lì il 90% del lavoro”. È tra i filari che possiamo assaggiare direttamente gli acini maturi dei tre vitigni, cogliendone dalla pianta le caratteristiche primarie e l’identità più autentica.
Il progetto nasce nel 2015 dall’incontro di tre amici diventati soci per passione e amore per il vino. Una piccola realtà che ha scelto di recuperare e valorizzare le vigne appartenute ai nonni e ai genitori, trasformando un patrimonio familiare in un progetto comune.
La dimensione è quella che ci si aspetta da un progetto artigianale e di qualità: circa 13 ettari complessivi, con vigne distribuite tra 500 e 700 metri, coltivate secondo metodi tradizionali e certificate biologiche. Le vecchie piante, molte delle quali hanno tra 60 e 90 anni e più, si trovano in alcune delle colline più interessanti di Sorgono: Burdaga, Figu, Pischina, Pardu e Cresia.
Anche qui il suolo racconta il luogo: granito bianco e rosa, frutto del disfacimento delle rocce, e un ambiente collinare nel quale l’altitudine contribuisce a costruire la personalità delle uve.
La particolarità dei Garagisti è soprattutto nella scelta di raccontare il Mandrolisai attraverso le singole persone che lo coltivano.

Le etichette portano infatti i cognomi e i volti dei soci e diventano quasi una mappa familiare del territorio: Uras, il Mandrolisai; Manca, il Cannonau; Murru, la Monica; Parisi, il Muristellu. Quest’ultimo, nella loro interpretazione, riunisce le uve del territorio e assume il significato di “insieme” (paris in sardo). Le etichette raccontano infatti i vignaioli e le parcelle, restituendo un volto a quelle uve che troppo spesso vengono considerate semplice materia prima. È una dimensione collettiva che appartiene alla storia stessa del progetto.
Un approccio che permette di leggere la denominazione da due prospettive contemporaneamente
Da una parte c’è il Mandrolisai come vino d’insieme, nato dall’incontro delle varietà tradizionali. Dall’altra ci sono i singoli vitigni, osservati separatamente, quasi per capire cosa ciascuno possa raccontare quando viene liberato dal blend. Come i tenores sardi sono composti dal bassu, contra e mesu oghe che insieme si fondono in un unica armonia ma che si esprimono bene anche singolarmente.
Granito, altitudine e vento: la firma dei Garagisti
Nei Garagisti di Sorgono la vinificazione segue una regola semplice: fermentazioni spontanee, acciaio come principale strumento di affinamento e legno utilizzato non per aromatizzare, ma per accompagnare lentamente l’evoluzione del vino. L’obiettivo è lasciare intatta l’identità dell’uva e del territorio.

Il maestrale attraversa i filari e contribuisce a mantenere fresche le uve. Il punto, secondo Uras: “non è il grado alcolico considerato isolatamente, ma la maturazione completa dell’uva e soprattutto la capacità del terreno e della vigna di sostenere il vino. Un vino importante può risultare perfettamente equilibrato quando acidità, materia e sapidità ne sorreggono la struttura.”
La stessa filosofia emerge nella linea più recente Garage, pensata per una dimensione quotidiana e gastronomica. Il rosato 2025 mostra corpo e freschezza, con agrumi, mineralità, richiami alla mineralità e una lunga vena salina. Il rosso è invece un vino conviviale, fresco e agile, nato per stare a tavola senza imporsi: pizza, salumi, grigliate, anche servito leggermente fresco.
Monica, la sorpresa del Mandrolisai
Tra le varietà su cui i Garagisti stanno investendo c’è la Monica di Sardegna 2022 in etichetta Simone Murru, visto all’opera in cantina, interpretata in purezza e affinata in acciaio. Ne emerge un vino verticale, fresco e setoso, con tannino leggero e profumi di rosa canina, melograno, viola, macchia mediterranea tipo cisto, lentischio, rabarbaro e liquirizia, accompagnati da una marcata impronta minerale.
Per Pietro Uras è una varietà dal potenziale sorprendentemente contemporaneo e spesso bistrattata utilizzandola spesso in passato solo da taglio; in realtà dimostra quanto un’uva tradizionale possa parlare un linguaggio attuale e più immediato.
Le vigne, le persone, il futuro

Uras Riserva, un progetto iniziato nel 2020 e prodotto in quantità minime, poco più di mille bottiglie numerate per annata, con un lungo affinamento in botte grande. Non è soltanto una riserva: è una scommessa sul tempo e sulla capacità del Mandrolisai di generare vini simbolo.
Uras Mandrolisai 2022 si presenta di un rosso rubino profondo, quasi impenetrabile. Al naso è intenso e stratificato, con piccoli frutti rossi e neri, marasca, mora e mirtillo, seguiti da note di macchia mediterranea, sottobosco, eucalipto e spezie scure. In bocca è pieno e strutturato, ma sostenuto da una bella freschezza e da una spiccata componente sapida. Il tannino è fitto, nobile e ben integrato, mentre il finale, lungo e persistente, restituisce sensazioni fruttate, balsamiche e minerali. Un vino potente senza essere pesante, capace di coniugare materia e dinamica di beva, con quella vena sapida e granitica che riconduce al territorio di Sorgono.
Per Uras, infatti, un territorio ha bisogno anche di una propria mitologia. Poche bottiglie possono incidere poco sui numeri, ma molto sull’immaginario collettivo: creare un vino di riferimento come Sa Sedda Mandrolisai Superiore DOC 2020 degustato insieme a pietro Uras. Sa Sedda (la sella in sardo)è una vigna che sembra custodire l’anima più ruvida e luminosa di Sorgono: tra granito, altitudine e vento, le vecchie viti affondano le radici nella memoria del Mandrolisai e restituiscono nel bicchiere un vino di rara profondità, dove la terra si fa materia, freschezza e sapidità.
È probabilmente questo il punto che meglio sintetizza la filosofia dei Garagisti di Sorgono: utilizzare il vino non soltanto per raccontare ciò che il Mandrolisai è oggi, ma per contribuire a costruire ciò che potrebbe diventare domani. Recuperare varietà sottovalutate, interpretare vigne d’altura, preservare freschezza e sapidità e, attraverso poche bottiglie ambiziose, restituire ai giovani produttori la possibilità di immaginare qualcosa di più grande.
Un territorio che non ha bisogno di essere addomesticato
Fradiles e I Garagisti di Sorgono sono due storie diverse, ma finiscono per incontrarsi sullo stesso punto: la centralità della vigna.
Da una parte Fradiles interpreta il patrimonio storico di Atzara attraverso la conservazione delle vecchie vigne e una lettura che passa dai Mandrolisai tradizionali ai cru. Dall’altra i Garagisti costruiscono una narrazione collettiva fatta di cognomi, vigne familiari, generazionali e vinificazioni che permettono di osservare da vicino i tre grandi protagonisti della denominazione.

Due modi per dire la stessa cosa: nel Mandrolisai il vino non può essere raccontato senza raccontare la terra, le vigne e le famiglie.
Qui l’identità non deve essere costruita. È già presente. Il Mandrolisai non è un territorio che cerca di assomigliare a qualcosa d’altro. È una Sardegna interna, verticale e rurale che attraverso il vino sta finalmente imparando a raccontare, con voce propria, la propria storia. In altre parole, tornare a far sognare un territorio.







