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Carema, il nebbiolo che abbraccia la montagna
Quando si parla di nebbiolo piemontese, i riflettori si accendono quasi sempre sulle colline delle Langhe, patria di Barolo e Barbaresco. Eppure, c’è un luogo più appartato, sospeso tra pietra e cielo, dove questo vitigno trova un’espressione sorprendentemente diversa: Carema.
Un piccolo borgo del Canavese settentrionale, al confine con la Valle d’Aosta, che Mario Soldati descrisse come “la città vigneto con le colonne di pietra inghirlandate di vigna”. Qui, nel cuore di un paesaggio aspro e verticale, il nebbiolo si arrampica sui terrazzamenti montani e si trasforma in vini sottili, eleganti e di grande longevità, capaci di raccontare il legame profondo tra uomo e montagna.
Un paesaggio scolpito dalla fatica
Carema si adagia a circa 350 metri di altitudine, in una conca soleggiata ai piedi delle Alpi Graie. La viticoltura non si sviluppa su dolci colline, ma su pendii ripidi strappati nei secoli al bosco e alla roccia. E i vigneti sono autentiche architetture contadine: anfiteatri vitati sorretti da muretti a secco e colonne cilindriche di pietra, i celebri pilun, che sostengono le pergole (topie), e che trattengono il calore del sole per restituirlo alle viti durante la notte.
È un ingegno semplice e straordinario allo stesso tempo, che ha permesso a un territorio difficile di trasformarsi in culla di finezza enologica. Camminare tra i suoi terrazzamenti significa leggere una storia scritta nella pietra, fatta di fatica, resistenza e dedizione.
Radici antiche
La vite qui affonda le radici in tempi lontani, perché già i Romani conoscevano e apprezzavano il vino di queste valli, mentre documenti medievali attestano la sua presenza come risorsa preziosa per comunità e monasteri. Nei secoli successivi, il vino di Carema ha viaggiato lungo la Dora Baltea e la via Francigena, arrivando fino ai mercati di Torino e perfino oltre le Alpi, in Savoia.
Il paesaggio che oggi ammiriamo è il frutto di generazioni che hanno costruito, pietra dopo pietra, un patrimonio agricolo unico. Dopo la Seconda guerra mondiale, però, l’abbandono della montagna minacciò seriamente la sopravvivenza dei vigneti. A invertire la rotta fu la nascita della Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema, una cooperativa fondata nel 1960 da dieci viticoltori. La loro scelta non fu solo economica, ma un atto di resistenza culturale.
Oggi conta più di cento soci e continua a custodire questa eredità, affiancata da nuovi piccoli produttori indipendenti che hanno riportato Carema al centro dell’attenzione di appassionati e critici.
La montagna nel bicchiere
Il terroir è severo e affascinante. I suoli sono poveri e drenanti, composti da sabbie, ghiaie e scisti di origine morenica. Le radici devono spingersi in profondità per trovare nutrimento, e questo sforzo si riflette nel bicchiere con vini sottili, tesi, attraversati da una vena minerale quasi salina.
Il clima alpino è altrettanto decisivo: inverni rigidi, estati brevi ma soleggiate, forti escursioni termiche tra giorno e notte. Le uve nebbiolo maturano lentamente, mantenendo freschezza e sviluppando aromi complessi di frutti rossi, fiori appassiti, erbe alpine e spezie delicate. È questa lentezza a regalare ai Carema una straordinaria capacità di invecchiamento: anche dopo decenni sanno sorprendere con note di sottobosco, tabacco, tartufo e viole secche.
Rispetto alle Langhe, dove il nebbiolo si esprime con potenza e struttura, qui prevale la finezza: una voce più eterea e verticale, che racconta la montagna.
Una denominazione preziosa e rara
La Doc Carema è stata riconosciuta nel 1967, tra le prime in Italia. Il disciplinare prevede almeno l’85% di nebbiolo, localmente chiamato Picotendro o Picoutener, con piccole percentuali di vitigni autoctoni a bacca rossa.
Il vino base deve affinare almeno due anni, di cui uno in botte grande di rovere o castagno; per la Riserva l’attesa sale a tre anni. Sono vini che non cercano la potenza, ma la grazia: il colore granato chiaro, i profumi delicati e i tannini setosi li rendono immediatamente riconoscibili, pur conservando una sorprendente longevità. Non a caso Carema è oggi considerata una delle denominazioni più rare e affascinanti d’Italia, con meno di venti ettari vitati complessivi.

Sfide e futuro
La viticoltura di Carema è definita “eroica” non per caso: i vigneti sono piccoli, frammentati, difficili da lavorare e richiedono cure manuali in ogni fase. A ciò si aggiungono le sfide contemporanee: il cambiamento climatico, che rischia di alterare i delicati equilibri del territorio; e la manutenzione dei terrazzamenti, essenziale ma onerosa.
Tuttavia, Carema sta vivendo una rinascita. L’interesse crescente degli appassionati, l’impegno delle istituzioni locali e il fascino enoturistico di questo borgo alpino stanno riportando nuova linfa alla denominazione.
Un tesoro da scoprire
Bere un Carema significa assaporare un pezzo di storia, ma anche un paesaggio e un modo di vivere la montagna. È un vino che chiede attenzione e tempo, ma che sa restituire emozioni uniche.
In un panorama del vino sempre più globalizzato, Carema ricorda che la vera bellezza nasce dalla difficoltà, e che la viticoltura è prima di tutto cultura, memoria e identità. Un nebbiolo sospeso tra pietra e cielo, che parla a chi sa ascoltare.
Un ringraziamento alla Coldiretti di Torino, in particolare nella figura di Massimiliano Borgia, che ha reso possibile la visita di questo territorio durante il press tour “I vini eroici di montagna: le opportunità del cambiamento climatico”.







