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Garganega, suoli e zonazione
Il Soave è una delle denominazioni più articolate del panorama vitivinicolo italiano, sia per estensione sia per complessità pedoclimatica. La presenza di suoli differenti, forti escursioni altimetriche ed esposizioni diversificate ha storicamente determinato interpretazioni molto diverse della garganega, vitigno cardine della Doc. In questo contesto si inserisce l’introduzione delle Unità Geografiche Aggiuntive (UGA), pensate per migliorare la leggibilità del territorio e valorizzarne le specificità. Ne abbiamo parlato con Cristian Ridolfi, enologo, direttore della Cantina Santi e Presidente del Consorzio del Soave.
“Il Soave è un territorio storico e complesso”
Secondo Ridolfi, il Soave è un territorio storico e complesso, con una tradizione viticola che affonda le radici già in epoca romana. La viticoltura ha sempre avuto un ruolo centrale nello sviluppo economico dell’area, come dimostra l’elevata incidenza di superficie vitata nei due comuni più importanti, Monteforte d’Alpone e Soave. La denominazione si sviluppa su cinque vallate – Val d’Alpone, Val Tramigna, Illasi, Mezzane e Marcellise – e beneficia dell’influenza dei Monti Lessini, che favoriscono ventilazione e un microclima equilibrato.
La sua complessità è evidente anche dal punto di vista morfologico. Ridolfi distingue chiaramente tra l’area di origine vulcanica, caratterizzata da basalti capaci di trattenere e rilasciare l’acqua garantendo maggiore stabilità qualitativa, e le zone calcaree occidentali, da cui nascono vini più eleganti e complessi sul piano aromatico. Non esiste una supremazia tra i due suoli, ma stili differenti. La denominazione, pur consentendo l’uso di più vitigni, è oggi di fatto un monovitigno: su circa 6.500 ettari, quasi 6.000 sono coltivati a garganega.
Il bianco che parla il linguaggio del territorio
Il disciplinare riflette una forte coerenza identitaria. Sebbene siano ammesse diverse tipologie di vinificazione, come lo spumante, le aziende hanno storicamente privilegiato la versione ferma. Anche l’espansione verso vitigni più “facili” da mercato è stata volutamente evitata, a favore di una fedeltà stilistica che oggi rappresenta tanto un limite quanto un punto di forza. L’obiettivo del Consorzio è trasformare questo vincolo in valore, distinguendo con maggiore chiarezza un Soave più immediato e uno di maggiore complessità, già oggi rappresentato anche dai vigneti della Docg.

Dal punto di vista percettivo, il Soave viene riconosciuto come un bianco equilibrato, non estremo, capace di coniugare freschezza, sapidità e armonia aromatica. È un vino gastronomico, versatile negli abbinamenti, con una presenza consolidata nei principali mercati europei e asiatici, mentre il Nord America resta un’area da sviluppare. È evidente l’importanza di comunicare in modo distinto i due stili, per non creare confusione nel consumatore.
Rispetto al mercato, il Soave risponde bene alle nuove richieste di bevibilità e moderazione alcolica, a patto di accompagnare il consumatore nella scelta. La garganega è molto versatile, infatti si presta sia a interpretazioni più semplici, vendemmiate precocemente, sia a versioni tardive, capaci di evolvere nel tempo sviluppando complessità aromatica e longevità.
L’evoluzione della denominazione è passata attraverso un miglioramento tecnico ed enologico, senza stravolgimenti stilistici. La formazione enologica, grazie alle scuole di Conegliano Veneto e San Michele, e all’Università di Verona, hanno favorito una maggiore consapevolezza viticola, soprattutto nella gestione delle vendemmie tardive. In cantina prevalgono acciaio e cemento, mentre l’uso del legno resta marginale. Le fermentazioni, specie per le uve raccolte più tardi, richiedono tempi lunghi e non comprimibili.
Qui il cambiamento climatico incide meno rispetto ad altre zone grazie alla collocazione pedemontana, anche se in pianura possono emergere criticità. Resta comunque un territorio vocato a maturazioni lente, che beneficiano delle piogge di fine estate.
Leggere la denominazione attraverso le UGA

Per Ridolfi, le UGA rappresentano uno strumento fondamentale per raccontare questa complessità. Non introducono una gerarchia qualitativa, ma una mappatura identitaria che aiuta a comprendere le differenze tra aree con caratteristiche molto diverse per altitudine, esposizione e suolo. Sul piano del posizionamento, alcune menzioni sono già riconosciute, soprattutto in Italia, mentre a livello internazionale servirà tempo e lavoro di comunicazione.
Guardando al futuro: “Immagina un Soave sempre più territoriale e premium, capace di raccontare con chiarezza i suoi due stili e le sue diverse anime. Il lavoro del Consorzio proseguirà sia sul fronte delle modifiche al disciplinare sia sulla valorizzazione delle UGA, considerate una leva strategica per rafforzare l’identità della denominazione”.
L’introduzione delle UGA segna dunque un passaggio chiave nella gestione e nella comunicazione del Soave, offrendo una lettura più trasparente e tecnica del territorio. La sfida sarà trasformare questa zonazione in una narrazione condivisa, supportata da scelte agronomiche ed enologiche coerenti, capaci di valorizzare la diversità dei suoli come elemento distintivo della denominazione.
credit photo: Charley Fazio







