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Identità e sperimentazione ad Avigliana
C’è un filo, sottile ma resistente, che attraversa storie diverse e le tiene insieme. Non è solo un’immagine evocativa. È il cuore stesso del progetto di Birrificio Filodilana, realtà brassicola che negli ultimi anni ha costruito una propria identità precisa alle porte della Val di Susa, tra produzione, visione e un forte legame con il territorio.
Tra architettura e marketing a un progetto brassicolo identitario
La storia di Filodilana è, prima di tutto, un incontro. Da un lato Matteo Pellis, fondatore e anima produttiva, architetto di formazione e birraio per passione, cresciuto tra homebrewing e sperimentazione. Dall’altro Roberto Mazzi, con un background nel marketing e nella distribuzione, maturato anche attraverso esperienze con grandi brand e nel mondo della birra artigianale italiana. Due percorsi paralleli che si incrociano e trovano sintesi in un progetto condiviso, capace di unire competenze tecniche e visione strategica. A loro poi si è aggiunto Giorgio Masera, il terzo ingrediente, braccio destro operativo di Matteo.
Il nome stesso, Filodilana, nasce da un’immagine antica, quella del traguardo “sul filo di lana”, ma si trasforma presto in qualcosa di più profondo. Il filo diventa legame: con il territorio, con le persone, con una comunità che si riconosce nella birra come momento di socialità.

Un concetto che si riflette anche nell’identità visiva del birrificio, dove le pecore, ironiche, colorate, quasi pop, diventano simbolo riconoscibile e narrativo, capaci di rendere immediato un mondo che però, dietro, nasconde rigore e precisione.
Perché se l’estetica comunica leggerezza, la produzione racconta tutt’altro: attenzione maniacale alla pulizia, controllo dei processi, gestione dell’ossigeno, rifermentazione in bottiglia. Elementi fondamentali per garantire stabilità e qualità, in un contesto – quello artigianale – dove la parola chiave non può essere improvvisazione.
L’artigianale non è una giustificazione. Ogni birra deve essere replicabile, riconoscibile, pulita – spiega Matteo
Da questa base nasce una gamma ampia, volutamente ampia. Oltre venti etichette che spaziano tra stili e scuole diverse: dal mondo tedesco delle lager a quello anglosassone delle Ale, fino alle influenze belghe e alle interpretazioni più contemporanee. Una scelta che risponde anche a una precisa logica di mercato: quella dei pub indipendenti, dove la rotazione delle spine e la ricerca continua impongono varietà e capacità di innovare.
E perché no, strizzare l’occhio anche alla nuova tendenza del low alcol con la Saltasassi, una Pils dal gusto autentico, pur con un grado alcolico più basso.
Con le Fuori dal Gregge, la birra supera i confini dello stile e dialoga con la materia
Ma è proprio nell’innovazione che Filodilana trova una delle sue espressioni più autentiche. E lo fa attraverso una linea che, già dal nome, è una dichiarazione di intenti: Fuori dal Gregge.
Qui la birra si libera dai confini più rigidi degli stili per diventare terreno di sperimentazione e racconto. Non si tratta di esercizi creativi fine a sé stessi, ma di un lavoro che parte dalla materia prima e dal territorio, spesso piemontese, per costruire qualcosa di unico, irripetibile. Molte di queste produzioni sono infatti “one shot”, legate alla stagionalità degli ingredienti e destinate a non tornare uguali.
Le prime Fuori dal Gregge nascono dall’incontro con il vino, attraverso l’utilizzo di uve come arneis e nebbiolo. Da lì il progetto si evolve: una Blanche con pesche del cuneese, una Quadrupel arricchita con pere Madernassa, una Barley Wine con le ciliegie di Pecetto. Ingredienti che non sono semplici aggiunte, ma elementi strutturali, capaci di ridefinire il profilo della birra.
In alcuni casi la sperimentazione si spinge ancora oltre, come nella Italian Grape Ale realizzata con uve arneis e lieviti da vino, tra cui il Brett Bruxellensis, e lasciata affinare per oltre un anno. Oppure la Gin Tonic Ale, nella birra ispirata al cocktail omonimo, dove il linguaggio brassicolo dialoga apertamente con altri mondi del bere.

Una linea che vive di contaminazioni ma anche di tempo
Perché lavorare con la frutta, con l’uva, con fermentazioni particolari significa accettare ritmi diversi, più lenti, meno prevedibili. E proprio qui si gioca una parte importante dell’identità di Filodilana, nella capacità di tenere insieme controllo e libertà, tecnica e intuizione.
Accanto alla sperimentazione, resta centrale il legame con il territorio. Non solo nelle materie prime, dalle collaborazioni con produttori locali per la frutta, il cacao di Guido Gobino o il caffè Vergnano, ma anche nella costruzione di una rete commerciale fortemente radicata. Il birrificio guarda soprattutto a Torino e al Piemonte, seguendo un modello che richiama quello bavarese: presenza capillare, distribuzione diretta, rapporto stretto con locali e ristorazione.
Una strategia che sta dando risultati concreti, in un mercato che spesso si racconta in contrazione ma che, almeno in questo caso, continua a crescere. Anche grazie alla capacità di diversificare, di creare nuovi progetti, di parlare a pubblici diversi senza perdere coerenza.
E in fondo, è proprio questo il senso del “filo”: unire senza omologare. Tenere insieme anime diverse, dalla lager più semplice alla birra più complessa, dalla produzione quotidiana alle “Fuori dal Gregge”. Perché è lì, forse, che Filodilana mostra il suo volto più autentico: quello di un birrificio che conosce le regole, ma sceglie, quando serve, di uscirne.








