Il miglioramento genetico della vite

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La sfida al futuro della viticoltura

In un’epoca segnata da cambiamenti climatici, emergenze fitosanitarie e nuove sensibilità ambientali, la viticoltura si trova ad affrontare una grande sfida: preservare l’identità del vino migliorando la resilienza della vite. Il miglioramento genetico rappresenta una risposta concreta per garantire un futuro alla produzione vinicola, mantenendo al tempo stesso la qualità e l’autenticità dei vini. Così è chiaro da tempo che la scienza debba indirizzare le proprie ricerche per avvicinarsi alle richieste delle aziende, e per rispondere nel miglior modo possibile alle trasformazioni.

Nuovi contesti climatici con cui misurarsi

Il progetto è chiaro: migliore gestione dell’acque e dell’irrigazione, selezione e uso di vitigni resistenti, riduzione delle emissioni di CO, adattamenti agronomici in risposta ai cambiamenti climatici, nuove tecnologie in vigna e in cantina.

Nella realtà ci sono già esempi di aziende che hanno messo in atto azioni concrete, che perseguono una viticoltura sostenibile a braccetto di nuove tecnologie. E le operazioni effettuate sono concretamente visibili, come l’utilizzo di sensori e droni per monitorare l’umidità del suolo e ottimizzare l’irrigazione, la gestione della chioma per ridurre lo stress idrico delle piante, uso di portainnesti resistenti alla siccità. Il risultato concreto è la riduzione del 30% nell’utilizzo dell’acqua, ma anche il mantenimento della qualità delle uve durante le annate più calde.

Uno dei problemi più ostici è l’aumento delle temperature medie, anche se molti si chiedono se sia reale o solo una percezione, perché già anche anni fa ricordano estati torride. La grande preoccupazione è la velocità con cui succede. Andando indietro nel tempo, è stato accertato che le temperature fossero più alte delle attuali, ma per raggiungere quei picchi erano stati impiegati milioni di anni. Oggi, per aumentare la temperatura media di 1.5 gradi, ci sono voluti solo 70 anni. Questo ha portato a dei cambiamenti importanti nel mondo vitivinicolo, come per esempio, la precoce maturazione dell’uva e il conseguente ottenimento di vini con una maggiore gradazione alcolica. La raccolta anticipata diventa quindi un’arma per evitare che questo accada, con la conseguenza però che la pianta non ha il tempo necessario di sintetizzare gli aromi, dando vita a vini più scarichi di profumi. Nella gestione della vegetazione in vigna, se una volta la tendenza era quella di defogliare, adesso la stessa tecnica viene applicata con moderazione, per evitare il rischio di ustioni dei grappoli. Questi solo due degli esempi pratici a cui dover andare in contro. 

Fermare gli effetti di questi problemi è l’obiettivo degli studi attuali

Fra questi il miglioramento genetico della vite, insieme di tecniche volte a modificare o selezionare i geni della vite che mira a ottenere varietà più resistenti e produttive, senza però comprometterne la qualità. Il fine è l’aumento della resistenza alle malattie, maggior tolleranza al cambiamento climatico, qualità enologica superiore, riduzione dell’uso di trattamenti chimici e ampliamento della base genetica dei vitigni coltivati. Tradizionalmente, si è basato sulla selezione clonale: individuare le piante più sane, produttive e qualitativamente superiori, e moltiplicarle. Oggi questo processo si è trasformato in una scienza raffinata che utilizza strumenti diversi. 

La rivoluzione genetica nella vite

Tra le tecniche più usate quella gli incroci/ibridi assistiti (ad esempio una Vitis vinifera e una specie americana resistente, per ottenere nuove cultivar), la transgenesi (il gene proviene da una specie che nulla c’entra con la pianta da modificare) e la cisgenesi (qui invece da una specie interfertile con quella da modificare).

La variazione somaclonale, fenomeno naturale che si verifica durante la coltura in vitro delle piante e può essere sfruttata per l’innovazione genetica o monitorata per evitarne gli effetti indesiderati.

Il genome editing, dove tecnologie permettono di intervenire direttamente sul DNA della vite, andando a modificare solo una parte mirata dei geni interessati e permettendo interventi specifici. 

Qualche parola in più sui vitigni Piwi, termine ultimamente è diventato di moda tra addetti ai lavori e wine lover.

Piwi, il nuovo volto della viticoltura

Acronimo tedesco che significa “resistenti ai funghi” (pilzwiderstandsfähig), indica un incrocio tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis, e sono vitigni naturalmente resistenti a oidio e peronospora, le due principali malattie fungine della vite. Il risultato è una drastica riduzione dei trattamenti chimici, abbattendo i costi e rendendo la viticoltura più sostenibile e compatibile con i protocolli biologici e biodinamici. 

Souvignier GrisSolarisRegent, varietà (in totale sono 36) sempre più vinificate con successo in Italia, dove si registra un crescente interesse da parte di produttori e consorzi, sebbene solo in 10 regioni ne sia permessa la coltivazione. La produzione ha già raggiunto il milione di bottiglie. Così le varietà ibride stanno guadagnando sempre più importanza. 

C’è poi anche l’altro lato della medaglia. I tempi di valutazione della loro capacità di adattamento ad ambienti specifici sono lunghi e i costi molto alti, la “sola” tolleranza alle due malattie sopracitate, le barriere culturali di produttori e consumatori, e l’affermazione di un’identità precisa. Inoltre in Italia non sono ancora ammessi nelle Doc e Docg. 

Riassumendo

Possiamo affermare che il miglioramento genetico sia un’argomentazione ancora dibattuta e in continua evoluzione. Se da un lato vediamo, una maggiore sostenibilità ambientale, con una netta diminuzione nell’uso di fitofarmaci, e la conseguente riduzione dei costi per i produttori, a cui si aggiungono l’adattamento al cambiamento climatico e la conservazione della biodiversità, limitando la dipendenza da pochi vitigni.

Dall’altro, certo è che l’accettazione del mercato, la comunicazione con il consumatore, la legislazione europea sui nuovi OGM e il riconoscimento nelle Doc e Docg sono ancora ambiti delicati. Tuttavia, il mondo della ricerca – come Fondazione Edmund Mach, l’Università di Udine CREA di Conegliano – continua a investire nella creazione di vitigni sempre più performanti e coerenti con le esigenze del vino contemporaneo.

Sfide e prospettive future

Il miglioramento genetico non significa abbandonare i vitigni autoctoni o la tradizione. Anzi, il vero obiettivo è rafforzare le varietà storiche con strumenti scientifici, adattandole alle nuove condizioni ambientali senza snaturarle. In molti casi, l’incrocio con varietà resistenti mira a mantenere il profilo aromatico del vitigno originario, garantendo però una maggiore stabilità agronomica. Anche il concetto di terroir si evolve, perché la sostenibilità ambientale ne diventa parte integrante, e una vite che necessita meno interventi è una vite che rispetta di più il suolo, l’acqua e la biodiversità locale. Il miglioramento genetico della vite diventa così uno degli strumenti chiave per affrontare il futuro. Non si tratta di sostituire la tradizione, ma di rileggerla alla luce delle sfide moderne, con un approccio scientifico, etico e rispettoso del patrimonio culturale del vino. La vite di domani è già in campo, e il suo frutto sarà il vino che meglio saprà interpretare il nostro tempo.

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