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Il Chianti Classico non tramonta mai
In occasione della presentazione di vecchie annate di Chianti Classico Docg, durante l’evento Chianti Classico Vintage, abbiamo intervistato il direttore del Consorzio, Carlotta Gori. Nel corso di un seminario che si è svolto la mattina del 3 novembre e dove sono state presentate annate storiche dal 1974 al 2010, si è dimostrata ancora una volta la longevità di questo vino. Nel pomeriggio la Serra del Palazzo delle Esposizioni di Roma ha ospitato i banchi di assaggio con oltre 40 aziende per presentare Annata, Riserva e Gran Selezione. Un Consorzio che conta 350 imbottigliatori e quasi 500 soci.

Il Chianti Classico va oltre le mode e le tendenze?
“Il Chianti Classico non tramonta mai e va di sicuro oltre le mode e le tendenze, con un percorso di crescita qualitativa e soprattutto di grande attenzione alla territorialità che ormai è una strada imboccata oltre trent’anni fa. A dimostrazione che questo vino aveva le capacità già allora. Un territorio di grandi rossi che ha messo in risalto sempre l’elemento territoriale e il produrre ciò che è la nostra espressione più autentica è stata una direttrice vincente”.
Che cosa pensa del mercato, oggi?
“Il mercato del vino e i gusti del consumatore corrono a un ritmo troppo veloce rispetto ai tempi effettivi del vino. L’unica strada percorribile è quella di rimanere attaccati alla propria identità e promuovere in giro per il mondo quello che è il nostro territorio”.
Oggi l’appassionato di vino vuole assaggiare e conoscere il territorio
“La capacità di fare vini buoni appartiene a molti, non siamo gli unici che sanno fare il vino in cantina e in ogni parte del mondo troviamo delle aziende e dei professionisti che fanno prodotti meravigliosi. L’unicità che possiamo esprimere è appunto il territorio da cui questo vino deriva, che è vera e propria identità ed è intrasportabile. È l’unico elemento che si deve contraddistinguere e se si perde questo legame, competere diventa veramente complesso”.
Che strada ha intrapreso il Chianti Classico?
“Nel passato ha risentito la fase dei blend, benché il Sangiovese fosse dominante. Anche un uso più spinto di barrique, dove il legno la faceva da padrone, ma sono state solo incursioni rare che non hanno mai deviato dal percorso intrapreso. Il Consorzio ha dettato una grande coerenza, già nel 1996 quando ha imposto una bassissima resa per ettaro, di 75 quintali. Questa è una decisione che ti porta ad andare sulla selezione. Anche eliminare le uve a bacca bianca è stato decisivo. Non si è andati sul vitigno internazionale ma è stata sempre e comunque favorita la presenza di Sangiovese, che arriva al 100%. Poi la sperimentazione di Chianti Classico 2000, uno studio durato dieci anni, ha generato la selezione di otto cloni di Sangiovese, attualmente utilizzati in tutta la Toscana. Infine, la Gran Selezione dalla quale abbiamo eliminato gli internazionali. Fino alle Uga”.
Negli anni Novanta è stata presa una decisione importante…
“Esatto, si è deciso di non aumentare i vigneti del Chianti Classico, ma solo di sostituire. In trent’anni da 6800 ettari non si è mai aumentato. Una scelta lungimirante, nonostante le proteste di alcuni. È stato importante per preservare l’ambiente e la biodiversità circostanti. In questo l’azione consortile è stata davvero forte e radicata”.
Il Chianti Classico si comunica facilmente?
“Si funziona, non è una tipologia così complessa. Specialmente la Gran Selezione, in cui si prevede un tempo più lungo di invecchiamento e una scelta della migliore produzione aziendale. Non ci sono passaggi commerciali a monte, perché l’uva è integralmente prodotta e imbottigliata dal produttore, non può essere passata di mano e questo è simbolo del terroir, del legame tra viticoltore e la vigna. Poi ci sono dei requisiti chimico fisici organolettici più restrittivi rispetto a un chianti classico base. La Gran Selezione ha esercitato un ruolo fondamentale, ossia di aver rotto il tetto di cristallo di chi pensava che il Chianti Classico non potesse assurgere a vini di alto riconoscimento”.

La Gran Selezione è bandiera nel mondo?
“Con la Gran Selezione siamo riusciti a portare il Chianti classico nel gotha dei grandi vini rossi del mondo e abbiamo generato questo effetto ascensore perché se cresci dall’alto, tutta la denominazione poi cresce e genera una grande spinta a investire in qualità. Questo ha contagiato i viticoltori perché adesso tutte le aziende fanno vini di qualità eccezionali, non c’è più cessione da parte di nessuno”.
Le Uga funzionano?
“Le Uga, unità geografiche aggiuntive, sono il coronamento di questo percorso che per ora contraddistingue solo la Gran Selezione, proprio per mantenere chiaro anche nel consumatore il link tra integralmente prodotto/unità geografica di partenza. Non abbiamo ancora un misuratore del valore delle Uga ma lo abbiamo sulla Gran Selezioneamo e vediamo che il riconoscimento del pubblico è importante”.
Un quadro del momento storico?
“Il mondo del vino sta attraversando un momento estremamente complesso per una sorta di tempesta perfetta in cui indicatori negativi sono arrivati tutti contemporaneamente, il codice della strada, la spinta salutistica che criminalizza l’uso del vino in maniera ingiusta, i dazi degli Stati Uniti quindi sicuramente non è un periodo semplice però il Chianti classico chiuderà questo 2025 in pareggio rispetto al 2024 noi riteniamo un grande risultato, considerando che comunque muoviamo 35 milioni di bottiglie di vino cioè siamo proprio una denominazione nicchia non siamo prosecco però insomma di vino ne produciamo”.







