Le Colture, il volto autentico di Valdobbiadene

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Un viaggio tra colline UNESCO e Prosecco Superiore

Un pranzo può trasformarsi in un viaggio di oltre quattrocento chilometri. Basta che nel bicchiere finisca un calice di Conegliano Valdobbiadene Docg e che a raccontarlo sia chi quelle colline le vive ogni giorno. È quello che è successo in Via Claudio Luigi Berthollet, 23/A a Torino, da D’Amblé Bistronomia, dove Alberto Ruggeri ha guidato una degustazione dedicata ai vini di Le Colture, storica azienda di Santo Stefano di Valdobbiadene.

Quando si parla di Prosecco Superiore Docg, infatti, non si può prescindere dal territorio. Le ripide “rive”, i piccoli appezzamenti coltivati a mano, i vigneti che seguono il profilo delle colline e il lavoro quotidiano dei viticoltori sono elementi che contribuiscono tanto quanto il vitigno Glera alla personalità di questi vini.

È proprio qui, a Santo Stefano di Valdobbiadene, che la famiglia Ruggeri coltiva la vite da oltre cinque secoli. Una storia che affonda le radici nel Cinquecento e che, dal 1983, ha trovato una nuova espressione nella produzione di Prosecco Superiore grazie all’intuizione di Cesare Ruggeri. Oggi l’azienda è guidata insieme ai figli Alberto, Silvia e Veronica, mantenendo una gestione interamente familiare che segue ogni fase della produzione, dalla vigna alla bottiglia. Un elemento distintivo è rappresentato anche dai circa 40 ettari di vigneti di proprietà distribuiti in sedici diversi poderi tra Valdobbiadene, Conegliano e Montello, una scelta che permette di valorizzare le peculiarità dei diversi terroir e di interpretare il Prosecco Superiore in molte delle sue sfumature.

Quattro etichette, una storia familiare lunga secoli e un territorio che continua a essere protagonista

Il pranzo è diventato così l’occasione per conoscere alcune delle etichette simbolo dell’azienda, ognuna con una propria identità.

Il Brut Fagher ha aperto la degustazione mostrando il volto più essenziale e gastronomico del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg. Agrumi, mela, una delicata nota vegetale e una bollicina fine lo rendono uno spumante dinamico, capace di accompagnare con naturalezza l’intero pasto. Non a caso è uno dei vini che meglio rappresentano la filosofia produttiva di Le Colture.

Si è poi passati al Rive di Santo Stefano Extra Brut Gerardo, probabilmente il vino che più racconta l’anima dell’azienda. Nasce dai vigneti storici di Santo Stefano, alcuni con oltre quarant’anni di età, coltivati sulle ripide “rive” che rendono celebre questo angolo di Valdobbiadene. È dedicato al nonno Gerardo Ruggeri, figura ancora oggi simbolo della tradizione familiare e della cura quasi artigianale riservata ai vigneti. Nel bicchiere emergono agrumi, sentori di pane e una freschezza vibrante che accompagna il sorso senza mai appesantirlo, lasciando spazio a una lunga sensazione di pulizia e sapidità.

Tra le etichette degustate era presente anche l’Extra Dry Pianer, forse l’interpretazione più classica del Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg. Morbido, fragrante, con richiami di pera, mela e fiori bianchi, conserva una piacevole freschezza che lo rende immediato ma tutt’altro che banale, dimostrando quanto equilibrio possa esserci anche nelle versioni più tradizionali.

La degustazione si è conclusa con il Cartizze Dry, espressione della sottozona più prestigiosa della denominazione. Qui la Glera cresce in un piccolo anfiteatro collinare caratterizzato da terreni di marne, arenarie e argille che favoriscono una maturazione particolarmente ricca di aromi. Il risultato è un vino elegante, intenso e armonioso, dove la naturale morbidezza è sempre sostenuta da una piacevole freschezza.

Perché scelgo il Rive di Santo Stefano Extra Brut Gerardo

 

Se dovessi scegliere il vino che più mi ha colpito durante questa degustazione, direi senza esitazione il Rive di Santo Stefano Extra Brut Gerardo. Non è soltanto una questione di gusto. Mi è piaciuto perché riesce a mettere insieme precisione, carattere e riconoscibilità senza cercare effetti speciali. Ha un sorso teso, asciutto, molto pulito, ma allo stesso tempo non rinuncia a una bella complessità aromatica. È uno di quei vini che invitano naturalmente al secondo bicchiere e che, soprattutto a tavola, dimostrano tutta la loro versatilità.

Ma c’è anche un altro motivo. Gerardo racconta perfettamente cosa significhi oggi parlare di Prosecco Superiore DOCG: non un vino “generico”, bensì l’espressione di un preciso luogo, di vigneti storici e di una famiglia che da generazioni coltiva quelle stesse colline. È forse questo il messaggio più interessante emerso durante il pranzo: dietro ogni bottiglia c’è un paesaggio, prima ancora che una tecnica produttiva.

Ed è proprio questa la sensazione che rimane al termine dell’incontro. Più che una degustazione, un invito a visitare quelle colline, percorrerne le strade, osservare le vigne arrampicate sui pendii e capire quanto il lavoro dell’uomo abbia contribuito a modellare uno dei paesaggi viticoli più affascinanti d’Europa. Perché il bello del vino è anche questo: a volte basta un calice per farsi venire voglia di partire.

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