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Dai Castelli Romani uno sguardo alla Francia
Il nome è Aldo e il cognome Piccarreta, di origine pugliese. Patron dell’Azienda Agricola Le Rose nel cuore della campagna veliterna, a pochi chilometri da Genzano. Passo svelto e cuore schietto, così ci è sembrato fin dall’inizio quando abbiamo messo piede tra i suoi vigneti. Siamo stati accolti sotto un bellissimo pergolato di cui Aldo va fiero perché costruito con la sua famiglia al tempo del Covid, quando “si stava chiusi qui dentro”, dice col sorriso velato sotto i baffi, perché sa di essere stato un privilegiato. Intorno la campagna è sterminata e l’aria salubre.
Ma non possiamo rimproverargli nulla, perché il pergolato è ben fatto e il racconto ci fa subito entrare nel vivo dell’azienda. Aldo e la figlia Velia non nascono agronomi, non sono enologi ma hanno solo assecondato il richiamo della vite che, come una sirena, ammalia chi l’ascolta. Aldo è un imprenditore e lo si capisce dalla lunghezza delle sue visioni e dall’ampiezza del suo pensare. La figlia lo osserva parlare ed è chiaro che fra i due c’è una bella intesa.
Come nasce l’azienda Le Rose?
Da un litigio. A quanto pare una sera Aldo, a cena in un ristorante, ascolta per caso uno sconosciuto seduto a un altro tavolo, parlare di vino. Non trovandosi d’accordo, risponde a qualche affermazione e i due finiscono per accendersi in un’animata discussione. Da lì a trovare una sintonia per impiantare i vigneti come li vediamo oggi ci è voluto poco. Quel tipo con cui Aldo si è messo a discutere si chiama Luca D’Attoma, enologo di fama internazionale.
“L’incontro con D’Attoma è stata la mia tragedia – dice ridendo Aldo – se non lo avessi incontrato adesso starei alle Bahamas a farmi sventolare con una foglia di palma”.
Aldo non è andato per il sottile, è andato giù diritto come il suo cognome, che significa picca diritta, ovvero niente come prima. Uno dei migliori enologi al mondo gli ha detto di impiantare il Petit Manseng e lui lo ha fatto, perché il territorio lo permette. Dalla varietà della Guascogna all’elogio alla Francia il passo è breve.
“I francesi non sono autoreferenziali, vendono la Francia. Loro parlano di un terreno, delle sue qualità, non si soffermano sul singolo produttore e insieme fanno un marchio” commenta Aldo che guarda spesso ai nostri limitrofi concorrenti, consapevole che da soli non si va da nessuna parte. Quando parla della viticoltura nel Lazio, il suo sguardo si dirige ai giovani, augurandosi che guariscano da un certo provincialismo e dall’immobilismo che ha ingessato le generazioni precedenti.
Passato e presente
È Velia a guidarci in un racconto denso di dettagli, dall’acquisto dei terreni avvenuto nel 2003, alla realizzazione della cantina e nel 2006 la prima vendemmia. Nel 2021 si aggiunge l’offerta di ristorazione, con Le Rose Cantina e Cucina, un ventaglio di offerte gastronomiche ricercate e non in stile “agriturismo”, come sottolineano i titolari. Le ricette sono creazioni dello chef Simone Marotti che andremo a conoscere più tardi.
I tre ettari iniziali sono nel comune di Velletri, in seguito la proprietà si espande fino a Genzano, per un totale di 9 ettari circa. I vini escono Igp Lazio, per mantenere una propria identità. A incorniciare il quadro già abbastanza ricco, ci sono ulivi, l’orto e la piantagione del grano, l’ultima novità. Pane e pasta all’uovo del ristornate sono a chilometro zero, e si sente, insieme all’olio che è sempre di loro produzione.
Analisi e valutazione del terreno hanno subito ingranato la marcia con l’enologo Luca D’Attoma, che ha scelto tra le varietà autoctone il Trebbian Verde che è di fatto un verdicchio. Aldo è stato il primo a riportare il Fiano nel Lazio espiantato in passato a causa della sua bassa resa. Oggi si esprime bene grazie alla natura vulcanica del terreno.
Proprio questa caratteristica, insieme all’argilla, permette una corretta idratazione. Anche nei periodi più bui, l’umidità resiste a pochi centimetri dal suolo e questo rende più facile superare i momenti di siccità. Aldo Piccarreta crede, come molti ormai alla luce di una moderna viticoltura, alla produttività e resistenza dei vigneti più vecchi e si lamenta perché nei dintorni si tende a espiantare, e commenta “al contrario dei francesi che invece pagano per avere piante centenarie”.
Contro il caldo si ricorre al tendone, una volta dismesso, adesso di nuovo adatto alle nuove temperature. Memori dell’anno scorso quando l’uva si è letteralmente cotta, producendo un vino difficile da gestire.
Il Petit Manseng e le altre varietà
Gli inizi della produzione lo hanno visto in versione passita, perché gli acini hanno una buccia spessa e il vino di vendemmia tardiva (fine ottobre) era davvero apprezzato da tutti. Unico problema, non si vendeva.
Le Rose ha lanciato un trend imitato da altri produttori vicini. Innovazione? Perspicacia? Forse solo ascolto dei nuovi tempi, qualche azzardo, ma fatto con cautela. Da tre anni il Petit Manseng si produce secco in purezza. A chiudere lo scenario dei bianchi, immancabili la Malvasia Puntinata, il Bombino e il Grechetto.
Tra i rossi il Cesanese che è ben diverso da quello di Olevano e mantiene un proprio carattere. Si conta una parte di Cabernet Sauvignon e non manca il Montepulciano, anche se in minima quantità.
La Cantina
Gli ambienti sono ampi e spaziosi, altamente attrezzati con vasche di acciaio, cemento e botti da 1000 litri, per far ossigenare il vino senza dominarne gli aromi. Procedono alla lavorazione del mosto con gradazione bassa, chiarificando con bentonite prima della fermentazione che avviene in acciaio, legno o cemento (20 e 50 ettolitri) a seconda del vino che si vuole.
Diversa è l’idea per un’eventuale spumantizzazione, a differenza di altre (poche) cantine dei castelli romani. “È un altro lavoro e ci vorrebbero altri vitigni, ma facciamo i conti con l’attuale situazione di mercato, come competere con un Prosecco a sette euro sullo scaffale, oltretutto proponendo uno spumante del Lazio?” – commentano Aldo e Velia. Fantasia per ora messa da parte, chissà che in futuro non ci siano novità.
La bottiglia esce dall’azienda completa di tappo ed etichetta, pronta per l’affinamento e poi alla commercializzazione. All’interno nulla è lasciato al caso, come le belle lampade ideate da Velia che ha usato i dischi dei frollini usati e i cerchi delle botti, o anche le etichette, che riportano i disegni fatti in gioventù dalla moglie di Aldo. All’oggi le tele originali sono in esposizione sulle pareti del ristorante e i motivi sono riportati sulle tovagliette che compongono una mis en place molto originale.
In degustazione tre vini che viaggiano su una mineralità importante data dal terreno e impreziositi da sentori floreali particolarmente ricchi.
Tre Armi, Igp Lazio Bianco 2022
Il nome è dato dalla strada che porta all’azienda. Verdicchio e Malvasia Puntinata, in quantità variabile in base alla stagione, nella ricerca di una linea costante e riconoscibile nelle varie annate. Si abbina alla polpetta di melanzana su mousse di cicerchie. La lavorazione è tradizionale e prevede solo un leggero passaggio in legno di tre mesi che gli dona profondità olfattiva con richiami di pesca bianca e pepe verde. Al gusto regala una trama minerale persistente che chiude il sorso con grande eleganza. Molto buono e appagante.
Malvasia Puntinata, Artemisia, annata 2024
Imbottigliato da tre mesi, colpisce già per una bella presenza olfattiva, dalla nota fumé intrigante a sentori di spezie e mandorla. L’equilibrio gustativo è intenso e piacevole, prefigurando un ottimo potenziale nel tempo. La abbiniamo a involtino con foglia di vite e scamorza, su letto di salsa di mele e peperone.
Petit Manseng, annata 2024
Affinato in cemento. Il colore è giallo oro intenso, caratterizzato da sentori di fiori bianchi, macchia mediterranea, resina, un rimando di camomilla e il finale dalla mineralità travolgente. Un ottimo sorso. Abbinato al rotolino di coregone del lago di Nemi, su salsa di yogurt.
Concludiamo gli assaggi con due lasagne in versione vegetariana, la prima con ricotta di pecora, limone e basilico. La seconda con verdure di stagione, molto fresca e versatile per l’abbinamento al vino. Il tutto condito da bruschetta con olio prodotto dall’azienda. Il pranzo firmato dalla mano elegante dello chef Simone Marotti.
Uno scenario completo e moderno sui Castelli Romani che scalpitano e vogliono farsi sentire per una visione più autentica e innovativa del gusto, dalla vinificazione alla proposta di prodotti locali. Accompagnati da un paesaggio unico e sensazionale, salutiamo l’azienda con un ultimo sguardo verso l’orizzonte, che nelle giornate terse offre uno spiraglio sul mare fino alle Isole Pontine, aprendosi generoso su una vegetazione affascinante e rigogliosa.















