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Carezzabella, una realtà del Polesine 

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Tempo di Lettura: 5 minuti

Il Polesine e la riscoperta dei suoi vitigni

Un nome curioso per una azienda agricola e vitivinicola, viene subito voglia di chiedere perché questo nome. A spiegarcelo è Chiara Reato, seconda generazione della famiglia, insieme al fratello Tommaso, ad occuparsi della proprietà. Carezzabella deriva dal nome del fondo e ha alle spalle una storia piuttosto bizzarra, perché ci rimanda a un significato che non ha nulla che vedere con l’origine della parola. In una delle sale interne c’è una grande mappa del Polesine, nello specifico della provincia di Rovigo del 1700, da qui è stato scoperto che il fondo, che catastalmente si chiama “Carezzabella” in realtà nel passato era “carezà bela”: carezà che nel dialetto della zona significa careggiata, ossia la stradina bianca di campagna che in passato tagliava questa zona. E molto probabilmente era la strada che andava verso l’orizzonte, più importante rispetto le altre, magari alberata, e da dove si poteva godere un bel tramonto.

Siamo a San Martino di Venezze, in provincia di Rovigo, pieno Polesine, nella terra tra i due fiumi più lunghi d’Italia, il Po e l’Adige. “Il Frutteto di San Martino”, come ancora è scritto nella sua ragione sociale, nasce agli inizi del Novecento, e viene pensato originariamente con una grande corte, proprio per essere frutteto. Al principio a gestirlo sono famiglie non autoctone, che avevano trovato qui un luogo felice per l’agricoltura, sempre ben servito dall’acqua, grazie alla presenza dei fiumi, che cominciano a concepire un’azienda grande, sia dal punto di vista del fondo da coltivare, 150 ettari dedicati a frutteti di diversa varietà, ma anche grande nel suo centro operativo, grazie proprio alla sua corte. 

Negli anni diventa importante anche dal punto di vista sociale del paese, perché qui venivano a lavorare decine e decine di persone, soprattutto donne che si occupavano della raccolta e cernita in magazzino, mentre bambini passavano il loro tempo a giocare nella proprietà. Diventa quindi una vera e propria comunità.

La Famiglia Reano

L’azienda in seguito subisce dei cambiamenti, a cominciare dai vari proprietari, gli impianti invecchiano, il mondo agricolo cambia, e con esso anche l’idea dei frutteti. È a questo punto, agli inizi degli anni 2000, che comincia la storia della famiglia Reano. 

Una famiglia di fornaciai, che produceva mattoni, e che trova in questa proprietà il terreno migliore per la sua attività, la sabbia, ma che in seguito decide di provare a cogliere una nuova sfida quando scopre il bellissimo caseggiato che ne fa parte. Nasce l’idea dell’agriturismo e si decide di diversificare l’attività agricola. I restauri e i rifacimenti sono continui, e vanno avanti fino al 2008, quando finalmente viene aperto ai primi ospiti. Ma i cambiamenti non finiscono qui.

Il progetto prevede una fattoria didattica, che accoglie le molte scuole che vengono in visita durante l’anno scolastico, e soprattutto l’Agri-Asilo per bambini dai 3 ai 6 anni, e che viene gestito da Tommaso e sua moglie.

La ciliegina sulla torta arriva nel 2010, con la nascita del Progetto Vino.  Ad occuparsene sono Chiara, laureata in Lingue e che si occupa dell’ospitalità, e suo marito, Francesco Favaretto, architetto nella sua prima vita, e che adesso di dedica ai vigneti e alla produzione dei vini.

Gli ettari vitati sono circa 22, di cui 18 dedicati al Pinot Grigio, unico ad entrare nella Doc delle Venezie. Nello specifico 17 ettari sono per la produzione massiva di uve poi rivendute, e vinificati e imbottigliati 3 ettari e mezzo, che danno vita a circa ventimila bottiglie annue. Tutti terreni prevalentemente costituiti dalle sabbie silicee dell’Adige, caratteristica principe di questa zona, che conferiscono mineralità e sapidità, anche se poca struttura, ai vini.

Il cambio di direzione

Il passo avviene nel 2020, quando inizia la collaborazione con un giovane enologo, Francesco Mazzetto, roggino che vive però nel Veronese, e che aveva già avuto modo di fare esperienze all’estero, ampliando le sue conoscenze. La scelta è d’obbligo. Da adesso in poi si privilegerà sempre la qualità rispetto la quantità. E l’obiettivo sarà far conoscere questi vini, fratelli poveri delle altre province venete, nel resto d’Italia.

Il risultato è a dir poco ottimo. Una piacevole sorpresa conoscere i vini, a cominciare dai due vitigni autoctoni che sono il nucleo della loro produzione: la Turchetta e il Manzoni bianco.

La Turchetta 

La Turchetta, vitigno polesano, uno dei pochissimi che sono stati riscoperti negli ultimi anni, e di cui producono circa 3000 bottiglie all’anno. E che tra l’altro merita un racconto a parte.

Viene scoperta dal suocero di Chiara durante una gita in campagna. Dopo un incidente con la macchina viene salvato da un contadino che lo porta nella sua azienda; qui gli ha fatto assaggiare questo vino e gli ha spiegato che si chiama Turchetta, che è un vitigno autoctono e che veniva vinificato da sempre in maniera dilettantistica. È un colpo di fulmine. E lo è ancora per qualsiasi persona lo assaggi.

Il Manzoni Bianco

Il Manzoni bianco fa da ottimo contorno, anche per la sua nobile discendenza, visto l’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco, ed è vitigno risponde molto bene alle caratteristiche del suolo e del clima di questa parte del Veneto.

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Carezzabella vitigno Manzoni Bianco

La degustazione 

L’assaggio è dedicato a tutte e 7 le etichette attualmente in produzione: uno spumante e sei vini fermi, tutti biologici. 

  • Brillo 2021, il loro unico spumante, blend di trebbiano romagnolo e pinot grigio, e che viene rifermentato in bottiglia secondo il metodo ancestrale.
  • Pinot Grigio delle Venezie 2021, unica Doc aziendale, con vendemmia manuale a fine agosto, vinificazione in vasche di acciaio inox, maturazione sui propri lieviti e affinamento in bottiglia.
  • Manzoni Bianco Igt 2021, 95% incrocio Manzoni e 5% pinot grigio, raccolta manuale a fine agosto, è vinificato in vasche di acciaio inox dove matura con i propri lieviti prima dell’affinamento in bottiglia. Da segnalare che si sta già pensando ad una versione di Manzoni bianco spumantizzata con il metodo classico, che saremo molto curiosi di assaggiare. 
  • Rosa 2020 Rosato Veneto Igt è un merlot in purezza, e nasce dall’esigenza di concentrare la grande produzione di merlot dell’annata con una diradatura qualitativa.
  • Merlot 2021 Rosso Veneto Igt è un merlot, molto rappresentativo della zona con più profumi, meno corpo, con tannino svolto da una macerazione più lunga, sapidità e piacevole bevibilità. 
  • Turchetta 2021 Veneto Igt è in purezza, vendemmia manuale a inizio ottobre, fermentazione in vasche di cemento con quattro settimane di macerazione sulle bucce.
  • Temetum Rosso Veneto Igt, blend di carmenere, merlot e turchetta, che sosta sulle bucce per 14 giorni, matura in cemento e affina in bottiglia. 

Ultima citazione, al logo che illustra una bimba che gioca con il cerchio. Esso riprende l’immagine di quei primi anni in cui l’azienda era al suo fulgore, era animata da tutta la comunità, testimonianza di chi era bimbo all’epoca: “La mamma lavorava, e intanto si giocava…” . Inoltre riprende un quadro di Giorgio de Chirico in cui una bimba gioca con un cerchio, con gli archi metafisici (anni 20-30, stile neoclassico, pulito).  

 

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Logo Carezzabella

Alfonso Mollo

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