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“Vino e nuovi consumatori: la crisi d’identità di un settore in cerca di direzione”
Con oggi inauguriamo una serie di articoli che tratteranno tematiche attuali su cui avverrà da parte nostra un “botta e risposta” che speriamo possa esservi d’aiuto per spunti di riflessione e acuire il vostro spirito critico.
Susanna afferma:
Il calo dei consumi di vino è partito da più fattori. Il codice della strada, di fatto inalterato per tanti punti, ha creato un’eco mediatica di allarmismo ingiustificato, portando a ripensare modo e quantità del bere. Le multe fioccano e la paura aumenta. Il consumo dell’alcol sotto forma di vino è stato ridefinito in termini di salute e forma fisica, diete e corpo perfetto sono la regola. Il vino è legato alla convivialità, ma difficilmente una coppia al tavolo consuma una bottiglia intera. Parliamo di prezzi, anche triplicati nel caso di alcune etichette al ristorante. Per questo spesso si preferiscono i cocktail al vino, durante il pasto. Non meno importante il ruolo del ristoratore. Portatore di valori e comunicatore in atto, non solo in potenza, del gusto. Ha un accesso diretto al consumatore finale, con la sua narrazione può creare tendenze e mode, senza rifugiarsi nelle solite scelte che nulla hanno a che fare con la qualità. Ampliare le proposte dei vini, narrare le regioni con le loro diversità, suscitare curiosità. Questo sarebbe già sufficiente a scardinare una tendenza allarmante. Infine, l’iper-comunicazione non sempre aiuta la bevanda di Bacco a intercettare i gusti, specialmente i palati meno abituati. Un vocabolario eccessivamente tecnico e specialistico ha creato, inconsapevolmente, un’aura di solennità nell’enomondo, al quale molti preferiscono non accedere per non sentirsi ignoranti. Comunicazione si, ma senza effetti speciali.
Chiara dice:
Partirei dalle recenti dichiarazioni di Francesco Monchiero, presidente di Piemonte Land, che lancia un appello: “produttori e ristoratori dovrebbero fare “un passo indietro” sui prezzi, perché la disaffezione verso il vino nasce – dice – dai ricarichi troppo alti, che hanno allontanato il pubblico dei vini di media qualità, quelli che hanno fatto grande l’Italia. Il produttore invita a ristabilire un giusto equilibrio tra costi e valore, riconoscendo le difficoltà del mondo Horeca ma chiedendo maggiore attenzione alle fasce di mercato che si stanno impoverendo”.
Credo che il Presidente colga un punto reale, ma parziale. Il problema oggi non è più solo il listino o la paura dell’etilometro. È che il consumatore medio, quello che un tempo ordinava una bottiglia “per stare bene”, semplicemente ha il portafoglio vuoto. Non parlo dell’appassionato o del cliente altospendente, che continua a spendere per bere bene, ma di chi ormai sceglie il calice o addirittura l’acqua. La vera disaffezione non nasce dalla testa: nasce dall’erosione del potere economico personale. Insomma, si tende ad accontentarsi di un calice di vino, secondo i propri gusti e, possibilmente, che si abbini al meglio al piatto prescelto. I sommelier, in questo senso, devono diventare sempre più bravi a percepire da subito le preferenze del cliente.
Giovanna afferma:
Quello della moglie di un agente di commercio – è che effettivamente c’è un calo dei consumi sia per le sanzioni che coinvolgono chi giuda così come per le tendenze salutiste che invitano ad assumere meno alcol quindi a bere meno vino o a scegliere i poco noti nolo o low alcol. Non bisogna però generalizzare perché è al tempo stesso un invito a scegliere etichette di migliore qualità per bere meno, con vini di un livello qualitativo più elevato. Abitando in una città come Milano vedo che diversi locali lavorano sia per pranzi e cene d’affari, dove la possibilità di muoversi con i mezzi pubblici costituisce un incentivo a consumare vino, ad aumentare la piacevolezza di un calice in abbinamento a piatti, anche se comunque all’insegna della moderazione. Come ben sapete il livello di cultura sul vino è indubbiamente cresciuto nell’ultimo decennio grazie ai corsi più o meno lunghi di sommelier delle varie associazioni attive da AIS a Fisar, da Onav ad Aspi. Credo poi che il consumo vari in base al ristorante e alla bravura del relativo sommelier. Un altro dettaglio da considerare è che è diminuito il potere da acquisto quindi al momento di scegliere dalla carta vini, vanno etichette di fascia media, con una spesa che si aggira intorno ai 40 euro, raramente quelli di prezzo più alto.
Giulia dice:
Oggi, nel mondo del vino, regna una certa confusione. Una confusione che coinvolge tutti: consumatori, operatori del settore e comunicatori. Manca un focus chiaro, un punto di riferimento concreto. Questa disorientamento non riguarda solo l’enologia, ma nel vino si manifesta con particolare evidenza, riflettendo una crisi profonda e strutturale. Il mercato è sempre più frammentato, la narrazione spesso lontana dalle reali esigenze del consumatore, e i dati parlano chiaro: i consumi calano. Tra i costi crescenti, le nuove normative e la rincorsa dei produttori verso i trend del momento, il settore sembra aver perso parte della propria identità. Siamo giunti a un punto di svolta – forse inevitabile – in cui occorre fermarsi e riflettere. La mia generazione, quella dei millennial, è cresciuta in un contesto in cui il vino ha rappresentato un elemento di curiosità culturale, un’eredità familiare – per molto tempo il vino è stato percepito come una bevanda “da adulti”, ma proprio i millennial hanno contribuito a renderlo più accessibile, abbassando la soglia d’ingresso per nuovi pubblici. Oggi, tuttavia, stiamo assistendo a una forte inversione di tendenza, un passo indietro che non può lasciare indifferenti. Come operatori e comunicatori, abbiamo la responsabilità di accompagnare il consumatore verso scelte più consapevoli, coerenti con il proprio stile di vita e le proprie convinzioni alimentari. Senza cadere in un eccesso di moralismo, ma con spirito critico e onestà intellettuale. Solo così il vino potrà ritrovare la propria autenticità e tornare a essere, per tutti, un linguaggio universale di cultura, convivialità e piacere.







