Catarratto: la Sicilia risponde alla crisi del vino

Foto associati_ARCA

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Sicilia e Catarratto: le ragioni di una scelta

Vi parliamo della Sicilia perché in un mondo vino al centro di grandi trasformazioni, la Sicilia rappresenta punto di crisi ma anche di svolta grazie a una energia, fatta di uomini e azioni, inesauribile. Un luogo vocato per la viticoltura e la produzione di etichette che sui mercati stanno guadagnando consenso. Non dimentichiamo che quel che oggi brilla è stato attraversato da momenti di incertezza nei propositi e nelle visioni, ma attualmente il vino siciliano è più consapevole che mai del proprio ruolo. Parlare di catarratto è una risposta che la regione Sicilia offre a una richiesta che si sta ridefinendo. Lo fa con una versione di vino bianco che si affida a una varietà ben adattabile ai diversi stili, dallo spumante, all’Orange wine, senza timore di mettersi a confronto col resto del mondo.

La storia

Il Catarratto è stato ampiamente documentato nei secoli scorsi, con testimonianze già dal Cinquecento. Il Nicolosi a fine ‘800 racconta come la varietà fosse piantata in modo diffuso, soprattutto nella zona di Marsala, e come poi sia diminuita per fare spazio al Grillo. Gli ettari vitati arrivavano a oltre i trecentomila, oggi se ne contano poco meno di centomila, ma la varietà continua a essere presente nella zona di Palermo e giù fino alle terre agrigentine, passando per Caltanissetta. Nel cuore di una Sicilia che tra strade impervie e scorci indimenticabili trasuda storia di genti e popoli, contrasti e riappacificazioni, in una stratificazione estrema di epoche e tradizioni.

Di bella
Società Agricola Di Bella

Il declino del Catarratto all’epoca fu determinato da un approccio utilitaristico, che lo considerava solo vino per fare i distillati o da taglio. Da un nome che ignora ancora origini certe ma che potremmo ricondurre al greco per indicare generosità, in certe condizioni il catarratto è molto produttivo, carattere che purtroppo lo ha danneggiato, costringendolo ad abbandonare le prime pagine e lasciare spazio a varietà come il grillo. Negli anni Settanta, dopo un periodo che lo ha definito negletto per la sua natura alcolica, i sapori amaricanti e la sua eccessiva potenza, è finalmente giunto il buon Veronelli a consolidare un nuovo messaggio, ridisegnando il Catarratto, fortuna nostra, come un vino di qualità.

La rinascita e l’associazione Arca

Alla fine degli anni duemila la strada del catarratto prende un’altra direzione, vuoi per motivi di ricorsi storici o anche per la visione di alcuni produttori, per lo più giovani, che sono ritornati alla terra dei padri e hanno voluto ridare lustro a una varietà nel tempo un po’ dimenticata. La nascita della Doc Sicilia ha determinato la fortuna di Nero D’Avola e Grillo, al Catarratto adesso pensano i produttori di Arca, l’associazione nata due anni fa e che ha tagliato il nastro proprio il mese scorso, presentandosi sulle scene come Associazione Regionale del Catarratto Autentico, il presidente è Bartolomeo Di Bella, titolare dell’omonima cantina. Le sei aziende aderenti hanno pochi ma basilari obblighi, avere in produzione almeno un’etichetta di catarratto in purezza, poter dimostrare di coltivare il catarratto in una zona vocata, infine ma non ultimo, credere nella varietà in maniera incondizionata. Le presentiamo.  Caruso&Minini, a Marsala (Tr), Castellucci Miano a Valledolmo (Pa), Feudo Disisa a Monreale (Pa), Azienda Agricola Bagliesi Vito ad Agrigento, Tenute Lombardo a Caltanissetta e Società Agricola Di Bella a San Giuseppe Jato (Pa). Il territorio compreso è ampio e soprattutto ricade sotto diverse denominazioni. Ma poco importa, perché la parola che mette d’accordo tutti è una sola, Catarratto.

La natura del vitigno

Il Catarratto ha bisogno di un terreno ben idratato, in forte siccità soffre moltissimo, ma nella sofferenza trova la sua identità, purché una mano sapiente sappia porgergli l’aiuto nel momento opportuno. Somiglia molto ai siciliani che sono legati al pathos ma riescono sempre a risollevarsi. Non dimentichiamo che, nonostante abbia patito la prevalenza del Grillo, il Catarratto è geneticamente padre di quest’ultimo e ha quindi tutte le ragioni per farsi valere. Esiste in tre forme diverse. Il comune che è più produttivo e cresce in pianura o bassa collina, ma condotto con le dovute accortezze produce vini di alto livello, il lucido che ha rese basse e di grande qualità e infine l’extralucido, meno diffuso. I suoli sono di natura argillosa e marnosa, con una percentuale di calcare. Sfatiamo il mito del gesso, di cui alcuni produttori, a torto, si riempiono la bocca per mitizzare un terroir che sa tanto di Francia.

Il gesso in Sicilia esiste in minima parte ma non tocca il Catarratto, che ama anche le sponde sabbiose e fini, per regalare assaggi molto eleganti e floreali, preferendo zone sì vicine al mare, ma non troppo, perché i sali che arrivano prima sono quelli che fanno decadere la pianta, mentre magnesio e manganese che arrivano in seconda battuta sono gli elementi che poi regalano freschezza e sapidità. Dal mare all’alta collina, il passo è semplice e il catarratto è un patrimonio immenso di variazioni, tutte autentiche. Alcuni produttori lo piantano in altura, fino ai 900 metri, dove acquista struttura e longevità. Non sempre gli enologi parlano di escursioni termiche, è vero che in alcune zone la differenza di temperatura tra notte e giorno è notevole, ma non è detto che sia questo a determinare la complessità del vino. Il catarratto ha un suo potenziale intrinseco che in passato pochi hanno saputo riconoscere e che oggi Arca vuole rendere noto al pubblico. Spumante, fermo e Orange, è incredibile quanto la freschezza sia la dominante in ogni etichetta, anche portato avanti nel tempo, dopo qualche anno, non tradisce la spinta acida che sorregge sempre il sorso, destinandolo a grandi degustazioni insieme ai vini del nord e ai grandi bianchi invecchiati.

Qualche esempio, tra spumantistica e invecchiamento

Vi raccontiamo tre delle cantine che rappresentano l’areale compreso dall’associazione. Uno spazio che va da una costa all’altra, nella parte occidentale della Sicilia. Iniziando dal sud con Caruso&Minini, a Marsala, dove regna il vento, la brezza salmastra che con i suoi benefici ha aiutato l’azienda a resistere e mantenere tutta la produzione in biologico. Non poche difficoltà in un cammino a tratti arduo per la famiglia Caruso che oggi con la supervisione del papà Stefano ha messo all’apice una qualità di sorprendente raffinatezza. Giovanna e Rosanna sono oggi al comando, coadiuvate dall’instancabile dedizione di Andrea Artusi, marito di Giovanna, piemontese trapiantato in Sicilia. 

Carus&Minini

Sono stati anni di studio ed efficienza, nell’abbraccio costante e presente di Stefano che forte dei suoi studi in agronomia ha saputo indirizzare le figlie e la cantina a una produzione che ottimizza le uve e i terreni per prodotti capaci di superare l’oceano e ottenere numerosi riconoscimenti. I colori dell’azienda sono quelli della natura autoctona circostante, in un’intesa tra sapori del territorio che parlano non solo di vino ma anche di gastronomia. Lo sguardo paternalistico comprende la cura per i dipendenti e la loro sicurezza sul posto di lavoro come anche l’attenzione al confezionamento delle bottiglie, che riportano tutte etichette di rinnovato design, di stampo vegetale, realizzate grazie alla collaborazione con una Onlus di Torino che coinvolge i ragazzi con disabilità alla realizzazione dei disegni.

Produzione e identità del Catarratto

La produzione dei 120 ettari si concentra intorno a Salemi, tra i 400 e i 450 metri e i colori del vino vanno dal bianco all’Orange, passando per il rosso e i distillati. Segno tangibile di una fiducia incondizionata in un vitigno che regala grandissime sorprese per la sua caparbietà e la sua capacità di adattamento.

La degustazione: tra spumante, fermi e Orange

Tutto firmato catarratto, in sequenza assaggiamo lo spumante, Arya, metodo classico 2020, 40 mesi sui lieviti, ottima l’acidità, fine la bollicina, sorso piacevole e lieve. Il fermo è Catalù, Sicilia Doc 2025, da catarratto lucido che Caruso predilige, un naso di fiori e frutta bianca con lieve sentore erbaceo sul finale del sorso. La novità assoluta della cantina è Perluci, Igp terre Siciliane, 2025, da uve Catarratto e Perricone vinificato in bianco. Qui la nota è agrumata, carattere audace, con vibrazione erbacea, molto diritto. L’Orange di catarratto è Arancino Bianco Macerato 2025, un nome evocativo ma anche foriero di discussioni sul maschile del sostantivo. Prima annata prodotta il 2020, ed è un vino nato per esigenze di mercato statunitense e canadese. Colore aranciato brillante, accessibile anche per chi non è abituato, è filtrato e non estremo, con macerazione di 21 giorni. Si può aspettare anche oltre i tre anni per sentirne l’evoluzione in bottiglia.

Valledolmo: ricerca, suoli e visione

Spostiamoci verso l’alta collina e si arriva a Valledolmo, sulle pendici delle Madonie silenti e osservatrici. Mario Piazza, figlio di Nino, con Tonino Guzzo, grande enologo, studiano e analizzano da anni i suoli e le conduzioni in vigna, con un lavoro spasmodico sul campo prima di arrivare in cantina. Il catarratto è un vitigno che fa un po’ come gli pare, i tralci tendono a scendere, e bisogna dargli una mano a tornare verso l’alto, sui filari che ne disegnano la via. Guzzo è direttore della cantina Castellucci Miano, seguace di una fede innata nel catarratto, rasentando la maniacalità. I suoi modelli sono Tasca D’Almerita e il Regaleali, che ha contribuito a riportare il vitigno al centro della scena.

I vini di Castellucci Miano e la verticalità del tempo

Castellucci Miano

Miano, Valledolmo Bianco Doc 2025, dal naso profondamente tiolico, affascina per nuance di fiore bianco, assumendo veste citrica al sorso che si riempie di note saline e minerali. Retrocediamo nel tempo per verificare la capacità evolutiva del vitigno, con Shiarà, Riserva Valledolmo Bianco Doc, 2023, grande spessore, tattile, con note di tostatura appena accennata, sorso materico, frutto pieno. È con Shiarà Igt Sicilia 2008 che arriviamo alle tensioni del nord Europa, idrocarburo degno di un Riesling, sorso verticale, silente, appena percettibile il fiore che ormai si è fatto erba essiccata, asciuga il palato con una trama quasi tannica, finale di cedro maturo. Un sorso elegante e severo.

Tenute Lombardo e la spumantistica di nuova generazione

Itinerario tortuoso ma ne vale la pena, per raggiungere Tenute Lombardo, a Caltanissetta. Qui la spumantistica ha preso la mano al produttore, Gianfranco Lombardo, anche lui agronomo che, da quando ha recuperato i 30 ettari di famiglia, pensa quasi unicamente ai bianchi e alle bolle, portando il catarratto in zone finora vergini di varietà a bacca bianca. Dopo aver lavorato a Valledolmo, Gianfranco fa una selezione massale e si sposta nella posizione attuale, in alta collina, dove la notte la temperatura fa un salto di almeno 15 gradi in meno. Caratterizza la zona un’antica connivenza tra vigneti e miniere di zolfo, che portò a vari compromessi per evitare che la fusione del minerale rovinasse le coltivazioni circostanti. Il vino, dopo questo periodo di sofferenza, ha ripreso il suo naturale corso e la qualità del catarratto ha messo poi la firma sulla spumantistica.

Charmat e metodo classico: le interpretazioni del Catarratto

Le autoclavi per iniziare ma per meritarsi il “nome”, Lombardo investe nel metodo classico, con ottimi risultati. Quattro etichette con catarratto, il 60% del quale è bolla, Sua Altezza 650, Brut IGP Terre Siciliane 2025, metodo charmat, ci avvince per il suo profumo, gusto fresco che sa di pompelmo, senza cedere all’amaricante. Vino tagliente ed equilibrato. Il metodo classico è D’Altura, Catarratto Brut Nature, 42 mesi, risultato di anni di sperimentazione. Qui suonano le note di pesca e pompelmo, in una danza complessa che abbraccia l’agrume, la frutta bianca fino a uno stralcio cremoso che arrotonda il sorso senza mancare in freschezza. L’assaggio si chiude con finale armonico e persistente.

Brevi conclusioni

La forza del Catarratto è la sua innata energia, la sua capacità di assorbire le qualità dei suoli purché siano nelle sue corde, ma in grado di riservare a chi lo apprezza grandi risultati.

Feudo Disisa
Degustazione Feudo Disisa

Richiede dedizione e fiducia, la stessa che i sei produttori di Arca hanno maturato, firmando un patto con una varietà che in alcune zone non è mai stata tradizionale. Questi viticoltori insieme uniti in un disegno compatto stanno facendo qualcosa di più grande di grandissimi vini, stanno in parte scrivendo un nuovo capitolo di storia. La rinascita del catarratto. E noi rimaniamo qui a vedere quanto lontano questo racconto giungerà. Siamo certi, farà molta strada.

 

 

 

 

photo credits @GaetanoMassa e in parte originali

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