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Francesco Quarna, il dj che fa il vignaiolo

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Tempo di Lettura: 8 minuti

Quarna Vini, lo abbiamo intervistato 

Si dice che le proprie origini non si dimentichino mai, e rimangano dentro di te anche se sono passati anni, o se sei andato a vivere dall’altra parte del mondo. Come è successo a Francesco Quarna. Un nome che a molti sicuramente non suonerà nuovo, perché da anni è una delle voci di Radio Deejay, e fa compagnia tutti i pomeriggi durante il programma Summer Camp. Ma Francesco è diventato noto tra i suoi ascoltatori anche per il suo secondo “lavoro”, o passione come la definisce lui, il vignaiolo. L’abbiamo incontrato a Barolo a Palazzo Barolo a Torino, durante una pausa tra i suoi due interventi nei salotti-degustazione.

Come sei diventato un dj?

Dopo aver finito le superiori ho avuto la fortuna di trovare un lavoro in una radio locale di Milano, Radio Planet, e mi sono subito trasferito, anche se in realtà avevo iniziato a farla già prima come hobby, nei pomeriggi dopo la scuola, a Punto Radio 96, una piccola emittente di Novara. Dopo tre anni ho mandato un cv a Radio Deejay, il mio sogno fin da piccolo, e ho fatto un colloquio come programmatore musicale. Ho iniziato subito nel team, e poi nel 2018 Linus (dj e direttore editoriale del polo radiofonico del gruppo Gedi, ndr) mi chiese di provare a condurre un programma in diretta, anche se non l’avevo mai fatto. È andata bene da lì in poi ho continuato, grazie anche all’appoggio e il supporto di tutti i colleghi.

E la tua vita prima di Milano?

Io sono nato in Valsesia, una valle chiusa dove la gente non parla tanto, e anche per questo mi è sempre piaciuta la radio dietro le quinte. Sono un po’ timido e introverso di natura, e grazie a questo ho imparato ad aprirmi. La mia passione per vino arriva dalla mia estrazione contadina, perché i miei nonni producevano vino a Ghemme in Alto Piemonte: ho sempre l’immagine di mio nonno col pintone di vino fatto in casa sempre sul tavolo, e i miei ricordi sono legati a lui che mi portava in motorino fino in collina alla Vigna del Castello, dove lui faceva i suoi lavori, adoravo stare lì. 

Poi, un po’ come tutti quelli della provincia, ho voluto inseguire il mio sogno e sono andato a Milano. Negli anni poi ho avuto varie fasi, quando la campagna non la volevo più vedere, per poi, come spesso accade, un ritorno di fiamma. 

Contemporaneamente mio fratello ha fondato una piccola azienda agricola e io gli do una mano nella comunicazione, e in vigna quando riesco, soprattutto durante la potatura, che è uno dei lavori che mi appassiona di più.

Come concili le fasi di cui hai parlato prima?

Oggi c’ho fatto pace, Milano che è una città che mi ha dato e mi dà tanto, e la radio dove lavoro è veramente un’isola felice, soprattutto le due ore di diretta nel pomeriggio, quasi uno svago, e dove sei estremamente connesso col pubblico quasi come se tu fossi su una sorta di torre di controllo di un aeroporto. E poi nei fine settimana, se non lavoro in giro per l’Italia, appena posso fuggo a Ghemme, dove abitano ancora i miei genitori, vado in vigna o a farmi dei giri perché ho bisogno di natura, di montagne, di orizzonti e di aria pulita, così da non soffocare sempre nella vita cittadina.

Che azienda è Quarna? 

È una azienda familiare, ci lavorano mio fratello, mio papà, che da quando è andato in pensione ha ritrovato le sue origini contadine, e mia mamma. Abbiamo tre ettari di terra e facciamo vino artigianale, senza alcuna certificazione. Le vigne sono quasi tutte di proprietà, non abbiamo consulenze enologiche, tutta la filiera la controlliamo noi, quindi i vini li facciamo con le nostre uve con metodi artigianali, fermentazioni spontanee, niente filtrazioni o chiarifiche.La conduzione va in quel mondo di vini che per convenzione chiamiamo artigianali, e possiamo permettercelo proprio perché siamo una piccola realtà, non paragonabile a una produzione industriale.

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Quarna Vini, Francesco e suo padre in vigna

Facciamo prevalentemente nebbiolo, vespolina, uva rara, un po’ di croatina e erbaluce, tutti vitigni autoctoni dell’Alto Piemonte. L’Erbaluce lo facciamo in purezza e, a differenza della maggior parte dei produttori della zona, abbiamo tentato di recuperare la ricetta classica, con una macerazione di circa 10 giorni, e con un colore che va nella direzione dei vini orange.

Il Ghemme lo vinifichiamo con un 90% di nebbiolo e 10 di vespolina, un’etichetta con vespolina in purezza, e poi un blend di croatina, uva rara e vespolina dalla Vigna del Lino, una vigna di Ghemme che ha più di 50 anni, e che abbiamo chiamato Vinöt, che in dialetto vuol dire vinello.

Produciamo 6500/7000 bottiglie per precisa scelta, perché vogliamo rimanere una realtà piccola senza mire espansionistiche, e abbiamo anche visto che questo tipo di narrazione piace molto ai nostri clienti. Trovo che nella nostra zona la componente artigianale si sia un po’ persa, noi invece intendiamo occupare un po’ quel tipo di nicchia.

Parli di vino in radio? E come ne parli?

Il tema interessa molto ma non devi essere respingente, quando mi capita cerco di ricondurre tutto al vino come bevanda conviviale. Mi piace raccontare il suo lato conviviale, legato alle storie di famiglia, perché ogni qual volta si sfocia nell’accademico, nelle definizioni troppo tecniche le persone si allontanano.

In Italia è nel nostro tessuto sociale, ce l’abbiamo proprio nella nostra cultura, quindi questo tema c’è, interessa ma va raccontato in modo pop. A volte in trasmissione mi capita magari di dare per scontato alcuni termini tecnici per me comprensibili ma per il nostro pubblico no, e i miei colleghi sono molto bravi a portare tutto a una dimensione più goliardica.

Quando invece lo racconti in maniera opposta la gente non ti segue più e questo è uno dei motivi per cui i giovani se ne sono allontanati, vanno sulla mixology, perché è più facile e più giocosa da comprendere. E poi è un po’ come quando a 18 anni compri un’utilitaria, e arrivato a 60 ne compri un modello di livello più alto, lo stesso per il vino, devi andare a gradi, cominci con uno semplice, poi arrivi al Barolo. 

Ci racconti il progetto di “Parole al vino” ? 

È nato qualche anno fa insieme al mio collega Maurizio Rossato e Laura Donadoni, giornalista e blogger. Abbiamo deciso di portare in giro il racconto del vino facendolo in una maniera più ludica e pop possibile.

Lo abbiamo messo insieme alla letteratura e alla musica ed è piaciuto molto, tanto che è nato un ulteriore spin off che abbiamo chiamato Note di vino, una degustazione musicale dove a cinque vini abbiniamo momenti musicali che rispecchiano il carattere, il ritmo, il mood, i profumi del vino stesso. Le arti hanno questa capacità di essere veicoli emozionali molto potenti, e quando assaggi il vino, o ascolti una canzone, ti riporta immediatamente al ricordo di un luogo o di un tempo. 

Ci racconti dei vini dell’Alto Piemonte? 

È una zona che ha avuto un passato floridissimo fino al secondo dopoguerra, sostanzialmente un’enorme vigna che partiva dal Ticino e arrivava fino alla Serra di Ivrea, una collina esposta a sud con alle spalle le Alpi, e che ha dato origine a vini aristocratici come il Gattinara, il Ghemme, il Lessona. Dopo anni di abbandono, visto che le persone andavano in città a lavorare, per fortuna nell’ultimo periodo ha avuto un rilancio grazie a produttori che hanno investito nella terra e hanno dato nuova linfa all’economia della zona. Una specie di agricoltura di ritorno, tanti giovani si sono rimessi in moto, creando una bella nouvelle vague.

In più non ti nascondo che il cambiamento climatico ci aiuta, perché è un po’ più fresca rispetto al Basso Piemonte, e a noi va bene anche nelle annate più calde, perché i terreni argillosi trattengono bene l’acqua e quindi non abbiamo problemi di siccità. In più sono acidi e questo, soprattutto con il nebbiolo, dà ai vini freschezza, acidità e mineralità che gli consente a di durare nel tempo e di evolversi bene senza deperire. 

Da dove deriva questa tua conoscenza tecnica?

Passione per il vino sicuramente, amo leggere, e poi mi piace molto la geologia. Quando vado in giro per le vigne mi porto un barattolo e raccolgo un po’ di terra perché è fondamentale studiare il suolo. E il nebbiolo è un interprete autentico dei suoli, preleva dal terreno le sue caratteristiche e le porta nel bicchiere.

È interessante passare da suoli marini come a Lessona, a suoli vulcanici come il Gattinara, o a uno fluvio-glaciale come può essere il Ghemme. Altra cosa fondamentale è che ci sono tantissimi boschi, e una biodiversità interessante, e questo è un grande valore perché bosco vuol dire vita. 

Chi è il vostro cliente tipo? 

Storicamente noi guardiamo sempre verso la Lombardia, in particolare Milano. Tieni presente che gli Sforza avevano delle vigne a Ghemme e a Natale sulle tavole milanesi si beveva quello, quindi anche per noi è naturale farlo. Come standard è una clientela molto specializzata, e alla ricerca di piccole realtà a conduzione familiare, in particolar modo per chi arriva dalla Svizzera perché sono molto curiosi, e quando racconti la tua storia loro si appassionano. Per me il vino non è solo uno strumento per guadagnare, ma è un volano per raccontare un territorio che merita di essere ancora più conosciuto con le nostre storie.

Quella della mitica nonna Lena, rimasta vedova da giovane, figura (quasi) autoritaria che ha cresciuto mio papà e i suoi fratelli, ma era anche la tipica contadina di quei tempi e quindi si occupava della vigna. Mio papà andava ad aiutarla e mi racconta sempre che lui era l’addetto alla pulizia delle botti, perché era il più piccolo di tre fratelli. Chiunque ai tempi aveva delle vigne per fabbisogno personale, come i miei nonni. Poi, morti loro, si è dovuto vendere i terreni, e solo quando mio papà è andato in pensione ha deciso di ricomprare dei piccoli appezzamenti di terreno.

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Quarna vini, Vespolina

C’è qualche tuo collega radiofonico che vedresti bene in vigna? 

Si sono appassionati più al vino che alla viticoltura (risata). In radio in realtà no, però ci sono svariati musicisti che mi capita di incontrare, e con cui mi piace intrattenermi a parlare di vino. Ad esempio Maurizio Carucci degli Ex Otago ha una cascina tra Piemonte e Liguria, o lo stesso Brunori Sas. Comunque diciamo che anche se magari non li vedi bene a lavorare in vigna, questa mia componente rurale affascina molto i miei colleghi cittadini. 

Quale canzone abbineresti al mondo del vino?

Per una questione di attinenza territoriale, ti direi una canzone di Paolo Conte, Alle prese con una verde milonga. È estremamente sensuale, come alcuni vini. Si evolve in modo progressivo, quasi come l’evoluzione di un vino nel bicchiere. E poi perché ha nel titolo questa parola verde, che in qualche modo può ricordare alcuni miei vini, soprattutto la vespolina con le sue note erbacee. 

Quando si è un personaggio pubblico c’è sempre l’idea che si debba dare il buon esempio ai ragazzi più giovani su argomenti caldi, come ad esempio l’uso dell’alcol.Come si bilancia con la tua passione del vino? 

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Francesco Quarna a Radio Deejay

Credo in generale che quando si parla su un media come Radio Deejay, che in alcune fasce orarie supera abbondantemente il milione di ascoltatori, si ha una grossa responsabilità. Quindi prima di dire qualsiasi cosa devi pensare a chi ti sta ascoltando. Certamente i temi legati all’alcol noi li affrontiamo anche con grande leggerezza, ma cerchiamo sempre, e questa cosa la faccio spesso io, anche a costo di essere bacchettone, di chiudere un po’ con un disclaimer, un “bevete responsabilmente”, ad esempio.Bisogna stare attenti all’effetto emulazione. A volte arrivano messaggi di gente che ci scrive che la sera prima ha bevuto sei gin tonic. Questo non mi piace. 

Secondo me l’alcol nel vino è imprescindibile, quindi tutto il tema dei vini dealcolati non mi appartiene, e io non lo farò mai. Per me deve esserci, anche perché il vino fa realmente parte della nostra cultura, praticamente da quando esiste l’uomo. Ma per me è fondamentale veicolare il tema come espressione della cultura dell’uomo, non come un veicolo per provare delle sensazioni di alterazione psicofisica. Quindi bisogna stare attenti quando si parla di alcol, senza dare per scontato che tutti abbiano gli strumenti. Banalmente se ti sta ascoltando un minorenne magari poi lo fa. Non si deve mai dimenticare della responsabilità nei confronti di chi ti ascolta, e a volte se riesci a far passare un seme di qualcosa che può far riflettere o può far crescere le persone, perché no? Hai stimolato qualcuno a fare qualcosa di virtuoso, ed è sempre positivo. 

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