Tempo di Lettura: 3 minuti
Dalla Sicilia a Montalcino, una storia che continua di generazione in generazione
Siamo a Montalcino, dove all’inizio degli anni ’90 Pasquale Vallone, siciliano d’origine, e al tempo indirizzato verso una carriera in banca, fonda Terre Nere. Una storia cominciata con il padre Salvatore, che anni prima aveva deciso di trasferirsi nella pronvina senese della Toscana con tutta la famiglia, per cercare di garantirgli una vita più agiata. Era arrivato qui grazie al cognato che, dopo essere sfuggito da un campo di prigionia in tempi di guerra, si era rifugiato in questi territori, innamorandosene e convincendo poi gli altri, una volta tornato in Sicilia, a trasferircisi. Pasquale negli anni si innamora di Montalcino, instaura nuoce amicizie, si appassiona alla viticoltura, e insieme alla moglie Piera e ai figli Francesca e Federico decide di acquistare quindici ettari, ampliando le proprietà acquisite dai genitori vicino Siena, a Radi di Monteroni d’Arbia.
Così nasce Terre Nere
“Qui, soprattutto nei vigneti rivolti verso l’Amiata, c’è la terra più scura di Montalcino – spiega Francesca Vallone – I terreni non sono proprio neri, ma quando piove diventano molto, molto, scuri. L’idea venne in mente a mio babbo passeggiando in questi terreni.”
Pasquale, grazie anche all’aiuto del fratello Gaetano, pianta dieci ettari di sangiovese grosso, e nel 2002 esce il primo Brunello Terre Nere.
Terre Nere si estende su una superficie di 15 ha, a sud sud-est di Montalcino, e 10 ha vitati, 9 ha di sangiovese e 1 ha di cabernet sauvignon, che sono in località Castelnuovo dell’Abate, sul pendio sulla cui sommità si erge il Castello della Velona.Di questi, 6 sono dedicati al Rosso di Montalcino per una produzione di 30.000 bottiglie, 3 al Brunello Riserva con 18.000, e il resto tra Igt Ribelle e Igt Pociano, per un totale di 50.000 annue. Il tutto in un contesto di squisita bellezza, circondato da altri 5 ha di boschi incontaminati e con un microclima ideale per la coltivazione della vite.
La nuova generazione
Oggi in azienda c’è l’ultima generazione dei Vallone, rappresentata da Francesca, laureata in Scienze del Servizio Sociale, entrata a tempo pieno nel 2010, e che si occupa della cantina e della parte commerciale, e dal fratello Federico, laureato in Giurisprudenza, che invece lavora in vigna insieme al papà. “Al principio entrambi abbiamo volutamente intrapreso percorsi lavorativi diversi, ma poi la passione per la viticoltura e il mondo del vino ci hanno fortunatamente rapito”.
Adesso, a distanza di vent’anni dalla prima etichetta prodotta, Terre Nere si rinnova e cambia il suo look, a cominciare dal logo. Un rombo a forma di diamante, simbolo che è eterno, autentico, indissolubile, dove emerge stilizzato il Monte Amiata che appare dinanzi a Montalcino e che simboleggia le loro vigne, il loro legame con la terra.
Un font ricreato, più personale, che riprende la linea del logo, e l’inserimento del nome Vallone, che rappresenta in senso stretto la famiglia, e che dà immediatamente un’impronta visiva di quello che poi si ritrova in bottiglia.
La necessità di evidenziare, nel segno della continuità, una nuova rappresentazione grafica che trasmettesse un “cambio di passo”, aziendale e generazionale, ma che comunque continuasse a mantenere ben salda la connotazione territoriale, familiare e artigianale. “Per noi, tutto questo, è un fiore all’occhiello scelto per evidenziare il legame fra vino, arte e natura”, spiega Francesca.
Il rinnovamento che trasporta Terre Nere nel futuro
A tutto questo si aggiunge il progetto di una nuova cantina, che verrà costruita proprio accanto ai vigneti, e che dovrebbe vedere la luce tra poco più di tre anni. Nel frattempo, grazie anche alla collaborazione dell’enologo Giuseppe Gorelli, promuovendo la biodiversità delle proprie vigne, Terre Nere riceve la certificazione biologica, e il Rosso di Montalcino nel 2021 e il Brunello nel 2024 sono i primi vini ad accogliere la parola “bio” in etichetta.
Per parlare di questo progetto, pochi giorni fa al Ristorante Nuovo Macello di Milano, Francesca e Federico hanno illustrato questo nuovo restyling, e hanno portato in degustazione alcune delle loro etichette iconiche.
A cominciare dal Ribelle Rosso Toscana Igt, un sangiovese grosso in purezza, e che in bocca si presenta elegante, fresco, fruttato e con una buona acidità che lo fa diventare di facile beva. Il Rosso di Montalcino, nelle annate 2020 e 2021, sempre in purezza, con i suoi 16 mesi di invecchiamento, tra acciaio e botti di rovere di Slavonia, con una media struttura ma sempre di facile beva. Poi si è passati al Brunello di Montalcino 2019 e 2020, 36 mesi di invecchiamento in legno, con la sua tipica eleganza, la buona struttura, e il tannino intenso, segno di una lunga resistenza al tempo futuro. Per poi concludere con la Riserva 2016 e 2019, invecchiato per 48 mesi in due botti di rovere di Slavonia separate, e alla cui eleganza e struttura si aggiunge una buona persistenza in bocca.
La qualità portata nelle bottiglie, frutto della passione di un siciliano innamorato di queste terre nere, che continua oggi grazie all’impegno e al lavoro dei suoi figli.








