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Associazione Strada Reale dei Vini Torinesi

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Un viaggio emozionante tra i territori e i vitigni storici del Piemonte

La provincia di Torino, terra a spiccata rilevanza ambientale e paesaggistica, e di antica tradizione vitivinicola, esprime e conserva particolarità enologiche di grande prestigio. Si tratta di un esteso e vario territorio produttivo, compreso tra il Pinerolese e la Valsusa ad ovest, la Collina torinese ad est, il Canavese a nord ed il capoluogo piemontese a sud. La realtà torinese, al quarto posto tra quelle regionali, è quinta in Italia per superficie coltivata in territori montani, ed è sede di sette denominazioni di origine che danno luogo a 25 diverse tipologie di vini.

Un territorio che cinge Torino

Sono produzioni provenienti in larga parte da vitigni autoctoni, spesso coltivati in aree cosiddette “marginali”, ma valorizzate da una viticoltura di alta qualità. 

In particolare alcuni vigneti rappresentano, anche dal punto di vista ambientale, vere e proprie “perle” paesaggistiche, in cui ritrovare i segni autentici della fatica, ma anche dell’ingegno di un’attività umana ormai irripetibile. 

In quest’area del Piemonte, circondata dalle Alpi e dove i vigneti, in taluni casi, si spingono fino ad altitudini tra le più alte d’Europa, la vite richiede cure speciali dove tutto conta: l’esposizione, l’orientamento dei filari, la forma di allevamento, i sostegni. In definitiva possiamo definirla una viticoltura eroica.

Un ambiente difficile e affascinante in cui si producono da sempre, con capacità, fatica e passione, vini di grande qualità, espressione di un territorio difficile, ma dai risultati pregevoli e lodevoli. Approcciare questi vini costituisce un primo passo ed un invito a conoscere le valli e le colline di questo territorio, ad apprezzare la purezza dei suoi prodotti per conservare la memoria storica di questa terra. 

È lo stesso territorio che guarda al futuro nel rispetto della tradizione e che, con un abbraccio storico e raffinato, cinge Torino, quasi a proteggerla fra le sue montagne ma, allo stesso tempo, a trasformarla nel suo fulcro. 

Associazione Strada Reale dei Vini Torinesi

Da qualche anno l’Associazione Strada Reale dei Vini Torinesi si sta impegnando a far conoscere e pubblicizzare le zone queste sconosciute ai più, e ad aiutare ad apprezzare le loro eccellenze vitivinicole. 

Un’ottima occasione per farlo è stato l’evento che si è svolto il 23 settembre, nella sede Ais Piemonte, in Via Modena 23 a Torino, promosso dalla stessa Associazione, il Consorzio dei Vini del Piemonte, Ais Piemonte, e con il patrocinio dell’Enoteca Regionale dei Vini della Provincia di Torino. Una giornata immersiva con i rinomati vini di Strada Reale, tra banchi di assaggio delle cantine e masterclass guidate dagli stessi produttori e dai relatori Ais.

Ma quali sono nello specifico questi territori nascosti?

La Collina Torinese

Nei pressi del capoluogo sabaudo il primo che possiamo citare è La Collina Torinese.

Viticoltura di antica memoria, nel Medioevo, dopo le invasioni barbariche dovute alla caduta dell’Impero Romano, in questa zona la sopravvivenza e la coltivazione della vita venne mantenuta dai monaci che, all’interno dei monasteri, producevano vino da utilizzare durante le funzioni religiose.

Negli anni i vitigni coltivati attirarono sempre più le attenzioni della borghesia torinese, che cominciò a trasferirsi e a costruire delle ville, che presero il nome di vigne. La più nota, e famosa, fu la Vigna della Regina di Madama Reale Cristina di Francia, tornata a produrre negli ultimi anni.

Regno incontrastato della freisa, la Collina è riuscita a valorizzare altre tipologie, come la barbera e la bonarda, senza dimenticarne alcuni ancora più rari, il cari e la malvasia, tradizionalmente abbinati alla pasticceria torinese.

Il Pinerolose

La seconda zona è rappresentata da Il Pinerolese.

Sulle valli a sud-ovest di Torino, in una zona incredibilmente ricca di ampelografia, storia e cultura, dove da tempi immemori si producono vini amati per il piacevole profumo e per la rarità dei loro vitigni di origine. Qui sono di casa le uve tradizionali della regione, tra freisa, dolcetto, bonarda e barbera, ma vi sono alcune chicche da citare assolutamente.

Il ramie, che prende il nome dall’omonima area “d le ramie”, che una volta era ricoperta da un fitto bosco. Dopo aver deciso di disboscare per piantare le viti, si lasciavano i rami (in dialetto ramie) ammucchiati, formando quelle fascine che divennero caratterizzazione di questa zona.

E il Doux d’Henry, in onore di Enrico IV di Francia, suo grande estimatore nel seicento. Doux, dolce in francese, ci ricorda anche che da questa uva, un tempo, si ottenevano vini con un residuo zuccherino alquanto elevato. 

Il Canavese

Anche Il Canavese, terra di natura e storia, entra di buon diritto nei territori da riscoprire.

Tra i castelli, a testimonianza delle antiche Signorie e feudi del passato, i vigneti, da sempre fanno parte di questa zona e del suo paesaggio, e insieme ai dolcetti tipici, come i canestrelli, i torcetti, le paste di meliga, alcuni vitigni sono diventati emblema del Canavesano.

Il nebbiolo, nobile uva autoctona, che qui prende il nome di picotener, la barbera, l’uva rara (o bonarda di Cavaglià), o la stessa freisa come sulle Colline Torinesi, sono i vitigni più utilizzati.

Anche se forse il vino più conosciuto da qualche decennio, è l’erbaluce di Caluso, unico tra tutti a ricevere la DOCG nel 2010, il cui nome sembra derivare dalla Ninfa Albaluce, e da cui si ottengono tre diverse versioni, Erbaluce di Caluso, in versione secca, lo Spumante, ottenuto con il Metodo Classico, e il Passito.

La denominazione Carema, da nebbiolo, è resa affascinante, non solo per la sua rarità, ma anche dal fatto che nasce su terrazzamenti con i caratteristici muretti a secco, denominati topion, e pilastri in pietra, a testimonianza di quanto da sempre sia duro e difficile coltivare questa terra.

La Valsusa

L’ ultima zona è rappresentata da La Valsusa, che può essere definita a ben ragione terra di viticoltura eroica e d’alta quota.

Documenti che indichino esattamente quando ebbe inizio la viticoltura in questo lembo di terra non esistono, ma si suppone che la sua comparsa risalga addirittura avanti Cristo. Nei secoli l’economia legata al vino ha vissuto alti e bassi, pur comunque citata in alcuni scritti, e inserita tra le zone di prestigio vinicolo piemontese, insieme a paesi come Barolo, Barbaresco, Carema o Caluso.

Vini simbolo sono il raro, e mitico, rosso di avanà di Chiomonte, il becuet, altra bacca rossa molto rara, e, forse il più famoso negli ultimi anni, il ritrovato baratuciat, vitigno a bacca bianca della bassa Valsusa, tornato alla ribalta soprattutto grazie al “Sig. Baratuciat” Giuliano Bosio.

Un’ampia panoramica di vini bianchi e rossi del Piemonte, divisi nelle sette denominazioni di Torino: le Doc Carema, Canavese, Freisa di Chieri, Collina Torinese, Pinerolese, Valsusa, oltre la già citata Docg Erbaluce di Caluso.

Un’occasione di riscoperta

Da aggiungere che in questa carrellata si sono citati i vitigni più importanti, ma non si possono non ricordarne altri, cosiddetti minori, ma comunque molto interessanti. La malvasia di Schierano sulle Colline Torinesi, lo chatus nel Pinerolese, il Neretto e il ner d’Ala nel Canavese, che danno vita a veri e propri prodotti di nicchia, e che accompagnano i vitigni più tradizionali e più diffusi, come barbera, nebbiolo e freisa. In ogni caso tutte produzioni particolari, e altamente caratterizzate da una forte identità territoriale e storico-culturale.

L’evento è diventato quindi un modo per scoprire, o riscoprire, e assaggiare, vecchi vini, vecchi sapori, vecchi profumi. Un’interessante panoramica tra cantine, alcune di origine secolare, sempre immerse in un contesto incontaminato e meraviglioso, luoghi naturali da conoscere, castelli e residenze reali da visitare, e prodotti tipici enogastronomici da degustare. La manifestazione, come scritto qualche riga sopra, è stata anche accompagnata da alcune masterclass nella “Sala Barbaresco”, con un focus specifico sulle versioni bianco, rosso e spumanti. Qui di seguito la lista dei vini degustati.

Masterclass vini bianchi

  1. BIANCO DEL FUOCO” 2023 – Azienda Agricola Prever (Malvasia Istriana 100%)
  2. GESIA VEJA” 2019 – Azienda Agriforest Giuliano Bosio (Baratuciat 100%)
  3. RADIOS” 2022 – Decimo Filare (Erbaluce 100%)
  4. LIEVITI AUTOCTONI” 2022 – Giacometto Bruno (Erbaluce 100%)
  5. CINO PRESTIGE” 2021 – La Palera (Erbaluce 100%)
  6. KIN” 2019 – Tappero Merlo (Erbaluce 100%)
  7. VERBIAN” 2021 – L’Autin (Bian Ver, o Verdesse francese)
  8. ELIANTA” 2022 – Giro di Vite (Malvasia moscata 85 % + Malvasia di Candia 15 %)

Masterclass vini rossi

  1. VIGNA VILLA DELLA REGINA” 2018 – Balbiano (Freisa 100 %)
  2. FINIBUS TERRAE” 2018 – Terre dei Santi (blend di Freisa di Asti e Freisa di Chieri)
  3. MAURA NEN” 2021 – Luca Leggero (Nebbiolo, o Picotener 100 %)
  4. Albugnano DOC “JUBE” 2021 – Stefano Rossotto (Nebbiolo 100 %)
  5. LA MADRE” 2020 – Azienda Beltramo (Nebbiolo 100 %)
  6. LA BIFA D’BOSCH” 2021 – Cantina Dellerba
  7. LE MUTE” 2021 – Azienda Agriforest Giuliano Bosio (Becuèt 60 % e Avanà 40 %)
  8. MALLIOLO” 2021 – Azienda Martina (Becuèt 100 %)
  9. Pinerolese Ramie DOC “ARCANSIEL” 2020 – Giro di Vite (Avanà, Avareng, Becuèt, Chatus, Barbera e altri vitigni rossi)
  10. Collina Torinese DOC “CARI” 2023 – Terre dei Santi (Cari o Pelaverga di Pagno 100%)

Masterclass vini spumanti

  1. Erbaluce di Caluso DOCG Spumante “SAN GIORGIO” 2020 – Cieck (Erbaluce 100 %)
  2. Erbaluce di Caluso DOCG Spumante “INCANTO” 2019 – Crosio (Erbaluce 100 %)
  3. Erbaluce di Caluso DOCG Spumante “SESSANTA” 2015 – Tenuta Roletto (Erbaluce 100 %)
  4. Erbaluce di Caluso DOCG Spumante “CUVÈE TRADIZIONE 1968” 2018” – Orsolani (Erbaluce 100 %)
  5. Spumante Metodo Classico Brut “CIN CIN NATO” 2019 – Azienda Agriforest Giuliano Bosio (Baratuciat 100 %)
  6. Spumante Metodo Classico Brut “ELI  84 MESI” 2014 – L’Autin (Pinot Nero 50 %, Chardonnay 40 %, altre uve autoctone 10 %)
  7. Spumante Metodo Classico Brut Rosè “MARCHESINA” 2020 – Azienda Stefano Rossotto (Freisa 100 %)

 

 

credit photo: immagine di copertina Stefano Tonetto

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