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Custodi e patrimonio della storia vinicola
Quando si parla di vigne vecchie quasi sempre si pensa a piante che hanno 40, 50, forse 60 anni. In realtà in giro per il mondo esistono vigne ben più antiche, radicate nella terra da tempi quasi ancestrali. Domenica 29 settembre, a Torino, durante l’evento di Terra Madre Salone del Gusto 2024, si è svolta un’interessantissima masterclass che ha avuto come tema proprio quello delle vigne cosiddette centenarie.
“Vigna Vecchia fa Buon Vino”, questo il titolo dell’incontro, organizzato da Slow Wine, ha dato la possibilità di esplorare le potenzialità di vini provenienti da diverse parti del globo, e tutti originari da questo particolare tipo di vigne. A condurre la degustazione Jonathan Gebser, enologo piemontese e collaboratore della guida vini di Slow Wine, e da Alberto Farinasso, comunicatore e Coordinatore Responsabile in Velier, azienda di importazione di vini e liquori.
La prima parte dell’incontro è stata dedicata a una panoramica generale su questo genere di vigne, per rispondere alla domanda frequente se questi vini possano definirsi di buona qualità, o, anzi, di qualità superiore. Intanto è da sottolineare come si parli sempre di vigne a piè di franco, pre fillossera, e quindi piantate senza portainnesti.
Ma cos’era la fillossera?
Un piccolo insetto di origine americana, che arrivò in Europa nella metà dell’ottocento, e che divenne un vero e proprio flagello per i vitigni del Vecchio Continente, creando un limite temporale nel mondo enologico: periodo prefilosserico e periodo postfilosserico.
Alcune piante si salvarono letteralmente da questo parassita, aiutate da alcune condizioni particolari: infatti si scoprì che terreni sabbiosi, soprattutto quelli di origine marina, e altitudini maggiori ai 1000 mt, impedivano in qualche modo la proliferazione di questo insetto. Le vigne vecchie rispondevano a questi requisiti.
Negli anni come hanno affrontato l’evoluzione dei vini e dei loro metodi di produzione?
Intanto sono piante che si sono adattate nel migliore dei modi ai terreni in cui sono coltivate, dopo anni, decenni, di convivenza. Questo ha portato a minori problemi nel fronteggiare i cambiamenti climatici, perché nel corso degli anni si erano adattate meglio alle condizioni del terroir.
In ogni caso, la loro risposta è sempre stata più veloce di fronte questo tipo di difficoltà.
Si tratta quindi piante più resistenti e resilienti, che reggono meglio le avversità atmosferiche perché si adattano meglio, e più rapidamente. Le stesse tecniche di potatura sono scelte ad hoc per favorire la sopravvivenza negli anni, e grazie a questo adattamento genetico al territorio di coltivazione l’apparato radicale si è sviluppato meglio, in grado di ricercare da solo i suoi nutrimenti, e permettendo anche un risparmio economico non necessitando di irrigazioni artificiali.
Come scritto prima, con il termine “Vigna Vecchia” ci si riferisce a viti di età datata, spesso ben superiori ai 40-50 anni, e che rappresentano un patrimonio di valore inestimabile.
Tacite custodi della storia e dell’evoluzione della viticoltura
Testimoni della storia di una zona di produzione, hanno la capacità di fornire uve di qualità superiore, e la valutazione dei vini che producono è fondamentale per mantenerle competitive nel mercato attuale.
Il loro utilizzo ha origini secolari, e in Italia, la valorizzazione di queste piante risale a epoche passate, quando i viticoltori scoprirono che le vigne più anziane, sebbene meno produttive, erano capaci di offrire vini con aromi e sapori inconfondibili.
Poi, nel corso dei secoli, la loro tutela e preservazione sono diventate un simbolo di sostenibilità e rispetto per la terra. Adesso sono considerate custodi della biodiversità e del patrimonio vitivinicolo, e rappresentano un legame tra passato e presente.
Purtroppo sono anche le più vulnerabili alle malattie del legno e richiedono una gestione più attenta e accurata. Spesso, inoltre, vengono coltivate con metodi tradizionali, che non sono adatti alla meccanizzazione, rendendo la loro cura un processo più laborioso e meticoloso. E generalmente sono caratterizzate da una produzione limitata ma di alta qualità, diventando in definitiva un piccolo tesoro nel mondo della viticoltura.
Proprio grazie alla loro longevità hanno consentito alle radici di estendersi nei terreni ancora più a fondo, dal momento che hanno raggiunto un sistema radicale complesso e robusto, riuscendo così ad assorbire minerali e nutrienti più difficili da reperire, trasferendoli poi direttamente nei grappoli, e che poi si ritrovano nei sapori complessi e intensi del vino. Questo processo arricchisce il vino prodotto con una gamma di sapori e aromi più ampia e stratificata, testimoniando la ricchezza del terroir in cui la vite è cresciuta.
I cambiamenti climatici
La loro adattabilità ai cambiamenti ambientali è un chiaro indicatore della loro forza e resilienza, rendendole uniche per una viticoltura sostenibile e di qualità. Il discorso relativo alla resistenza alle malattie nelle vecchie vigne è complessa.
Se da un lato alcune viti hanno dimostrato una notevole resistenza a malattie comuni grazie alla loro adattabilità e all’evoluzione naturale, dall’altro lato possono essere soggette a condizioni come il Braccio morto o il Mal dell’Esca, patologie causate principalmente da funghi, che attaccano il tessuto legnoso della pianta, e possono causare marciumi, necrosi delle foglie, riduzione e progressiva assenza di grappoli fino alla morte della vite malata.
Ciò motiva la tendenza moderna verso varietà ibride resistenti alle malattie fungine, evidenziando anche qui una modifica nella viticoltura verso metodologie più sostenibili, con un minor utilizzo di pesticidi e un impatto ambientale più basso.
La gestione di vigne vecchie richiede un approccio totale, quasi olistico, che tenga presente allo stesso modo la loro eredità storica e le necessità di una viticoltura sostenibile e consapevole.
Conduzione sostenibile
La loro conduzione, sostenibile di principio, comincia con il comprendere le loro esigenze, che si possono definire uniche.
Parliamo, ad esempio, di una potatura cauta, per ridurre lo stress sulla pianta. Questo è fondamentale, perché praticando il minor numero possibile di tagli, o tagli di minori dimensione, in punti strategici, si può diminuire in maniera notevole il rischio di malattie. Nei vigneti più vecchi, un’ irrigazione consapevole e mirata può essere necessaria durante i periodi di siccità estrema, sempre più frequenti, con la consapevolezza però di doverla gestire con cura per evitare stress idrico.
Un monitoraggio regolare delle piante permette di individuare con anticipo segni di malattie o stress, facilitando così interventi tempestivi e meno invasivi. Mantenere o incrementare la biodiversità nel vigneto aiuta a creare un ecosistema equilibrato, che supporta la salute delle vigne in maniera naturale.
Caratteristiche organolettiche
Le vecchie vigne rappresentano una componente importante nella produzione di vini di alta qualità. Grazie alla loro età e alle loro caratteristiche uniche, queste piante hanno un impatto significativo sul profilo aromatico e sulla struttura dei vini, contribuendo a creare prodotti distintivi e ricercati esprimendo al meglio le caratteristiche del terroir.
Queste piante estraggono dal suolo una gamma di minerali e nutrienti che quelle più giovani non riescono a raggiungere, e influenzano direttamente il profilo aromatico del vino, che tende ad avere una maggiore complessità. I tratti organolettici variano ad ogni annata, influenzate dall’andamento della stagione, dalle temperature e dalle condizioni climatiche, risultando ancora più pronunciati rispetto a quelli provenienti dalle vigne più giovani.
Ogni annata quindi, si contraddistinguerà dalle altre rilasciando al vino peculiarità uniche. La capacità di attingere a strati più profondi del terreno permette inoltre la creazione di vini molto più legati al territorio, rendendo ogni sorso un viaggio sensoriale unico. Allo stesso modo influenzano notevolmente il corpo e la struttura del vino, e la resa limitata di uva, tipica delle viti più anziane, porta a una concentrazione più alta di sostanze nutritive nei grappoli.
Il risultato è una struttura più ricca e intensa, rendendoli anche particolarmente adatti a un lungo invecchiamento, durante il quale possono sviluppare ulteriormente queste peculiarità. In conclusione, la loro conservazione e la valorizzazione, non sono solo un atto di rispetto verso la storia e la tradizione vinicola, ma sono anche un investimento nella qualità e nell’unicità dell’etichetta.
Gestione sostenibile
Attraverso una gestione sostenibile e una cura attenta, continueranno a raccontare storie del terroir, trasmettendo la loro eredità attraverso ogni bottiglia, custodi di cultura e identità, e offrendo esperienze sensoriali uniche e irripetibili ai futuri amanti del vino.
Certo, ad oggi, il numero delle vigne vecchie è diminuito notevolmente. Il primo motivo lo abbiamo accennato già prima, il danno provocato nei secoli scorsi dalla fillossera. E allo stesso modo, le condizioni che impediscono la proliferazione dell’insetto, terreni sabbiosi e altitudini maggiori, non è possibile riscontrarle ovunque.
Ma forse il motivo più importante attualmente, è legato al fattore commerciale: una resa (molto) minore vuol dire un guadagno minore, e allo stesso tempo tecniche di lavorazione e conservazione più impegnative e più costose. In definitiva, sono diventate vere e proprie chicche enologiche, di cui bisogna goderne fin quando si potrà.
Alcuni assaggi da piante centenarie
Il laboratorio ha poi dato la possibilità di assaggiare alcuni vini, originati da queste piante centenarie.
Chenin Blanc Vingt Neuf 2021, Domaine Bertin Delotte
Azienda nata nel 2005, a Rabbay-Sur-Lyon, nella Loria francese, nel caso specifico si tratta di un vino fuori denominazione, in una zona tradizionalmente votata alle versioni dolci. Nella degustazione è quello più “giovane”, perché le sue vigne risalgono al 1929. Vitigno estremamente versatile, con caratteristiche di sapidità, mineralità, e una bellissima acidità, che gli regala ottima freschezza. Affinato in legno esausto per 14 mesi, solo per concedergli una leggera microssigenazione.
Cannàca 2022, Schirru
In questo caso siamo in Italia, a Orroli (Sud Sardegna), su terreni scistosi, molto aspri, in uno dei territori peninsulari con un maggior numero di vigne vecchie. Prodotto solo in annate particolari, in una micro parcella di un Cru, da vigna datata 1906.
Il vitigno è la Monica, uno degli autoctoni più antichi, lavorato sempre con potatura a sperone, perché agevola la crescita del frutto nell’anno successivo. Questo fa si che la vigna sia ancora più longeva, dal momento che permette al canale della linfa di rimanere sempre aperto (lavorazione scoperta da alcuni vignaioli friulani nel secolo scorso).
Negra Criolla San Roque 2021, Jardin Oculto
Siamo nella Valle de Cinti, in Bolivia, letteralmente considerata un’oasi nel deserto. Vigne a 2300 m (altitudine maggiore, ricordate?), con esemplari di piante tra i 200 e i 250 anni, e con la particolare caratteristica di essere “maritate” con gli altri alberi presenti, detta così perché appaiono come sposate all’arbusto su cui si innestano. Per curiosità, in Italia questo tipo di vigna, in misura limitata, lo possiamo ritrovare nella zona del Taurasi. Prodotto da vitigno Negra Criolla, a cui vengono dedicati dieci giorni di macerazione, regalandogli una colorazione molto intensa. Altra curiosità, la Bolivia è il paese con la maggior biodiversità a livello faunistico, in particolare di uccelli.
Cosa c’entra questo con il nostro vitigno? Alcune sue piante raggiungono la più che ragguardevole altezza di 5 m, e i volatili mangiano i frutti dell’ultimo tratto. Questo aiuta le persone impegnate nella vendemmia, che non sono costrette ad utilizzare scale molto alte per raccogliere uve che non ci sono più.
È Iss 2019, Tenuta Tramonti
Zona della Costa di Amalfi, con vigne tra i 150 e i 300 (!) anni. Vino prodotto con l’autoctono Tintore in purezza, svolge anche questo una vinificazione in legno grande, non nuovo, solo con l’obiettivo di ammorbidirlo in alcune caratteristiche ruvide al palato. È un omaggio dei soci fondatori della cantina ai propri padri che hanno custodito per secoli le vigne storiche di Tramonti.
Nibiô Vigna Pinolo 2011, Cascina degli Ulivi
Siamo nel basso Piemonte, nella zona del Gavi, nella vigna del Pinolo, parcella di vigneto centenaria. Il vitigno è il Nibiô, nome dialettale per indicare il Dolcetto antico dal peduncolo rosso, e produce vini molto duri da giovani, e su cui si usa l’antica tecnica di vinificazione del cappello sommerso, che sta ad indicare il cappello di bucce e semi rimasto galleggiante sulla superficie del mosto durante la macerazione.
De Sol a Sol Velasco 2017, Esencia Rural
Siamo nel territorio de La Mancha, tra Madrid e Toledo, in una zona particolarmente votata all’agricoltura, con piante in vigna tra i 120 e i 150 anni. Vitigno Tinto Velasco, biotipo della Grenache, che viene coltivato ad alberello. Viene definito un omaggio a tutti i contadini che si sono spesi con fatica “da sol a sol” per lavorare la terra, con dignità e semplicità tipica delle persone libere e sagge.
credit photo copertina: Jardin Oculto Winery








